Il finale agrodolce di Game of Thrones

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Nella notte tra domenica e lunedì si è chiusa la serie tv più seguita di sempre, dopo dieci anni e otto stagioni: cosa ci ha lasciato?

Game of Thrones resisterà all’aria del tempo. Non ce ne dimenticheremo domani, né tra un mese, né tra qualche anno. È già un classico, come i Promessi sposi, come Shakespeare, come Dante. È un classico inedito, trasversale, proteiforme. È nuovo nella forma, perché unisce letteratura e visualità, con esiti e finali diversi, senza per questo perdere mai la sua unità (perché sì, libri e serie sono un tutt’uno, universi paralleli e intersecati al tempo stesso). È nuovo nel contenuto, perché scardina finalmente i dettami dell’epica ottocentesca. Game of Thrones ci racconta la complessità dell’umano, quella lotta quotidiana fatta di ambizioni, invidie, piccole gioie, ferite. Ci racconta un mondo fatto di merda e sangue, ci illude donandoci degli eroi che puntualmente cadono in rovina. Perché gli eroi non esistono, perché la vita non è una lotta tra bene e male, perché non c’è sempre un lieto fine. Basta con la retorica dei grandi classici, basta con i soliti Star Wars e Il Signore degli anelli, dove il bene ha nome e cognome e il male è ben definito. Basta con il paternalismo. La vita è altra cosa e Game of Thrones, pur con il suo universo fantasy, ci ha fatto il ritratto.

Da qui in poi parliamo dell’ultima puntata e più in generale dell’ultima stagione, cercando di analizzare gli errori della sceneggiatura, l’evoluzione dei personaggi principali e qualche immagine che difficilmente scorderemo. Se non siete in pari con le puntate, non proseguite!

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Cominciamo dalla sceneggiatura, che tante critiche ha subito nelle ultime settimane. Si diceva che la cifra stilistica della serie è sempre stata l’attenzione per la complessità dell’umano, anche e soprattutto nelle sue storture e perversioni. I personaggi che forse meglio incarnano lo “spirito” di Game of Thrones sono Ditocorto e Varys: tessitori di trame, ambiziosi ma anche idealisti, senza scrupoli ma deboli, scaltri ma sconfitti. In una parola: uomini. La loro progressiva perdita di importanza ha segnato l’evolversi della serie nelle ultime due stagioni. Dall’epopea della complessità si è passati alla più classica delle polarizzazioni cinematografiche. Dalla sagacia di Ditocorto e Varys si è passati alla più noiosa delle lotte tra bene e male, tra vita e morte. La serie ha dunque tradito se stessa? Non del tutto.

Qualcuno potrebbe dire, non a torto, che l’inizio della parabola discendente della serie coincida con il distacco dai libri. In effetti, come portare a compimento l’arazzo di storie ordito da G. R. R. Martin? La scelta degli sceneggiatori è stata, forse, una scelta di comodo. Piuttosto che avventurarsi in un territorio inesplorato hanno preferito via via semplificare la trama e gli intrecci, avvicinando sempre più i personaggi e sfrondando i rami laterali. Al tempo stesso hanno scelto di polarizzare ogni storia, mantenendo in gioco soltanto tre fazioni, decisamente più facili da gestire: Cersei, Estranei e Danearys. Alla mancanza di complessità si è tentato di compensare con un’impronta più cinematografica: meno dialoghi, più sequenze di sguardi, più azione, meno logica. Non sono passati inosservati alcuni momenti davvero assurdi: la morte del drago Rhaegal nella quarta puntata (resa ancora più irragionevole dall’inutilità degli scorpioni nella puntata successiva), il fatto che gran parte dell’esercito di Danearys sia sopravvissuto alla battaglia contro gli Estranei, il caso che deposita il naufrago Euron proprio di fronte a Jaime, la nonchalance con cui dopo otto – dico OTTO – stagioni di guerre si elegge il nuovo re. A tratti si è avuta l’impressione di star guardando un film degli Avengers, anche per l’infinità di duelli personali messi in scena per puro fan service. Ma forse è soltanto il nuovo che avanza.

