Il coraggio di ricordare

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Una violenza a volte può non lasciare traccia su chi l’ha subita, ma ricordare, indipendentemente da questo, è fondamentale.

Le lacrime sul viso di mia madre non le ho mai scordate, la voce via via più pesante mentre parlava, è stato come se per la prima volta potessi realmente provare il dolore di qualcun altro. La colpa era mia, mia e di una sola domanda che aveva riaperto una ferita inferta nel passato. Erano mesi che ci meditavo, e ultimamente mi dava il tormento. Non so perché sentissi la necessità di sapere: l’ipotesi peggiore, che pure credevo più vicina al vero, era il bisogno di sentirmi, per una volta, un’eroina. Il fatto che avessi bisogno di questo per sentirmi grande, però, mi rendeva solo un essere meschino. Così mi vergognavo di me stessa e di quel bisogno, e rimandavo.

Dopo qualche tempo, tuttavia, decisi che non m’importava se il mio atto era meschino, se la mia mente sentiva quel bisogno allora forse dovevo appagarla. Forse non ero in grado di trovare il vero motivo di quel bisogno, la mia precedente spiegazione era errata e copriva qualcosa di più profondo, che però ignoravo. Così un giorno, dopo essermi ripetuta e ripetuta la frase da dirle, le diedi voce.
«Posso chiederti una cosa? Però non ti arrabbiare».
Lo dissi quasi ridendo per l’imbarazzo, perché temevo la reazione di mia madre. Non temevo che si arrabbiasse, temevo che soffrisse. Mentre parlavo, improvvisamente, sentii quel dolore che prima non riuscivo a provare.
«……….., quando ero piccola, mi ha stuprata?»
«Sí, non ti ricordi, avevi tre, quattro anni…»
Per la prima volta sentivo quella storia per intero. Quella storia che in me viveva solo come un piccolo flash di un sogno vecchissimo, aveva avuto un inizio, uno svolgimento, ma soprattutto delle conseguenze. Conseguenze che credevo fossero solo mie, mentre ora ne vedevo gli effetti su mia madre. Si incolpava per non esserci stata in quel momento, e si interrogava sul perché all’epoca non ne avevo parlato con lei. Provavo rabbia per il suo incolparsi, e dolore, perché io sapevo che lei non aveva alcuna colpa, alcun motivo di rimproverarsi, anzi aveva tutta la stima di sua figlia. Lei, invece, era ancora lì a chiedersi cosa avesse sbagliato. Sono rimasta impotente di fronte a quel dolore, non sono riuscita a dirle: “ Non è colpa tua”, l’unica cosa che avrei dovuto fare. L’ho lasciata lì a chiedersi perché le avevo fatto quella domanda, a rimettersi in discussione. Perché? Perché era come se attraverso lei potessi finalmente soffrire per quel ricordo, quel ricordo che solo attraverso lei vive e prende senso, mentre in me non provoca nulla perché la mia mente da bambina lo ha ucciso per sopravvivere. Così ora so perché volevo sapere. Da bambina la cosa migliore che potessi fare era dimenticare, così ho dimenticato, ma da donna, da donna avevo un compito ed era ricordare. Ricordare che la violenza sulle donne esiste e forse esisterà sempre, ma per ogni donna in più che non dovrà subire un abuso, per ogni donna in più che avrà il coraggio di parlare, di denunciare, di sopravvivere, allora, allora quel ricordare sarà servito a qualcosa.

Articolo di Giada Penello

Prendere la penna in mano mi rende terribilmente felice. Fin da piccola mi sono innamorata del mestiere di scrivere, poteva essere il classico romanzo rosa, invece porto le cicatrici sul corpo di questo amore. Combatto ogni giorno per conquistare un pezzo del mio sogno, vivere di parole, perché anche se mi fa soffrire ne sono terribilmente innamorata.