The Umbrella Academy

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Un disastro di famiglia con i superpoteri

«Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro. Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo» affermava Lev Tolstoj.

Non c’è citazione migliore per descrivere la nuova serie targata Netflix, The Umbrella Academy. Ideata e prodotta dallo showrunner Steve Blackman (Fargo) la serie è basata sull’omonima graphic novel di Gerard Way – cantante dei My Chemical Romance – e disegnata da Gabriel Bà.

Nell’ottobre del 1989, 43 donne in tutto il mondo partoriscono contemporaneamente. Un fatto apparentemente normale e naturale ma strano allo stesso tempo in quanto le signore all’inizio della giornata non mostravano alcun segno di una gravidanza. Sette di quei cari pargoletti così dolci e carini, vengono adottati dall’eccentrico miliardario Sir Reginald Hargreeves e trasformati in una squadra di supereroi sempre pronta per salvare il mondo, la Umbrella Academy del titolo. Infatti, quei bambini hanno abilità particolari – per non dire superpoteri – che vengono studiate e analizzate dal loro padre adottivo, troppo preso dai loro poteri stupefacenti per provare a conoscere davvero i suoi figli. A sottolinearlo, il burbero uomo affibbia loro dei numeri e non dei nomi veri, a cui ci dovrà pensare la loro madre, un’androide che per movenze e stile sembra appena uscita da una pubblicità degli anni ’50. La classica famiglia perfetta, vero? Un po’ in stile Mulino Bianco.

Ma cosa è successo a quei sette bambini che dovevano essere la speranza per il mondo, la luce e il cuore pulsante di una nuova giustizia? Beh, uno è morto, uno è scappato di casa senza fare più ritorno e quelli rimasti sono cresciuti pieni di rabbia e costruendo muri su muri per allontanarsi dai propri fratelli.

Passano gli anni. Ora Luther è un’astronauta, Diego un vigilante notturno alla Batman dal pessimo carattere, Allison una famosa attrice, Klaus un’amante del divertimento che entra ed esce dai centri di disintossicazione e Vanya una violinista squattrinata. Sono solo due le cose che hanno in comune: una vita molto lontana dalla perfezione e un padre assente a livello affettivo per cui provano un astio quasi viscerale.

Ma un giorno i fratelli, ormai estranei fra loro, vengono a sapere che il loro padre è morto e si riuniscono per il funerale. E quale giorno migliore per rifarsi vivo? Numero 5 – il figlio fuggitivo – torna dal futuro dove era rimasto incastrato per 50 anni, sganciando una bomba più inaspettata della morte del loro caro papà: il mondo finirà tra otto giorni e spetta a loro salvarlo.

La prima stagione, uscita il 15 febbraio scorso, si ispira al primo volume della graphic novel Apocalypse Suite. Molto diversi dal punto di vista della trama, serie tv e fumetto condividono un ritmo incalzante e mai noioso mentre a piccole dosi – quasi fosse una medicina – facciamo la conoscenza del passato dei protagonisti, i quali ci appaiono come personaggi tanto complessi quanto umani. Soprattutto Klaus – interpretato da Robert Sheehan – colpisce lo spettatore con la sua parlantina e i suoi modi sempre esagerati e fuori luogo con la pesantezza di un pugno allo stomaco. Veniamo investiti da un’onda anomala di carisma a metà strada  tra il suo personaggio nella serie britannica Misfits e il buon Lucifer dell’omonima serie. Ma nonostante i modi sempre sopra le righe, il suo personaggio racchiude una fragilità spaventosa – merito anche di traumi passati – che ci spingono a empatizzare con lui.

E poi c’è Vanya, personaggio insicuro e dall’aspetto da cucciolo ferito, timido, personaggio che all’apparenza sembra inutile ma che in verità è il perno della storia e che nasconde una grande forza. Un po’ come se fosse l’ultima ruota del carro. A intrepretarla troviamo la grandissima Ellen Page, ben lontana dai modi sgangherati di Juno e più sulla falsa riga del Charlie di Noi siamo infinito.

Sceneggiata da Jeremy Slater che ha fatto un lavoro magistrale nel trasporre dalla carta allo schermo le atmosfere dark del fumetto, ci troviamo davanti una serie diversa da quelle sui supereroi a cui siamo abituati. Quelli che ci vengono presentati non sono supereroi, anzi ne sono ben lontani. Sono persone che si ritrovano in situazioni più grandi di loro, un po’ quello che succede a ognuno di noi almeno una volta nella vita.

Non vengono lasciati a se stessi nemmeno i villains Cha-Cha e Hazel, che seguendo la moda che ci accompagna da quando abbiamo fatto la conoscenza di Loki, ci invitano a simpatizzare per loro portandoci a sperare in un happy ending di massa, un po’ come succedeva alle amate Regina e Zelena di Once Upon A Time.

Con una gran dose di humor, una colonna sonora scoppiettante e mai fuori posto, dei vestiti che rispecchiano le personalità di ogni singolo personaggio in ogni loro stato d’animo, la serie si presenta come un prodotto originale ben riuscito e che porta a sperare in una seconda stagione per saperne di più su questa famiglia sgangherata. Perché più di una serie su dei supereroi problematici che devono salvare il mondo alla The Avengers, è una serie che parla soprattutto della famiglia, di crescita personale e del legame indissolubile che lega fratelli e sorelle.

Martin Luther King diceva: «Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come fratelli». Loro decisamente non hanno ancora imparato. Ma ci stanno provando.

Che dire di me? Amo leggere, inventare storie, e perdermi nella sala buia di un cinema. Adoro quel momento magico in cui le luci si spengono e il film si appresta a iniziare. Sono una ragazza cresciuta a pane, sogni e libri; e che puntualmente a fine giornata si ritrova con la mano sporca di inchiostro.