Pirandello diceva: «Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti.»
E in effetti, mascherare, camuffare, nascondere, travestire sono tutti sinonimi di qualcuno che cela o si cela dietro a qualcosa. In questo caso, l’oggetto celante è la maschera, grande amica dell’uomo per svariate ragioni; l’oggetto celato è ovviamente l’attore teatrale, definito in molte epoche come un truffatore, come “colui che mente”. Ed è proprio a questo che servono le maschere: a diventare altro da sé; caratteristica che possiedono fin dalle origini, in quanto nella preistoria venivano usate per riti magici e propiziatori. Da qui derivano le maschere usate nel teatro, il quale nasce da quegli antichi riti religiosi. È difficile da credere ma alcune caratteristiche si possono trovare ancora oggi. Ad esempio, così come l’attore è il diretto discendente dello stregone, del grande sciamano che dava inizio alle cerimonie sacre indossando una maschera per impersonare o rispecchiare una divinità, gli spettatori sono i fedeli che partecipavano al rito religioso.
La maschera è stata importantissima per il teatro antico, specialmente per quello classico, vale a dire quello greco e latino. La maschera antica non si presentava come una mera copia del viso di un personaggio, non doveva mostrare le sue caratteristiche fisionomiche. Il suo compito era quello di trasmettere un’emozione, un brivido, di catturare l’attenzione. In una parola: pathos. Essa quindi aveva due funzioni particolari. In primo luogo doveva caratterizzare il personaggio, renderlo riconoscibile agli occhi dello spettatore anche mediante l’aiuto di costumi e oggetti di scena. Ad esempio, il personaggio di Ercole era facilmente riconoscibile dalla pelliccia di leone e dalla clava. In secondo luogo, dovevano rendere l’attore visibile e udibile anche a distanza, date le grandi dimensioni dei teatri greci. Proprio per questo le maschere – dalle grandi bocche spalancate in una triste smorfia per la tragedia e in una bella risata un poco inquietante per la commedia – amplificavano la voce dell’attore. Alla visibilità invece pensavano l’onkos, la parrucca dell’attore, e i coturni, i calzari.

Le maschere risalenti al V secolo a. C. erano fatte con materiali leggeri per essere indossati, come la cartapesta, il lino o il cuoio. Dopo essere state ricoperte di stucco esse venivano dipinte in base ai personaggi; pelle chiara per i ruoli femminili e pelle scura per quelli maschili. A volte le maschere, per esigenze di scena, potevano essere ritoccate. Ad esempio, nella tragedia dell’Edipo Re, il protagonista, dopo l’accecamento, ritornava in scena con la maschera che a livello oculare presentava una diversa colorazione per la famosa regola che nel teatro greco non si dovevano mai mostrare gli spargimenti di sangue, ma solo le loro conseguenze.
Man mano che gli anni passavano, iniziarono a svilupparsi altri tipi di maschera con colori ed espressioni sempre nuovi per rappresentare ancora più caratteri e personaggi. Nel teatro greco le principali tipologie di maschere erano gli anziani – sempre con un bastone – i giovani, gli schiavi e le donne.
Oltre al teatro greco e latino, la maschera fu fortemente usata anche nel teatro nō giapponese, la cui maschera aveva una particolarità non indifferente: essa era scolpita in modo tale che a seconda della posizione della testa dell’attore e dell’illuminazione nel teatro si creassero mutamenti espressivi.

Ma come ogni cosa che è di questo mondo, anche la maschera cadde in disuso per anni e anni, prima di essere ritrovata. Dopo un periodo di oblio, la maschera torna prepotentemente alle luci della ribalta grazie alla commedia dell’arte, nata in Italia nel XVI secolo e rimasta popolare fino alla metà del XVIII, anni in cui la riforma goldoniana portò gradualmente gli attori a riferirsi a un testo scritto, invece che a un canovaccio – sorta di testo teatrale in cui avveniva una narrazione indicativa di ciò che sarebbe successo sul palcoscenico e che quindi prediligeva l’improvvisazione – eliminando le maschere.
Come nel teatro greco e latino, anche nella commedia dell’arte la maschera – unita al costume – serviva a rendere riconoscibili i personaggi al pubblico. Tra le maschere più celebri della commedia dell’arte si ricordano Arlecchino, servo imbroglione perennemente affamato, Pantalone, famosa maschera veneziana che raffigura un anziano mercante che entra spesso in competizione con i giovani nel tentativo di conquistare qualche prorompente giovane donna e la maschera napoletana di Pulcinella, forse la più famosa per riconoscibilità.

Il ruolo della maschera col tempo andò a modificarsi. Per esempio, nel ‘700 essa è una figura professionale dell’ambito teatrale che si occupa dell’accoglienza degli spettatori e che li accompagna al proprio posto. Nel ‘900, invece, il termine tornò in uso con la nascita della famosa maschera neutra, secondo la filosofia che la maschera dovesse cancellare l’espressione del volto dell’attore. Col passare del tempo quindi, essa acquisì un senso sempre più filosofico. Come dimenticare la concezione di Pirandello che afferma che la società in cui viviamo impone a ciascuno di noi dei ruoli, delle maschere e che tutti noi ci atteggiamo, ci vestiamo secondo schemi noti. E se cerchiamo di ribellarci, di evadere da questa realtà, veniamo allontanati, additati come strani o reietti.
Allora qui compare un dubbio. Se valenti studiosi e critici teatrali hanno sempre affermato che il teatro parla di noi, che rispecchia la società, questo vuol dire che noi privilegiamo le maschere? Pirandello aveva forse ragione? È forse vero che una persona indossa perennemente una maschera, sia nel lavoro, che nell’amicizia e addirittura nella famiglia?
Se così fosse, questo vorrebbe dire che viviamo in una prigione che ci siamo auto-creati da millenni a questa parte, che ci piace vivere tra gli stereotipi e che pur di omologarci agli altri per non essere esclusi, rinneghiamo noi stessi senza tante cerimonie, soffrendo in silenzio. Oscar Wilde diceva «L’uomo è meno sé stesso quando parla in prima persona. Dategli una maschera, e vi dirà la verità.» Chissà se aveva ragione.