Mafia Capitale, un’organizzazione mafiosa non tradizionale

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Solo di recente la giurisprudenza ha riconosciuto il carattere di mafiosità di Mafia Capitale

Cosa è Mafia Capitale:

Mafia Capitale è un fenomeno associativo criminale del tutto peculiare e caratteristico, operante prevalentemente sul territorio di Roma. La mafiosità del gruppo è stata riconosciuta da poco, a settembre dello scorso anno.

Andiamo a ripercorrere i tratti salienti della storia e dell’attività di questa mafia.

Le sue attività sono prevalentemente rivolte all’estorsione, all’usura, al riciclaggio di denaro e soprattutto alla corruzione, con il fine di infiltrarsi nella pubblica amministrazione e nel mondo della politica per il controllo di appalti, finanziamenti e gestione dei centri di accoglienza per i migranti.

Importanti sono i legami stretti da Mafia Capitale con altre organizzazioni di tipo mafioso, in particolare Camorra e ‘Ndrangheta, al fine di spartirsi la gestione di appalti e riciclaggio di denaro. Rilevante è anche la forte influenza esercitata su vari clan criminali nativi del territorio romano, con cui Mafia Capitale gestisce la cosiddetta criminalità di strada, ovvero le attività di estorsione, usura, traffico di stupefacenti e sfruttamento della prostituzione.

Storicamente questa organizzazione nasce dalle ceneri della banda della Magliana e dal tessuto criminale che si è costituito a Roma negli anni ’80. Mafia capitale è un’evoluzione che sposta il proprio centro di affari nel mondo della finanza, dell’imprenditoria e della politica, pur mantenendo legami con la criminalità più violenta.

L’organizzazione è incentrata soprattutto intorno alla figura di Massimo Carminati, che ha strutturato l’associazione grazie ai propri legami con il mondo della criminalità di strada, le mafie tradizionali, il mondo politico e della imprenditoria romana. Appare evidente come Mafia Capitale sia un agglomerato di più risultati che operano assieme su di un territorio molto vasto, al fine di spartirsi proventi di natura delittuosa e al tempo stesso offrire protezione ai propri elementi, ripulire denaro sporco e reinvestirlo in attività lecite o utilizzarlo per manipolare il mondo istituzionale e politico. L’organizzazione ha quindi un ruolo cerniera tra tutte queste strutture e il nucleo centrale e direttivo guidato da Massimo Carminati. Egli stesso definisce in una intercettazione la propria funzione: il punto di incontro nel mondo di mezzo, dove il mondo di sotto è rappresentato dalle organizzazioni criminali propriamente dette che operano sul territorio di Roma, oltre a Camorra, ‘Ndrangheta, ma anche il clan dei Casamonica; il mondo di sopra è rappresentato da imprenditori, direttori pubblici e uomini politici. Questo ruolo rende l’organizzazione del tutto originale e sicuramente diversa dalle mafie cosiddette tradizionali (Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra). Pochi personaggi, come Massimo Carminati e Salvatore Buzzi, suo braccio destro, sono stati in grado di far evolvere e sviluppare, grazie al loro ruolo cerniera, una realtà criminale disgregata già presente sul territorio.

  Il metodo mafioso

Di cruciale importanza per il riconoscimento della mafiosità di una associazione criminale è il metodo mafioso, che include nella propria definizione determinati requisiti.

Tra gli elementi caratterizzanti il metodo mafioso vi è l’utilizzo della forza intimidatrice, capace di condizionare le vittime anche senza ricorrere, in modo esplicito, alla minaccia e alla violenza. La mafia esercita la sua influenza anche senza l’uso della forza, ingenerando nelle vittime una condizione di dipendenza psicologica. Questo potere nasce dal vincolo associativo e dalla condizione di assoggettamento e di omertà che le persone offese dal reato passivamente subiscono.

Per assoggettamento si intende la sottomissione della collettività all’associazione mafiosa, tale da condizionare la capacità di autodeterminazione, limitando quindi all’individuo la liberta scelta in ambito politico, amministrativo, economico, sociale, ecc. L’omertà consiste invece nel rifiuto, da parte della persona assoggettata al potere mafioso, di collaborare con gli organi dello Stato, ma anche nel favoreggiamento dell’organizzazione stessa per paura di ritorsioni.

