C’era una volta la Trap
Trap, trap, trap. Se avete meno di 20 anni è impossibile che non abbiate mai sentito uscire questa nuova e misteriosa parola dalla bocca di un vostro coetaneo – in caso contrario – complimenti: avete amicizie con gusti musicali alquanto poco mainstream. Se ne avete più di 20, invece, è probabile che la suddetta parola sia provenuta da qualche fratello minore, figlio o nipote. Perché sì, la fascia d’età che è rimasta in-trap-polata in questa nuovissima tendenza musicale riguarda proprio i giovanissimi. Più precisamente una fascia d’età compresa tra i 12 ed i 18 anni. Per quanto riguarda il resto della popolazione italiana, invece: ci siamo svegliati, da un giorno all’altro, con questa nuovo genere musicale ronzare nelle orecchie. Scoprendo che no, non si erano sbagliati ad aggiungere una T davanti alla parola “Rap”. Da dove arriva, quindi?
Per parlare delle origini della trap dobbiamo cambiare continente e volare negli U.S.A., ai quali dobbiamo l’importazione di ¾ della musica che sentiamo passare in radio oggi. La trap è nata proprio qui e, contrariamente ad ogni aspettativa, non ha nulla a che fare con il rap. Invece può benissimo essere considerato un sottogenere dell’hip-hop. Il nome in sé significa proprio trappola, ed è il modo in cui gli abitanti di Atlanta (Georgia) chiamano i palazzi abbandonati diventati posti dove si spaccia droga. Le cosiddette Trap House. Il primo a “formalizzare” questo genere musicale è stato il rapper T.I. che, nel 2003, ha intitolato il suo secondo disco Trap Muzik. Il suo intento era quello di mostrare come la gente vivesse in questi luoghi, dove – purtroppo – la convivenza quotidiana con le armi e la droga non è una scelta. Inizialmente, quindi, la trap possedeva una connotazione molto “provinciale” era, cioè, geograficamente molto limitata e tali erano i suoi ascoltatori. Eppure, dopo qualche anno e dopo la nascita di svariati trapper (Migos, Travis Scott, Lil Uzi Vert, Lil Pump) il genere è riuscito ad oltrepassare i confini della Georgia e a raggiungere una buona fetta dell’intero pianeta. Il successo della trap è stato tale da far invertire la rotta verso di essa anche ad artisti la cui fama internazionale era già consolidata come Drake e Kanye West. Persino la popstar Rihanna ha recentemente rivelato che sta lavorando alla realizzazione di un album interamente trap.
Ingredienti principali della trap sono: basi elettroniche auto-prodotte, linee vocali melodiche realizzate con un utilizzo spropositato di auto-tune, testi riguardanti principalmente droga, ragazze, gioielli, macchine e rolex vari oppure – per i più intellettuali – il passato oscuro del trapper in questione.
E in Italia? Di sicuro l’arrivo della trap è merito di artisti quali Sfera Ebbasta, Ghali e Dark Polo Gang. È del 2014 l’album auto-prodotto dal primo di questi, in collaborazione con il produttore Charlie Charles, XDVR. Album che lo ha portato a scalare le classifiche italiane in brevissimo tempo e a detenere il record del brano più ascoltato in Italia su Spotify del 2018.
Il giudizio universale sulla Trap
18 giugno 2018: Jahseh Dwayne Ricardo Onfroy – in arte XXXTentacion – giovanissimo trapper, viene assassinato in Florida da un gruppo di uomini mascherati di rosso: un tentativo di rapina, terminato nel peggiore dei modi per l’artista. La notizia fa scalpore, come è giusto che sia, ed il web si divide: è giusto pregare per la morte di un uomo che ha abusato di psicofarmaci, ha preso a pugni la moglie incinta ed è cresciuto nel circolo delle baby gang?
