Le Troiane

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Al Teatro Greco di Siracusa è in scena “Le Troiane” di Euripide, a cura della regista francese Muriel Mayette-Holtz.

Donne e guerra” o “Donne contro la guerra”: questa la tematica scelta dall’Inda (L’istituto Nazionale del Dramma Antico) per la 55ª Stagione degli Spettacoli Classici al Teatro Greco di Siracusa. Tema che, come un fil rouge, avvolge ed intreccia i tre spettacoli prodotti: le tragedie Elena e Le Troiane di Euripide e la commedia Lisistrata di Aristofane.

Ne Le Troiane, il drammaturgo Euripide adotta la prospettiva degli sconfitti per enfatizzare il dolore e l’angoscia delle donne che vivono, sulla propria pelle, le conseguenze del furore bellico.
La città di Troia è caduta. Gli uomini sono morti. Ma le donne non avranno destino migliore. Accanto ad Ecuba, interpretata da una straordinaria Maddalena Crippa, vi è il coro delle prigioniere troiane, simbolo della collettività che la guerra ha travolto. Esse saranno vendute come schiave e tirate a sorte, singolarmente, fra i nuovi padroni. La vergine Cassandra, consacrata a Febo Apollo, verrà assegnata ad Agamennone; la sposa di Ettore, Andromaca, sarà data a Neottolemo; ed Ecuba, moglie di Priamo e ultima regina di Troia, sarà destinata ad Odisseo, re di Itaca. Le donne piangono il triste futuro che le attende, ma non si arrendono. Trovano la forza di alzarsi e sopportare il destino a loro assegnato.

L’opera diviene dunque «un canto di speranza in omaggio alla vita. Malgrado la distruzione di una città, di un passato glorioso, le Troiane accettano con coraggio la loro sorte; queste donne sono capaci di marciare sulla propria pena: sono loro le vere eroine della guerra». Queste le parole della regista francese Muriel Mayette-Holtz che, con questa produzione, fa il suo debutto a Siracusa.

All’inizio della tragedia il destino di Troia si è già consumato. «Ora essa è solo cenere e fumo, devastata, distrutta dall’esercito greco.» A dichiararlo è il dio del mare, Poseidone, amareggiato per la fine di quella gloriosa città che tanto amava. Questi, nel prologo della tragedia, supererà la propria inimicizia con Atena. La dea della saggezza, che prima tanto odiava i Troiani, adesso vuole vendicarsi. Il suo tempio infatti è stato profanato dai Greci quando la profetessa Cassandra è stata trascinata via a forza dall’altare. Così le due divinità stringeranno un’inaspettata alleanza a danno dei Greci, decidendo di sterminarli non appena saranno sulla via del ritorno.
Tutta la tragedia è intessuta e ricamata su una forte consapevolezza: la guerra è una dannazione non soltanto per gli sconfitti, ma anche per chi ha trionfato. A tal proposito Poseidone, prima di lasciare la scena, sentenzierà:

«Pazzo è l’uomo che distrugge le città, lascia deserti i templi e i sacri monumenti dei morti, condanna anche se stesso alla rovina.»

Davanti al coro delle donne troiane, sta Ecuba, ormai senza forze. Tutto per lei si è dissolto. Ha perso la patria, i suoi figli, il suo sposo. Il fasto grandioso degli avi è stato annientato e Troia non ha più regine.

Ad un tratto compare sulla scena sua figlia, la sacerdotessa Cassandra, che regge, fra le mani, la fiaccola nuziale. La vergine esorta la madre Ecuba a non piangere: promette di vendicare il padre, i fratelli e la sua casa. Inoltre, possedendo il dono del vaticino, profetizza la morte di Agamennone e le avventure di Odisseo, che dovrà trascorrere altri dieci anni prima di rientrare in patria. Così, dopo aver intonato un delirante canto nuziale, la sacerdotessa, dimostrerà come, in realtà, la sorte dei vincitori non è mai migliore di quella dei vinti. I greci hanno fatto morire schiere di uomini e pagheranno per questo. Anzi, diverranno vittime della loro stessa violenza. Mentre Ettore verrà ricordato per la sua gloria, sopra tutti i guerrieri.
Anche le parole di Andromaca costituiscono una ferma protesta contro l’inumanità della guerra. Straziata nel ricordo di Ettore, è vittima di un destino terribile. Sarà schiava in casa del figlio di Achille. E sa che se lascerà svanire la memoria del suo amato sposo, sarà accusata di tradire la memoria del morto. Se invece tratterà con sdegno il suo padrone Neottolemo, verrà disprezzata. Ma Andromaca non sopporta l’idea di dimenticare il proprio marito, prenderne ed amarne un altro. Per lei Ettore era tutto. E ora che è morto, non ha più speranza né si illude di poter sentire gioia. Il suo tormento è talmente grande da portarla ad affermare che