La forza intimidatrice è il cardine della normativa che riconosce l’associazione mafiosa: essa definisce la cosiddetta fama criminale, una carica intimidatoria, che deriva dalla potenziale violenza, prevaricazione e sopraffazione dell’organizzazione nei confronti della comunità.

La prima sentenza

In un primo momento, il Tribunale di primo grado di Roma non ha riconosciuto all’organizzazione di Mafia Capitale la mafiosità come prevista dal 416 bis del codice penale. Questo perché il gruppo non era riconducibile, come si legge nelle motivazioni della sentenza, alle mafie tradizionali. Insomma, non aveva una storia tale da essere riconosciuta come mafia.

La sentenza di Appello

Il mese scorso sono state depositate le motivazioni della sentenza della Corte di Appello di Roma, che ha ribaltato la decisione di primo grado, riconoscendo la mafiosità del sodalizio criminale. Nelle motivazioni si legge che Mafia Capitale è una associazione di tipo mafioso perché veniva esercitata una forza di intimidazione da parte di Massimo Carminati, mentre Salvatore Buzzi portava avanti il suo sistema di corruzione e prevaricazione. La congiunzione di questi due elementi ha fatto sì che nascesse Mafia Capitale, questo perché si passò da un tipo di corruzione per così dire semplice, ad un metodo corruttivo di tipo mafioso da cui, come detto sopra, si è venuta a creare una condizione di assoggettamento e di omertà.

Conclusioni

Il fatto di essere “tradizionale” non è un elemento necessario dal punto di vista giuridico per condannare un’associazione come mafiosa.

Sarebbe opportuno fare due riflessioni alla luce dei fatti e delle nozioni sopra esposte.

Da un lato è vero che bisogna fare molta attenzione nell’applicare una norma come il 416 bis ad una organizzazione criminale, questo perché non è opportuno riconoscere a qualsiasi associazione a delinquere che utilizza un certo tipo violenza e sopraffazione il metodo mafioso, poiché quest’ultimo possiede caratteristiche proprie precise e chiare. Riconoscere infatti la mafiosità a qualunque associazione criminale rischierebbe di sortire un effetto di “al lupo al lupo”, ossia se tutto è mafia, nulla è mafia. Esistono già delle norme che sono in grado di smantellare, punire e riconoscere determinate organizzazioni senza la necessità di rifarsi al 416 bis.

Dall’altra parte, però, occorre prestare moltissima attenzione ai fenomeni criminali associativi: questo perché, come sappiamo, la mafia ha assunto nel corso del tempo svariate forme e differenziazioni, e in tal senso vi è la possibilità che queste ultime galleggino e si insinuino in una zona grigia non riconducibile alle norme penali. Il rischio, per quanto riguarda l’associazione di Buzzi e Carminati, era proprio rappresentato dal fatto che la legge potesse non riconoscerne la matrice mafiosa, data la originalità e peculiarità con cui si muoveva rispetto alle mafie tradizionali. Dall’esito dell’Appello è risultata evidente, invece, la perseguibilità per il reato di associazione mafiosa, con il fine ultimo di tutelare gli interessi collettivi della popolazione e la necessità di arrestare dei possibili sviluppi di una realtà criminale. La mafia è una precisa entità, con caratteristiche proprie, e che necessita di una attenzione trasversale e lucida da parte di tutti gli operatori che lottano contro la criminalità organizzata.

Non ci resta che seguire gli ulteriori sviluppi e le ulteriori informazioni che la Suprema Corte di Cassazione ci fornirà, e attendere se verrà confermata la sentenza della Corte d’Appello e di conseguenza il riconoscimento della mafiosità dell’organizzazione.

Sono nato a Brescia nel 1994. Laureato in Giurisprudenza, mi interesso di criminologia, vittimologia, diritto penale e storia. Scrivo con l'intento di offrire punti di vista diversi rispetto alla visuale comune, per una diffusione della cultura della legalità.