L’importanza di chiamarsi Ernest – L’apparenza inganna

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Donne, uomini, equivoci e tanti guai

«Un poeta può sopravvivere a tutto, tranne che a un errore di stampa» 

Oscar Wilde, nato a Dublino nel lontano 1854, è una delle figure più emblematiche e controverse della storia. Tradizionalmente associato alla figura del dandy, fin dalla giovane età non fu mai particolarmente popolare né tra gli insegnanti, né tra gli studenti; sarebbe il tipico outsider dei giorni nostri. Ma come spesso diceva il nostro drammaturgo: «C’è al mondo una sola cosa peggiore del far parlare di sé: il non far parlare di sé».

Uno dei suoi testi teatrali più famosi è L’importanza di chiamarsi Ernest, commedia in tre atti composta nel 1895, che mira a descrivere la superficialità e l’ipocrisia della società vittoriana e delle sue convenzioni intramontabili: il fidanzamento, il matrimonio e il senso di appartenenza a una classe sociale, specialmente agiata.

Il primo atto è ambientato a Londra, dove troviamo un ricco giovane uomo di nome Jack Worthing. Il buon signore vive in campagna, ma quando vuole godere dei piaceri della vita di città si inventa di avere un fratello scapestrato di nome Ernest, e di avere il sacro compito di tirarlo fuori dai guai. Ma in verità, Jack in città è conosciuto come Ernest. Il giovane è innamorato di Gwendolen, la cugina del suo migliore amico Algernon Moncrieff, la quale sogna da sempre di sposare un uomo di nome Ernest.

Ma Jack deve superare il grande ostacolo nella vita di ogni uomo innamorato deciso a prender moglie: la madre della sposa. In questo caso, facciamo la conoscenza di Lady Bracknell: dispotica, arrivista e dotata di una dialettica più che arguta. La simpatica signora proibisce a sua figlia di sposarlo.

Ovviamente la commedia presenta una società aristocratica i cui membri sono spesso arroganti, formali e attaccati ai soldi. La nostra lady B. in particolare incorpora lo stereotipo dell’aristocratica snob e diviene la caricatura di quella classe sociale, specialmente grazie ai suoi assurdi commenti, espressi nella maniera più seria possibile. Wilde infatti usa la tecnica dei contrari: dire la cosa più assurda nel modo più serio. Da non scordare che il motto del drammaturgo era di: «trattare tutte le cose serie della vita con sincera e studiata trivialità».

Nel secondo e terzo atto invece, la scena si sposta in campagna. E vede Algy, incuriosito dalle descrizioni di Jack sul conto di Cecily – adolescente piena di sogni sottoposta alla sua tutela legale – recarsi nella villa di campagna dell’amico per conoscerla, spacciandosi per Ernest, il fratello scapestrato di Jack. Solo che poco dopo la villa diventa terreno di arrivo anche per Jack, Gwendolen e sua madre, cosa che darà il via a tutta una serie di situazioni irriverenti, strane complicazioni ed equivoci; fino al colpo di scena finale.

Attraverso l’uso di un’ironia drammatica, di dialoghi pungenti e brillanti, Wilde fa una parodia dell’amore romantico e dei falsi valori. Così facendo, egli mira a scuotere le certezze della società del suo tempo – l’educazione, l’amore, e la famiglia – mostrandone sul palcoscenico le assurdità e paradossi. Il pubblico quindi, si ritrova a ridere inconsapevolmente dei propri difetti e della propria immagine.

L’edizione italiana del testo presenta un serio problema di traduzione. Il titolo originale infatti si basa su un gioco di parole impossibile da tradurre – e quindi molte volte storpiato in L’importanza di essere Fedele, L’importanza di essere Onesto o anche L’importanza di essere Probo – che vede al centro di esso l’aggettivo inglese earnest (onesto, affidabile) e il nome proprio Ernest, che in inglese hanno la stessa pronuncia. Su questo gioco di parole si basa il paradosso fondamentale della commedia, reso ancora più divertente dal fatto che nessuno dei personaggi è onesto. Con questo espediente Wilde mette in luce tutta quella cura dell’apparenza e della forma dell’alta società vittoriana che mirava a nascondere tutti i difetti di una classe sociale piena di sé.

La commedia fu un successo immediato, mai spentosi nel tempo e che diede il via a una serie di repliche e adattamenti cinematografici. Di questi ultimi, si ricorda quello di Oliver Parker del 2002, che vedeva Colin Firth vestire i panni di Jack, Rupert Everett quelli di Algy e la straordinaria Judi Dench quelli di Lady Bracknell.

Oscar Wilde è e rimarrà uno dei più famosi e carismatici drammaturghi della storia del teatro, una figura che è stata in grado di guardare oltre l’apparenza della sua stessa classe e di vedere che “non è tutto oro quello che luccica”; e ha avuto il coraggio di scriverne a riguardo.

Perché, come diceva: «Siamo tutti nati nel fango, ma alcuni di noi guardano le stelle».

Che dire di me? Amo leggere, inventare storie, e perdermi nella sala buia di un cinema. Adoro quel momento magico in cui le luci si spengono e il film si appresta a iniziare. Sono una ragazza cresciuta a pane, sogni e libri; e che puntualmente a fine giornata si ritrova con la mano sporca di inchiostro.