Anna riaprì gli occhi con una smorfia. Un raggio di sole proveniente dall’unica finestra presente nella stanza era sfuggito al controllo delle pesanti tende azzurrine e si stava prendendo gioco dei suoi occhi color quercia. La sedia su cui era seduta era fissata a terra e non le permetteva di spostarsi, così la giovane donna si schermò gli occhi con una mano.
Anna – i capelli che le ricadevano in ciocche selvagge sulla fronte e le coprivano le orecchie leggermente appuntite – sospirò, ricordandosi del luogo in cui era confinata. Fece un’altra smorfia mentre si stiracchiava, incrociando le gambe sopra il tavolo davanti a lei, l’ombra dei suoi piedi nudi che proiettava strane figure sulla superficie liscia.
La giovane sapeva che anche quel giorno qualche dottore sarebbe arrivato, ma non sapeva chi né a che ora. Odiava aspettare. Voleva delle risposte e le voleva subito. Era lì per una ragione ben precisa.
Fece schioccare il collo mentre spostava lo sguardo sulle pareti rigorosamente bianche. Se avesse avuto dei colori, la giovane donna avrebbe di certo infuso più vitalità a quella stanza spoglia. Con un sorriso, pensò che le parti del suo corpo coperte dagli abiti perfettamente bianchi sarebbero potute benissimo sparire davanti a quei muri.
Ad un tratto la porta si aprì e il sorriso le scomparve dal volto, rimpiazzato da un’espressione di puro odio.
Una dottoressa dai folti capelli ricci – di cui la giovane non ricordava il nome – si chiuse la porta alle spalle e si avvicinò al tavolo, una cartella clinica sottobraccio. La donna si sedette con eleganza di fronte ad Anna e le sorrise come se fossero vecchie amiche, per niente intimorita dalle occhiatacce che quest’ultima le rivolgeva.
La giovane sapeva come doveva apparire agli occhi della donna davanti a lei: una figura spettrale con delle occhiaie profonde, le braccia incrociate e una gran voglia di rompere qualcosa stampata sul viso.
«Anna», la chiamò la dottoressa con voce musicale, ma lei era persa nei suoi pensieri.
«Anna», ripeté, e finalmente la giovane spostò lo sguardo su di lei, che aprì la sua cartella clinica. «Come stai, oggi?», le chiese.
Anna scrollò le spalle. «Come ieri», disse, «prigioniera tra queste quattro mura e in attesa che qualcuno mi dia le risposte che voglio».
«Per avere delle risposte dovresti fare delle domande», rispose la donna con aria tranquilla.
«Le ho fatte!», protestò lei.
«No», rispose la dottoressa, «quello che hai fatto è stato aggredire verbalmente tutti i dottori che sono entrati da quella porta. Alcuni dovranno andare in terapia per questo.»
Anna non poté fare a meno di ridere a quel pensiero.
Ma la donna davanti a lei non rise, le labbra strette in una linea sottile.
«Non è divertente», la rimproverò.
La giovane tornò seria e si sporse leggermente in avanti.
«Vuole una domanda? Perfetto», disse: «Cos’avete fatto alle mie ali?»
La dottoressa sospirò, come se avesse trattato spesso quell’argomento. «Niente».
«Me le avete rubate!», esclamò Anna.
«Sciocchezze», fece la sua interlocutrice con aria professionale. «Le ali non possono essere rubate».
«E allora perché non le ho più?»
La dottoressa socchiuse appena gli occhi chiari. «Davvero non lo sai? Oppure stai negando la realtà?»
«Non sto negando proprio nulla! So solo che un bel giorno le mie ali sono sparite e io mi sono ritrovata qui dentro!»
La donna davanti a lei chiuse la cartella clinica. «Ti trovi qui perché hai deciso tu di venire in cerca di risposte; che a parer mio già hai». Guardò Anna dritto negli occhi. «Solo che continui a rifiutare l’evidenza».
La giovane sbuffò. «Siete tutti uguali».
Un lampo di stizza passò veloce come un fulmine negli occhi della dottoressa. «Siamo come tu ci hai creato». La donna chiuse gli occhi per un secondo. «Ora basta. Questo limbo è durato fin troppo».