Stessa sorte è toccata a Lil Peep: altro giovane trapper statunitense, deceduto il 15 novembre 2017 in Arizona. Anche qui il web diventa un coacervo di contraddizioni. Un ragazzo con il merito di aver cambiato le carte in gioco della trap, contaminandola con le produzioni emo, ma con tanti, troppi difetti: stupefacenti, depressione acuta, overdose sfiorata più e più volte.
Non volendo cadere nella commemorazione, vi pongo un quesito provocatorio su cui riflettere.
Lil Peep
Il cocktail ideale del trapper americano sembra contenere, quasi volutamente, sempre gli stessi ingredienti: disturbi patologici dell’umore, droga, psicofarmaci, tatuaggi sul volto, gang che – a differenza della Dark Polo italiana – i colpi a mano armata li progettano sul serio, disponibilità di denaro, donne, e un aspetto che facilmente si ricorda.
Alcuni esempi? Tekashi 6ix9ine, attualmente in carcere per circolo di droga e pedopornografia, un enorme 69 tatuato sul volto, capelli e denti color arcobaleno, vestiti sgargianti, auto lussuose, catene d’oro al collo e testi dal significato inesistente; oppure Lil Xan, Trippie Redd, ognuno controverso e controcorrente solo in apparenza rispetto agli altri.
Ebbene, sono dei cattivi esempi per i giovani ingenui e manipolabili? Certamente sì.
Ed è un problema? Assolutamente no. La musica nasce non solo per trasmettere l’amore platonico, il sentimento puro, il sapore di un bacio. Se proviene da ragazzi cresciuti nel fango delle gang, ed ancora intrappolati in esso, nonostante il successo mondiale, la loro musica non può essere diversa da ciò che è. Il problema dell’Italia è che si tende a copiare elementi della cultura americana senza valutarne adeguatamente i retroscena: avere due Rolex al braccio (Sfera Ebbasta, ndr), parlare di LSD e imprimersi l’inchiostro sulla fronte non potrà mai equivalere alla genuina protesta per la lotta alla sopravvivenza in un mondo in cui tu stesso sei il mostro, perché diventa una mera parodia caricaturale in cui da artista diventi un influencer o un fenomeno da baraccone.

L’uovo o la gallina?
Chi si chiede se la trap sia responsabile del degrado sociale – italiano e non – si pone una domanda che ha le premesse sbagliate e forse ha la memoria un po’ corta. Vi siete persi Eminem che scavava una fossa sotto la pioggia mentre augurava a sua madre di bruciare all’inferno nel video di Cleaning up my closet, o le dolci parole di 50 Cent in In my hood, che in una sola strofa include omicidio, razzismo e prostituzione, o una a caso delle canzoni dei Red Hot Chili Peppers, che parlano di droga più di quanto vi siate mai accorti. Ma questo è già il 2000 di cui è figlia anche la musica trap, allora torniamo ai tempi d’oro, quando i Guns & Roses cantavano “Polizia e negri, si esatto, voi, levatevi di torno, non voglio comprare nessuna delle vostre catene d’oro oggi”, o quando gli immensi ACDC urlavano in C.O.D., che significa “pagamento in contanti alla consegna” di “prendersi cura del diavolo che c’è in me”.
Non si salva nessuno: se siete convinti che il buon vecchio cantautorato italiano sia un porto sicuro riascoltate Bocca di rosa di De André o certe chicche della Carrà.
E’ nato prima l’uovo o la gallina? E’ la musica a plasmare l’epoca da cui nasce o viceversa è il contesto sociale da cui proviene a darle forma? C’è certamente una reciproca influenza, ma di certo se vostro figlio diventerà un delinquente non sarà colpa della musica che ascolta (ma vostra) quindi non osate togliergliela.
“La musica è come il cibo. Se ne mangi solo di un tipo, finisci per essere denutrito”, e lo dicevano i Kiss, altri tipi con facce poco raccomandabili.
Articolo a cura di Laura Ciampi, Elisabetta Ciavarella e Sabrina Sapienza.