Sono stato catapultato nel mondo dei Why everyone Left che mi hanno accolto nella loro sala prove dove – da quattro anni a questa parte – versano sudore e melodie che, incastrando perfettamente ritmi hardcore con linee vocali melodiche, li hanno portati a diventare una delle band attualmente più influenti nel mondo del Pop Punk Italiano. I Wel sono Enzo alla voce, Ince alla batteria e Luca.bi al basso.

É un pomeriggio nuvoloso, quasi tempestoso in quel di Rubiera (frazione di Reggio-Emilia a pochi minuti da Modena), ma questo non disturba la nostra chiacchierata che si svolge sul tanto atteso bouch . Si chiama così il divano-letto a cui, inconsapevolmente, hanno dedicato uno dei loro nuovi singoli. Il tutto accompagnato da una buona birra fresca perché in sala prove non può certo mancare il frighetto!
Ecco dunque cosa mi hanno raccontato in attesa dell’uscita del loro nuovo ep fissata per il 2 novembre. Il Release party si terrà nel locale “Mu” di Parma in occasione del Pop punk Mosh party. Sarà l’occasione giusta per rivedere la band live insieme ad altri due “mostri sacri” della scena pop-punk italiana: The last confidence e Dance! No thanks.
“Why everyone Left” (perché tutti lasciano?) il vostro nome deriva da una canzone dei Real friends ed è una sorta di provocazione rivolta a tutte quelle band che nascono ma senza prendersi troppo sul serio, senza motivazione e per questo sono destinate a sciogliersi. Secondo voi perché quasi tutti abbandonano questa strada?
Enzo: Beh, vez, perché si cresce. Si parte con l’idea di fare musica esclusivamente come hobby e con il tempo, non vedendo i risultati, si abbandona questa passione per dedicarsi ad altro. Oltretutto vieni condizionato dalla gente che ti sta attorno che, non so perché, preferirebbe vederti fare qualcosa di più popolare come giocare a calcio. I musicisti sono sempre meno. Noi venivamo tutti da altre realtà in cui nessuno voleva fare veramente questo perciò quando abbiamo creato il progetto “Why everyone Left” avevamo già le idee chiare.
Ince: Spesso, secondo me, chi continua a suonare dopo una certa età viene visto come un ragazzino, non viene preso seriamente e quindi questo può diventare un pretesto per mollare e trovarsi un lavoro “comune”. Ma a noi non pesa particolarmente questa cosa.
Luba bi: Secondo me è una questione che dipende tanto da sé stessi. È un po’ come quando ti iscrivi all’università pensando: “finalmente farò quello che mi piace”. Subito sei super gasato perché studi quello che hai sempre voluto, ma poi quando cominci a vivere questo mondo più intensamente ti accorgi che non è veramente quello che fa per te. Devi affrontare sia le cose che ti piacciono, sia quelle più fastidiose per le quali dici: “no beh, se é così non voglio farlo”. Ti accorgi che ci sono tante cose che non avevi messo in conto che per molta gente possiamo immaginare sia uno “sbatti”. Per noi non è così.

Questo alla fine è ciò di cui parla in particolare questo nuovo ep?
Enzo: Si, anche. In realtà è un argomento di cui, bene o male, abbiamo sempre parlato. In ogni disco c’era un riferimento a questo discorso.
Ince: Forse, però, il pezzo che ne parla più nello specifico è T.A.S.A., in italiano. Quindi, oltre a colpire subito, è anche più comprensibile. Il testo parla esclusivamente di quello. Volevamo dire che se vuoi una cosa devi alzarti e andare a prendertela senza lamentarti perché dipende solo da te.
Enzo: Più che altro con T.A.S.A. volevamo dare il nostro punto di vista riguardo la scena Pop Punk Italiana che rispetto a quella rap o trap è molto tranquilla. Difficilmente ci sono inimicizie ma comunque si percepisce ogni tanto qualche commento negativo, si pensa che una band ce la faccia solo perché è raccomandata e ha più amicizie di un’altra. In realtà noi ci tenevamo a dire che è tutto molto meritocratico.