Al suono di quella parola, qualcosa in Anna scattò, come la serratura di un lucchetto che viene aperto. Improvvisamente la paura si impossessò di lei. Si guardò in giro: le pareti asettiche, la finestra con quelle orribili tende, la porta pesante. Il suo sguardo tornò sulla dottoressa.
«Dove mi trovo?», chiese in un sussurro.
La donna davanti a lei appoggiò una mano sulla sua, uno sguardo compassionevole sul volto. «Mia cara», le disse, «lo sai bene. Tutto questo è frutto della tua mente. È il momento in cui hai capito; l’istante in cui ti sei resa conto che le tue ali sarebbero sparite».
«No», disse la giovane rabbrividendo, pur sentendo nel profondo che quello che le era stato appena rivelato era vero.
«Sì, invece. È da troppo tempo che neghi a te stessa la verità», rispose la dottoressa. «Hai detto addio all’ultimo barlume di innocenza – l’adolescenza – e ora non resta altro che crescere e crescere. E poi invecchiare».
La donna le strinse la mano ma Anna la tirò via come scottata: «No!», esclamò, «Io rivoglio le mie ali!»
La dottoressa scosse lievemente la testa. «Agli adulti non è concesso volare», spiegò. «Con l’età, inevitabilmente le fantasie avvizziscono e i sogni iniziano a prendere polvere in cassetti chiusi con chiavi perse nel tempo. Tutti crescono in un modo o nell’altro. È la vita».
Anna si prese la testa fra le mani. «Non è possibile», disse, più a se stessa che a lei. «Ho fatto tutto quello che mi hanno detto di fare. Ho imparato a comportarmi bene, a distinguere cos’è giusto e cos’è sbagliato. Ho seguito le regole».
La dottoressa annuì. «Hai appreso molte cose man mano che crescevi», disse, «ma intanto hai dimenticato di come si fa a volare. È il prezzo da pagare per diventare adulti».
Anna era prossima alle lacrime mentre scuoteva violentemente la testa. «No. no. no…», ripeteva, «Ho bisogno delle mie ali».
«Anna…»
«No!»
La giovane si ritrasse alzandosi dalla sedia, prossima a un attacco di panico.
La dottoressa lentamente si alzò. «Non avere paura», le disse, avvicinandosi e asciugandole le lacrime che le bagnavano il viso con le sue dita affusolate. «Anche senza le ali, puoi resistere nel mondo»
«Come?», chiese lei.
La donna le sorrise. «Ricorda», disse mentre le accarezzava una guancia. «Ricorda quello che si prova a volare. Ricorda che le tue ali erano fatte di sogni. Ricorda che tutto è possibile se lo vuoi davvero e se ti impegni fino in fondo».
La dottoressa la strinse in un abbraccio. «Ricorda, mia cara», continuò, «Ricorda. Altrimenti sarai destinata a una vita grigia e senza stimoli».
La donna la lasciò. «Ora vai. È tempo di svegliarsi».
«Cos…» iniziò Anna, ma la donna davanti a lei le indicò con un cenno la porta. La giovane si voltò e notò che era aperta.
Anna si voltò nuovamente verso la dottoressa, la quale le sorrise con fare materno. «Ricorda», rimarcò un’ultima volta.
La giovane, ancora confusa corse fuori dalla stanza. Nell’oblio.
Il rumore della sveglia echeggiò nell’ambiente con la potenza di un megafono. Anna si svegliò di soprassalto.
La giovane si guardò intorno, cercando di riprendere fiato mentre constatava che al posto del tavolo in metallo – proprio di fronte al letto in cui era distesa – vi era una scrivania in legno sormontata dal disordine più totale, e che al posto dei muri bianchi stava osservando delle pareti color rosa pallido, piene di poster e fotografie. Perfino la vista delle tende color pesca le fece tirare un sospiro di sollievo.
Anna si mise a sedere, passandosi una mano fra i capelli.
È stato solo un sogno?
A un tratto, qualcosa cadde – leggero e aggraziato – sui suoi capelli scompigliati. La giovane inclinò appena la testa e tra le sue mani andò a posarsi lentamente una piuma bianca.
Anna, incredula, sorrise.