Odisseo! Odisseo! Fermati, per favore! Ho bisogno di parlarti. Veramente.
Che succede? Chi siete voi, con questi abiti poco consoni al vostro aspetto e al tenore di vita di quest’isola?
Puoi darmi del tu, Odisseo, davvero. Non vengo da nessun’isola greca, non sono d’alcuna stirpe reale, non posso vantare una discendenza illustre. Ho solo un gran bisogno di parlarti.
Mi stupisce la tua visita. Il tuo parlare rivela che la tua origine non è certo greca.
No, infatti provengo dall’Italia del futuro. Riesco a parlare con te perché ho studiato e studio tuttora la lingua che tu parli.
Credo che gli effetti allucinogeni dei filtri magici di Circe stiano facendo effetto…
Non sono un’allucinazione: sono più vera che mai! Posso porti una domanda?
Tutto è concesso quando non si ha alcuna scelta.
Ecco, mi chiedevo come tu abbia fatto a tornare alla tua Itaca…
Con tutti i mezzi che avevo a disposizione o che mi procuravo.
Non intendo questo in realtà.
Spiegati meglio allora.
Nell’epoca in cui vivo vedo ragazzi alla continua ricerca della propria Itaca, ma spesso vengono scoraggiati da forze esterne e a volte demordono, si lasciano prendere dallo sconforto e non raggiungono mai la loro Itaca.
Ci mancherebbe, altrimenti qui sull’isola ci sarebbe un aumento demografico notevole e dovrebbero tutti stiparsi come mandrie nei campi di mio padre Laerte.
Suvvia, Odisseo, fai il serio. Ti conosco bene e so che stai capendo quello che intendo. Vedo i giovani con gli occhi che vengono spesso spenti da altri, colpiti nei loro punti deboli, nelle loro insicurezze. A volte pensano che la maturità sia quella che si raggiunge al termine degli studi, rappresentata da un foglio di carta in cui pensano di trovare la propria Itaca. Invece vorrei sapere da te, per poterlo spiegare a loro in futuro insomma, che cosa rappresenti davvero Itaca.
Se, come intuisco, sarai un’insegnante, dovrai sempre tenere a mente che Itaca non è una meta precisa, come non lo è stata neppure per me. Itaca è essa stessa il viaggio che si compie per raggiungerla. Perché quando si è in viaggio, e ci si attrezza in ogni modo per continuare a viaggiare, ci si può sentire già sui lidi di Itaca. Nel viaggio si raccoglie la forza per andare avanti e per superare ogni ostacolo, non quando si arriva a Itaca, perché paradossalmente quando si arriva a Itaca si può dire di esser già arrivati.
Esiste un modo per non perdersi?
Sì. Consiste nella forza che si acquisisce nel voler costantemente cercarsi per poi ritrovarsi. Quando si cerca se stessi, ci si sente sfiancati, indifesi, esposti alle intemperie. Sì, ma vivi. Vivi più di sempre, immersi nell’intensa esperienza che solo un viaggio difficile può offrirci.
Come può un insegnante aiutare i ragazzi a trovare il coraggio e la forza necessari per questo arduo viaggio?
L’esperienza è la chiave di tutto. Trasmettendola, si impara a riflettere sulle persone che si è stati. E facendo vedere ai giovani che anche noi eravamo un tempo come loro sono oggi, anche noi assieme a loro apprendiamo sempre più la vera essenza della vita. Anche se sono molto vecchio, voglio che Telemaco comprenda tutto questo, e spero che soprattutto lo apprenda da me.
Quando si può dire di avere nel proprio bagaglio un’esperienza nuova?
Quando si cerca di trovare le parole giuste per descrivere qualcosa che appare per noi inesprimibile, nuovo, non del tutto comprensibile. Infatti è una dote di pochi, quella di avere una mentalità aperta che abbracci nuove parole. Anche questo è segno di maturità, anche questo porterà chiunque la cerchi alla propria Itaca. Itaca è la ricerca, così come l’arrivo.
Deduco che non ci siano indizi per capire come fare a trovare queste nuove parole.
La differenza tra noi uomini naufraghi è che alcuni non vogliono salvarsi, e ancora non sono riuscito a spiegarmene il motivo, e altri fanno di tutto per vivere ancora. In questo secondo gruppo possiamo trovare coloro che riescono a costruire una zattera salda con tronchi possenti perché ne possiedono, altri invece, se in possesso di un fragile ramoscello, si aggrappano ad esso e si lanciano in mare. Ognuno impara da sé, da quello che ha e da chi ha attorno a sé.
E chi tra questi che hai appena descritto raggiungerà la propria Itaca?
Chi avrà saputo cogliere il momento giusto per salpare in mare e cavalcare le onde seppur senza forze, con l’animo affranto ma perspicace e versatile.
Versatile come te, che sei famoso per questo.
Ho imparato ad esserlo, e per questo ho sopportato a lungo. Non c’è nulla che Itaca non possa ripagare con il suo conforto, una volta raggiunta. Non c’è dolore che non possa essere sanato da Itaca. Perché Itaca, dovunque siamo, ci dà un senso, ci rende noi stessi davanti a noi stessi. Ci rende vivi, la nostra Itaca, se sappiamo trovarla.
E come trovarla?
Questa è la vera essenza di Itaca. In un viaggio non si trova nulla ma si scopre, si guarda e si riflette. A volte abbiamo Itaca davanti a noi, ma abbiamo bisogno del nostro tempo per comprenderne il vero significato. A volte è Itaca a presentarsi a noi ma noi non siamo ancora pronti. Ai ragazzi non bisogna elencare nozioni, bensì va insegnata la pazienza e la tenacia. Loro pian piano recepiranno, e un giorno capiranno che così potranno costruirsi una solida zattera per tornare alla propria Itaca, ovunque essa sia.
Ti ringrazio, Odisseo. Ora torno nella mia terra, ma da te ho imparato molto e ti sono grata.
Il dono dell’esperienza è sacro quanto quello dell’ospitalità. Se insegnerai, fai in modo di non dimenticartene. Qualsiasi cosa succeda. E tieni sempre, sempre in mente la tua Itaca.
Te lo prometto, Odisseo. Te lo prometto con tutto il cuore. Vorresti dire qualcosa ai giovani della mia epoca che in questo periodo stanno affrontando diverse prove che li porteranno verso la ricerca della loro Itaca?
Andate avanti, scoprite ciò di cui siete capaci, fidatevi di voi e, vi prego, ricordatevi sempre di volervi bene, ovunque la vostra ricerca vi porterà.