Rape Day: quando lo stupro è un gioco

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Quanto distruttivo può essere l’impatto di un gioco così, perché di gioco si parla, sulla psiche

Immaginate di essere una ragazza non qualunque, con un passato di abusi e lacrime alle spalle, e di volervi iscrivere a Steam per trovare un confronto con una coetanea, un’amica, uno sconosciuto.
Immaginate di essere il genitore di un adolescente di tredici, quattordici anni, e di volergli regalare l’abbonamento al portale di videogiochi su PC per Natale, per permettergli di trascorrere qualche pomeriggio in compagnia di altri ragazzini.
Immaginate di essere un ragazzo violento, irascibile, dai modi bruschi ed impulsivi, magari con precedenti lievi, alla ricerca di un modo per placare la rabbia, per cambiare giro. In tutti e tre questi casi, la prima cosa che farete sarà dare un’occhiata rapida ai titoli presenti nella libreria di Steam, e sicuramente ci sarà un titolo che vi salterà all’occhio nel giro di pochi istanti.

Rape day: il giorno dello stupro.
Il protagonista è un violentatore seriale che, durante un’apocalisse improvvisa nella quale pullulano non-morti e ragazze inermi, decide di diventare un violentatore seriale e sceglie con cura ogni singola preda. Può abusare di ogni corpo che gli sembri attraente. Può filmare i propri atti e riguardarli in una clip di gioco o riviverli ricominciando la caccia, qualora ne senta il bisogno.

Ora, pensate a quanto distruttivo possa essere l’impatto di un gioco del genere, perché di gioco si parla, sulla vostra psiche di vittima, di adolescente ingenuo, di potenziale carnefice.
Ebbene, qui non si parla di finzione, di supposizioni: Rape Day è un titolo che esiste, che è stato caricato in anteprima su Steam, e che è stato downloadato migliaia e migliaia di volte, da altrettante migliaia e migliaia di volti differenti.Agghiacciante, vero? E se vi dicessi che fino a qualche tempo addietro era possibile, anche per un minorenne, vestire i panni di un giovane killer, armato di mitragliatrice, e fare irruzione in un college per compiere la peggiore delle stragi?
E non dimenticate questo piccolo e significativissimo dettaglio: non erano prodotti del deep web, erano scaricabili in pochi secondi da chiunque pagasse un abbonamento alla piattaforma più diffusa al mondo per il pc gaming. Difficile quanto scaricare Candy Crush su uno smartphone.

Steam è ovviamente corsa ai ripari, temendo per la propria società sia il danno d’immagine, sia le denunce, letteralmente fioccate in pochi giorni. Che chi ha inserito il famigerato titolo nel catalogo di download disponibili abbia fatto un errore madornale, per la community videoludica, è cosa assolutamente certa. Quasi nessuno può protestare per la rimozione di un gioco che incita allo stupro… Quasi nessuno. Ma perché “quasi?”
Sembrerà assurdo, ma c’è stato chi ha apprezzato. C’è stato chi ha definito il gioco una goliardata, uno svago innocente, e ha tentato di renderlo nuovamente scaricabile in forma di torrent: più difficile da scovare, tramite ricerche incrociate evidentemente, di modo che chi vuole accedervi debba sapere per forza cosa ha intenzione di fare. C’è stato chi ha pensato che il renderlo proibito lo abbia reso più eccitante.

Le parafilie non sono cosa nuova per i videogiocatori: a volte, in alcuni titoli anche noti ed apprezzati dalla critica, viene presentata una scena, più o meno cruda, in cui il giocatore può assistere, ad esempio, ad uno stupro. In questi casi però, esattamente come nei film che siamo abituati a vedere al cinema, si tratta di scene singole, inserite per dovere di trama, che spesso suscitano rabbia e disgusto.
Outlast 2, survival horror certamente per nulla adatto ai deboli di stomaco, è stato bannato dall’Australia per una sequenza di stupri impliciti, perpetrati da spiriti maligni di sesso femminile. È un gioco disturbante, in cui mutilazioni e jumpscares sono nient’altro che la punta dell’iceberg, ma non è stato condannato negli USA, e tantomeno in Italia, seppur venduto con PEGI 18, quindi non adatto ai minorenni. Così come non è stata vietata agli adulti la visione nei cinema multisala di film horror conditi con torture irripetibili e salsa di pomodoro a non finire.
Non incitano alla violenza, la analizzano e scompongono nella sua crudezza.

Dunque, Rape Day costituisce un caso più unico che raro? Assolutamente no.
Basti pensare all’antro dei videogiochi Hentai, che costituisce un mondo a sé: qui non solo le riproduzioni di abusi sono socialmente accettabili, ma è il videogioco in sé a fungere da valvola di sfogo per le fantasie più perverse. In Giappone non vige condanna se su un computer vengono trovate immagini ritraenti ragazze anime che subiscono violenza da una mostruosa piovra e si dimenano per fuggire, nella speranza di sciogliere i loro legacci: “è finzione”. E quale sarebbe la differenza con Rape Day allora?

Questo sostengono i fanatici del simulatore di stupro: se è un’immagine, non è reale. Un prodotto culturale dell’industria pornografica di un intero paese, con una tradizione di disegno secolare, seppur di gran lunga opinabile per i contenuti, viene messo a confronto con un videogioco creato per diseducare.
È la gogna mediatica, allora, a decidere in quale caso l’immaginazione possa essere avvalorata dai pixels e sfociare in un eventuale crimine. In questo caso, fortunatamente, si può dire che essa abbia funzionato.