Un piccolo angolo di paradiso: intervista a Kurt Cobain

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«Bruciare in fretta, ardere per sempre»

Vi racconterò quello che mi è successo giorni fa, so che non mi crederete ma giuro di non essere diventato pazzo.

Ero uscito tardi quella sera per dirigermi in un posto così lontano che mentre guidavo dimenticai quale fosse la mia destinazione e mi ritrovai su una strada che non avevo mai visto prima. Intravidi un locale nascosto ai margini dell’asfalto in uno spiazzo tra gli alberi e decisi di fermarmi per ristorarmi e chiedere informazioni, mi sedetti al bancone e ordinai una birra. Ero perso nei miei pensieri quando una voce mi fece riprendere:
«Hai da accendere?»
Rimasi pietrificato quando alzai lo sguardo, tutto si fermò per un secondo:
«Certo»
Risposi io con voce tremante e mentre allungavo l’accendi-fiamma verso la sigaretta dell’uomo sussurrai:
«Signor Cobain?»
«Sì, piacere, grazie»
Ecco come iniziò l’intervista più importante e più strana che io abbia mai fatto, presi il registratore e chiesi il permesso di fare qualche domanda.

Signor Cobain, sono abbastanza confuso… dove ci troviamo?

Devi sapere che questo è “il piccolo angolo di paradiso” un locale che ospita tutti gli artisti che non sono più in vita ma che vivono attraverso le loro canzoni e il pensiero delle persone, a noi non è concesso morire e siamo condannati a rimanere qui. È una specie di limbo del Rock.

Si può dire che siate dei veri e propri eletti, questa cosa è una benedizione, un grosso privilegio.

Benedizione o maledizione? Non riesco a capirlo tutt’ora, restare in questo posto non mi soddisfa più. All’inizio ero elettrizzato dall’idea di restare qui, pensavo di aver trovato finalmente un posto in cui esprimere tutto me stesso senza le distrazioni dei fan, dei giornalisti, senza dover pensare alla fama e a come mantenerla per pagarmi da vivere. Nessun giudizio negativo nessun tipo di dolore sia fisico che mentale. Persino il mal di stomaco che mi ha tormentato per tutta la vita è scomparso, posso mangiare e bere quello che voglio senza soffrire più. Ma la verità è che mi manca tutto ciò, a tutti quelli che sono qui dentro manca. Quello era il mio essere e la fonte della mia ispirazione. Io sono stato Kurt Cobain perché ho vissuto da Kurt Cobain mentre ora la mia identità è stata strappata, non sono più me stesso, è la punizione più malvagia che potessero infliggerci. Questo posto si chiama angolo di paradiso ma non è altro che un’autostrada per l’inferno.

Quindi lei non scrive più?

Mi dia del tu santo dio. Scrivo ancora ogni tanto ma sono cose senza senso. Ho perso completamente l’ispirazione e quella rabbia viscerale che mi distingueva. Descrivevo uno stato di completa alienazione. Denunciavo i potenti ed esaltavo i più piccoli. Componevo per difendere le mie idee e per affrontare le mie paure, se ascoltate i miei brani potete sentire ancora quel rompicazzi, lamentoso e schizofrenico odiato da tutti i giornalisti e proprio per questo invincibile. Ora non ho semplicemente più niente da esternare. Canto ancora e suono ma salgo sul palco e non è più la stessa cosa, nemmeno la mia voce lo è, così la maggior parte delle volte mi incazzo, sbatto la chitarra a terra e me ne vado. Una volta ho dato fuoco a un amplificatore e tutto il locale è andato in fiamme, per fortuna che nessuno può più farsi male. Non mi hanno mai riconosciuto come songwriter finché ero in vita e nessuno lo farà ora che sono morto.

Come hai vissuto gli ultimi mesi della tua vita?

Non ricordo molto. So solo che un anno prima del tragico evento stavo bene, mi ero rimesso in forma, non mi facevo più e addirittura il dolore allo stomaco mi aveva lasciato un po’ di tregua. Suonavamo in giro per il mondo per il tour promozionale di Nevermind e tutto sembrava andare per il meglio, mi era nata una figlia e l’amavo con tutto me stesso come amavo mia moglie e per loro avrei fatto di tutto. Riuscivo a sopportare di più la pressione e la fama non mi faceva più così schifo.

Poi tutto d’un tratto il tracollo. Tutti i miglioramenti che avevo fatto in quei mesi vennero spazzati via in un colpo solo. Non mi ricordo come andò, se devo essere sincero non so cosa mi fece tornare al punto di partenza. In quei mesi ricordo che tutti gli insegnamenti base del Punk-Rock che avevo appreso nel corso degli anni e l’etica dell’indipendenza si rivelarono esatti, non provavo più emozioni nell’ascoltare musica e nemmeno nel crearla e nel leggere e nello scrivere da troppi anni ormai. Questo mi faceva sentire terribilmente colpevole. Non so cosa mi portò ad agire così, me lo chiedo tutt’ora ma probabilmente è stato tutto il malessere di una vita che si è accumulato nelle mie viscere. Fin da ragazzino pensavo di togliermi di mezzo e ci ho provato ma non volevo farlo prima di scoprire cosa volesse dire “scopare” e non prima di aver raggiunto il mio obiettivo.

Hai qualche messaggio per le nuove generazioni?

Non lasciatevi intimidire, là fuori c’è pieno di gente che crede di essere superiore e vi guarda dall’alto al basso. Non arrendetevi, non lasciatevi inghiottire da questo mondo e trovate il coraggio di dire la vostra, reagite, incrostate i muri con il vostro vomito viscerale e tutto andrà per il meglio. Siate voi stessi, cercate di ardere per poi bruciarvi in fretta.

Grazie mille Kurt, è stato un onore, un’ultima cosa: quelle canzoni che scrive, non è che avrebbe qualche registrazione? Sarebbe un grandissimo tesoro per l’umanità

Vai al diavolo, voi giornalisti siete tutti uguali. Levati dai piedi.

Non vi chiedo di capirmi ma di provare a comprendermi. Disilluso ed esagerato sono sempre stato convinto di non potermi accontentare, mi dedico a tutto ciò che mi appassiona nel miglior modo possibile. Studio lettere e amo la musica alla follia.