«morire è meglio che vivere nel dolore. Chi invece dalla buona sorte precipita nella disgrazia, torna sempre con la mente alla prosperità di un tempo.»

Ma l’empietà dei Greci nei suoi confronti non ha fine: sotto consiglio di Odisseo, decidono di trucidare suo figlio, il piccolo Astianatte. Temono, infatti, che divenuto adulto possa vendicare la morte del padre, il valoroso Ettore.
E il sacrificio del piccolo Astianatte, che viene strappato dalle braccia della madre Andromaca per essere gettato dalla mure della città, costituisce uno dei passaggi più toccanti della rappresentazione.
Sarà Ecuba a dare sepoltura al cadavere del nipote. E il suo compianto, mentre compie il rito straziante, diviene uno dei momenti più alti della poesia euripidea. Il suo tono è furioso:

«Ah Greci potete vantarvi più della forza che dell’intelligenza, perché avete commesso un crimine così inaudito, per paura di questo bambino, temevate che avrebbe risollevato Troia dalla sua rovina?! Stolti! […] È inaccettabile la paura che agisce senza il filtro della ragione.»

Così l’ultima regina di Troia, nella ricerca agognata di un senso a tutta la sua sofferenza, finisce col rifugiarsi nella poesia. La morte del piccolo Astianatte sarà fonte di disonore per i Greci, mentre la gloria di Troia verrà celebrata in eterno dalle Muse.

Fra le scene più coinvolgenti della rappresentazione si può annoverare anche l’agone giudiziario fra Elena ed Ecuba. Costruendo un abile discorso, Elena tenta di giustificare il proprio adulterio sperando di convincere Menelao, attraverso la sua fatale bellezza, a risparmiarle la vita. Ma Ecuba riesce sapientemente a distruggere la forza delle parole di Elena, e dopo aver dimostrato il suo torto inescusabile, chiede la sua morte.

La produzione de Le Troiane rispetta l’impianto tradizionale e presenta un taglio minimalista. La regista, proveniente dalla Comédie-Française di Parigi, ha scelto di conferire una forte enfasi al ruolo della parola, che diviene protagonista del dramma.
Singolare la scelta dei costumi, a cura di Marcella Salvo. Tutti i personaggi, sia i Greci, sia le donne Troiane, indossano degli abiti coperti di polvere, una “polvere di distruzione che non ha storia”, perché in fondo non esiste differenza fra i vincitori e i vinti.
L’architetto Stefano Boeri ha ideato una scenografia particolare, utilizzando i tronchi delle foreste della Carnia devastate dalla tempesta Vaia lo scorso autunno in Friuli Venezia-Giulia. Un bosco morto che limita e definisce lo spazio in cui si muovono le donne troiane, capeggiate da Ecuba, che si disperano per la crudeltà senza fine dei Greci.

Una sorta di “landescape sferzato dal dolore e dove però le donne, portatrici di vita, annaffiano l’ultimo seme di speranza.”

Mirabile l’interpretazione degli attori, capaci di condurre il pubblico in un tempo lontano, ma sempre vicino, per l’attualità delle tematiche trattate e la verità con cui viene rappresentata la condizione umana. Perché lì, in quel teatro a cielo aperto, non si è solo spettatori, ma si vive la storia, diventando compartecipi di un dolore di vivere che non ha età.

Eternamente in conflitto con l’altra me, vivo sospesa fra la bussola della ragione e le leggi del cuore. L’ardore che provo per Themis mi ha spinta a coltivare gli studi giuridici. Ma, innamorata dell’archeologia e del mondo teatrale, scrivo nottetempo per dar voce alle diverse sfumature della mia identità, in modo da cambiare volto e rimanere me stessa.