Luca bi: Purtroppo quando non arrivano risultati si tende ad incolpare gli altri e si pensa che il mondo giri sempre a proprio svantaggio. Invece bisognerebbe auto-criticarsi e chiedersi cosa si sta sbagliando e cosa si potrebbe migliorare per ottenere dei risultati.
Quanto è essenziale in questo genere la collaborazione tra le varie band?
Enzo: É sicuramente importantissima! Ed è bello che sia così. In tanti generi non esiste questa cosa. Però mi sono sempre chiesto se in realtà un po’ più di dissapore tra le band farebbe bene. Basta guardare il rap, alla fine ci si gioca su questa cosa ed è questo che porta parecchia visibilità quando in realtà magari anche li sono tutti amici.
Luca bi : Diciamo che un po’ di competitività in più farebbe bene, nel nostro ambiente, perché ti spinge a dare sempre il meglio di te.
Il bouch (divano-letto), il primo singolo che anticipa l’ep, è comodo o è meglio dormire dove capita come Luca bi? Come mai lo avete scelto come singolo di lancio?
Luca bi : Ah, io se sono stanco mi addormento ovunque e c’è qualcuno che mi prende sempre in giro per questo, tipo loro due. In Inghilterra mi è capitato più di una volta di addormentarmi sui marciapiedi ed è sempre arrivato qualcuno a dirmi che lì non si poteva dormire. In Inghilterra non ci si può addormentare per strada insomma.
Enzo: Parlando del brano, non è il mio pezzo preferito, ma penso sia quello più interessante che abbiamo scritto fino ad ora da un punto di vista “commerciale”. Mi piace il fatto che comprenda tantissime cose, spazia molto tra vari generi tra cui anche il pop e quindi secondo me era la cosa giusta da presentare al pubblico come primo singolo. A mio parere è il nostro nuovo marchio di fabbrica.
Luca bi : Secondo me, da quando lo cominci ad ascoltare sa sempre come sorprenderti. Inizia con questo coro super commerciale e poi subito dopo parte un riff heavy per poi tornare alla voce che è piuttosto pop come melodia. Questo rende l’ascolto più avvincente ed interessante. Cattura l’attenzione dell’ascoltatore.
Ince: Bouch è la cosa più personale che abbiamo mai fatto. Nel senso che uno prima ascoltando un nostro pezzo diceva: “Questo è un bel brano Pop Punk” mentre adesso sentendo Bouch si pensa: “cavolo questo è un brano pop punk figo dei Wel ( abbreviazione per Why everyone Left)”. Quindi siamo più riconoscibili e abbiamo trovato la nostra nuova direzione che è estremamente personale.
Enzo: A noi piacerebbe che questo genere tornasse di moda e la cosa che serve per far si che questo avvenga è non chiudersi in sé stessi facendo sempre le stesse cose ma spaziare e cercare altre influenze. É un genere bellissimo, ma dovrebbe cercare contaminazioni con altri generi anche solo per rinnovarsi. In Bouch abbiamo cercato questo elemento, ovvero la ricerca di un nuovo stile. Questo siamo riusciti a trasmetterlo, secondo me, in tutto l’ep, ci siamo staccati da quelle che erano le nostre influenze per creare uno stile più nostro.
Il video che accompagna Bouch è riuscito, a mio avviso, benissimo. Come lo avete pensato? Avete qualche aneddoto divertente sulla sua realizzazione?
