Vita universitaria: come non morire sotto il peso dei libri

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Vivere l’università diversamente è possibile, bastano pochi accorgimenti

Cosa si fa in università? La risposta per certi versi può essere estremamente banale: studiare! Certo, ma l’università non offre solo questo, ma anche qualcosa che ha un valore altrettanto elevato, tanto quanto lo studio delle materie del dipartimento a cui ci si iscrive.

Questo breve scritto è ispirato da una citazione di Seneca tratta da “La brevità della vita”:

Nessuno ti restituirà gli anni. La vita percorrerà la strada intrapresa senza tornare indietro né arrestare il suo corso. Non farà rumore e non darà segno della sua velocità: scorrerà in silenzio, e non si allungherà per l’editto di un re o la volontà popolare. Andrà sempre avanti, senza mai sostare. Che accadrà? Tu hai i tuoi impegni, ma la vita ha fretta: e intanto sarà lì la morte, per la quale, che tu voglia o no, devi avere tempo.

Pietro Paolo Rubens, Seneca morente

Lungi da me dettare regole monolitiche che devono essere seguite pedissequamente, al contrario credo che ognuno, soprattutto uno studente, debba vivere il proprio percorso universitario secondo coscienza come meglio crede. Ma ho intenzione di soffermarmi su qualche dato oggettivo e riscontro empirico che hanno a che fare con gli studenti universitari.

Siamo il secondo paese dell’Unione Europea per numero di abbandoni dei più alti studi: questo dato può sicuramente trascendere dall’ambiente universitario e può di certo essere fortemente influenzato dai costi di iscrizione, libri, cibo, trasporti, oltre che dalla voglia di trovare lavoro e avere la propria indipendenza economica, ma al netto di questo forse uno dei motivi per cui uno studente decide di abbandonare l’università è a causa dell’ambiente, di ragioni sociali e di socialità. Un giovane diplomato è catapultato dalle scuole superiori direttamente nel mondo universitario che ha una funzionalità strutturale totalmente diversa, sostanzialmente si viene lasciati soli a gestire ogni singolo aspetto della propria carriera universitaria: tutto questo è dannatamente giusto, sarebbe anche il caso che questo avvenga già in fase di scuole superiori per consentire uno sviluppo precoce delle capacità di autonomia di una persona.

Dati abbandono studi universitari – Eurostat

Il primo aspetto dunque è la solitudine: in precedenza esisteva un gruppo classe che bene o male si muoveva in simbiosi e si dava supporto, spunti e stimoli, ma nel mondo universitario questo assetto va cercato e costantemente mantenuto. Dall’altro lato esiste una schiera di studenti che si laureano, ma guardano al passato con insoddisfazione e rimorsi, poiché hanno passato cinque anni della loro vita letteralmente con gli occhi fissi sui libri e guardandosi indietro vedono una marea di opportunità perdute poiché troppo distratti dalla costanza dello studio, una scelta di certo lodevole, ma fino a che punto?

Quanto è il costo in termini di sviluppo di capacità sociali e interpersonali rispetto a qualche paginetta in più? Un 110 e lode di una persona che è diventata Quasimodo (non il poeta, ma il gobbo) vale quanto un 110 e lode di chi è riuscito a vivere appieno la vita universitaria sfruttando tutto ciò che gli era messo a disposizione, respirando l’aria di ateneo, di spensieratezza, di interazione, che solo l’università sa dare?

Siamo di cultura troppo affezionati alla conoscenza indotta e abbiamo perso la capacità di discernere cosa più ci piace da ciò che ci viene imposto. Non è forse molto più stimolante partecipare a conferenze su un tema a cui siamo affezionati piuttosto che continuare a sbattere la testa chiusi in una aula studio su di un libro che non ci affascina? Incontrare un collega con cui scambiare due parole riguardo a una materia che appassiona entrambi, discutere in maniera costruttiva senza quella insaziabile voglia narcisista che porta uno studente a cercare di primeggiare sull’altro per un punto o una pagina in più, come se fosse un brandello di carne del nemico con cui cenare.

La speranza (o forse dovrebbe essere un impegno) è che nessuno abbandoni la voglia di studiare e si dedichi a ciò che vuole fare: la giusta quantità di entrambe le cose sarà il cocktail perfetto. È fondamentale fare della vita universitaria una tappa da ricordare in maniera piacevole e rilassata, un periodo in grado di donare conoscenze approfondite, ma allo stesso tempo una mentalità non gretta, un metodo critico di approccio alla realtà circostante, e forse di dare un bene preziosissimo: la capacità di relazionarsi e sapersi dedicare del tempo per respirare e non morire sotto il peso dei libri.

Un arco, se rimane teso tutto il tempo, si rompe e non serve più a nulla. Tale è pure la natura dell’uomo: se vuole sempre dedicarsi a cose serie, senza mai lasciarsi andare allo scherzo, senza accorgersene diventa pazzo o imbecille. Faraone Amasi, tratto dalle “Storie” di Erodoto.

Sono nato a Brescia nel 1994. Laureato in Giurisprudenza, mi interesso di criminologia, vittimologia, diritto penale e storia. Scrivo con l'intento di offrire punti di vista diversi rispetto alla visuale comune, per una diffusione della cultura della legalità.