Enzo: Come per il singolo abbiamo cercato di fare qualcosa di più innovativo. Anche se siamo legatissimi alle scene della band che suona ci siamo resi conto che serviva qualcosa di nuovo e per questo abbiamo preso spunto dal mondo “Rap” girando delle scene esclusivamente “Street” dove ci siamo noi che camminiamo per strada. Poi a me è sempre piaciuto il Lyrics Video di “What do you mean” di Justin Bieber che aveva degli scarabocchi che si formavano sullo schermo, così ho voluto metterlo anche nel nostro video e il risultato è stato ottimo. Un mezzo aneddoto è che le riprese sono iniziate adirittura nell’ottobre del 2017, quindi andava avanti da un anno e tra l’altro quelle scene le abbiamo tagliate tutte.
Ince: Un aneddoto sul pezzo in sé, poi, è di quando lo abbiamo perso. É stata una cosa bruttissima. Enzo aveva delle registrazioni sul cellulare.
Enzo: Stavamo andando a suonare a Graz, in Austria, quando in autogrill mi sono accorto che il telefonino era sparito. Panico. Mi interessava di più il brano del telefono e quindi siamo tornati indietro all’autogrill prima per cercarlo ovunque, provando a chiamare in continuazione finché non ha risposto un tipo che non parlava né italiano né inglese. L’unica cosa che abbiamo capito era che dovevamo tornare indietro.
Luca bi: Alla fine era al primo autogrill dopo il confine. Per questa cosa abbiamo perso un sacco di tempo. Siamo arrivati nel posto in cui dovevamo dormire verso le due di notte. Per fortuna che, per strada, ci hanno detto che a causa di problemi logistici la data era stata annullata, altrimenti non saremo mai arrivati in tempo. Però almeno il brano era salvo!
Ci avete fatto due belle sorprese pochi giorni fa. La prima è l’uscita del secondo singolo “Wiskey and coke” e l’altra è la vostra entrata nel Roster della “Penultimate Records”
Ince: Wiskey and coke È uno dei miei brani preferiti in assoluto. É ancora più particolare di Bouch. Segna un ulteriore distacco e non riuscirei a farti un esempio di brani simili in tutta la scena.
Enzo: La realtà di oggi è che a livello di testo e suoni è tutto diventato molto triste e chiuso. I testi seguono tutti questo filone Emo, certo siamo fan di parecchi gruppi così, ma è un peccato che ci sia così poca varietà di temi. Bisognerebbe cominciare a spaziare di più anche negli argomenti, si è persa un po’ quella leggerezza che caratterizzava ad esempio i primi anni 2000. Per questo con questo pezzo abbiamo voluto mettere da parte la moralità e abbiamo voluto parlare di tutt’altro.
Luca bi: Per quanto riguarda l’etichetta “Penultimate Records” siamo contenti perché avevamo già collaborato con loro e quando ci hanno chiesto di pubblicare il nostro nuovo “ep” abbiamo accettato volentieri. Sono australiani e in questi anni sono cresciuti tantissimo acquisendo band di altissimo spessore perciò non possiamo che essere contenti di lavorare con loro per la pubblicazione. Continueremo comunque ad auto-produrci perché così abbiamo la possibilità di essere pienamente noi stessi.

Come definireste il vostro rapporto con i fan?
Enzo: Non ce la sentiamo di chiamarli “fan”, siamo solo una grande community di amici.
Luca bi: I fan secondo me sono semplicemente “regaz” come noi che abbiamo conosciuto grazie al progetto, cioè suonando in giro.
Enzo: La parola “fan” crea quasi un distacco tra pubblico e band, da’ come l’idea di essere un gradino sotto all’artista che sta suonando. In realtà noi vediamo veramente una piccola famiglia che sta insieme e si diverte perciò il legame è lo stesso che si crea tra semplici amici.
Luca: Per come la vediamo noi, dopo i concerti si fa sempre festa insieme. Stai lì, parli, bevi qualcosa insieme. Alla fine fai quello che sei abituato a fare con gli amici, per cui non deve esserci divisione. È strano vederli come “fan”. Non vediamo l’ora di ritrovare tutti i nostri amici portando questo nuovo ep live in giro per l’Italia e l’Europa.