Si poteva fare diversamente? Io non credo, soprattutto tenendo conto dei tempi e delle necessità dello show business. Non a caso l’inventore dell’universo di Game of Thrones, G. R. R. Martin, si è arenato dopo la morte di Jon Snow e da nove anni ormai non riesce a proseguire la sua saga. Un motivo ci sarà. Rimangono alcune idee brillanti bruciate troppo in fretta, come vedremo tra poco. Perché dunque sei puntate e non dieci? Perché preferire lunghe sequenze di pathos al ritmo rapido cui eravamo abituati? Impronta cinematografica, una serie che ambisce a diventare meglio di un film.

Veniamo ora all’evoluzione narrativa dei personaggi, che – chi l’avrebbe mai detto – ha destato più di qualche malumore.

Danearys. L’idea di far impazzire il personaggio più amato della serie è tutt’altro che banale. Certo, visti il padre e il fratello ce lo si poteva aspettare, ma si tratta pur sempre di un colpo di scena ben orchestrato. Ce lo spiega proprio Tyrion nel finale, ripercorrendo i massacri compiuti dalla Madre dei draghi, e avvenuti «sempre contro persone malvagie, dunque chi avrebbe mai potuto protestare?». La crudeltà e la pazzia di Danearys erano sempre state lì, come testimoniano le sue innumerevoli reazioni violente, gli scatti d’ira e la sua incapacità di perdonare chi ne tradiva la fiducia (fa eccezione la caparbietà di Ser Jorah). La sua evoluzione ricorda vagamente quella di Anakin Skywalker in Star Wars – talmente ossessionato dal proprio destino da tramutarsi in Darth Vader – e ci mostra cosa diventa l’eroe romantico nella realtà. Eppure, quello che in un film di due ore e mezza (La vendetta dei Sith) appare un passaggio totalmente logico – da paladino degli indifesi a tiranno -, in Game of Thrones risulta invece una trasformazione ex abrupto, nonostante un’intera stagione a disposizione. Danearys impazzisce di punto in bianco, come se dopo aver seminato per tante stagioni piccoli indizi sulla sua vera indole, gli sceneggiatori avessero deciso di far il passo più lungo della gamba, lasciandoci un po’ l’amaro in bocca.

Jon. L’ottava stagione del Re del Nord si potrebbe riassumere in una sola battuta: «she is my queen!». Si conferma il personaggio piatto che abbiamo conosciuto nelle precedenti stagioni, un uomo che conosce un’unica dimensione, quella dell’onore. Il suo filone narrativo è certamente il più noioso e il più frustrante della serie, se non altro per le aspettative di cui si era caricato con la scoperta della sua vera identità. Chiude la serie tornando nel posto a cui appartiene, al di là della Barriera, e ancora una volta non è una cattiva idea. Ma come ci siamo arrivati? Il fatto che per mandarcelo lo condannino a servire i Guardiani della Notte rasenta il tragicomico. Nei libri non è prevista la sua resurrezione e forse è giusto così: nelle ultime tre stagioni non aveva veramente molto da dire.

Tyrion. In molti hanno visto nella sua evoluzione uno spreco terribile. Dopo aver passato tre stagioni a dare consigli inutili, soltanto nel finale di stagione ritorna ad essere ciò che è: l’uomo più intelligente e sagace dei Sette Regni, capace di deciderne il futuro. Forse non avrebbero dovuto farlo smettere di bere vino…

Jaime. Come dar loro torto a folle di fan inferociti? Il filone narrativo di Jaime subisce più ribaltoni di chiunque altro. Lascia l’ossessione della sua vita, aka Cersei, per unirsi ai buoni e sembra così completare un’opera di redenzione durata sette stagioni, che l’ha reso uno dei personaggi più amati e riusciti della serie. Dopodiché si lancia in un’improbabile love story con Brienne (puro fan service) e nella puntata successiva ritorna da Cersei, non prima di aver ucciso Euron in un altrettanto improbabile duello. Certo, vederli morire abbracciati sotto le macerie della Fortezza Rossa è stato commovente, ma non ci si poteva arrivare un po’ meglio?

Arya. Ha ucciso il Night King e per questo si è meritata onore e gloria imperituri. O forse no? A parte un goffo brindisi, non si ricordano particolari festeggiamenti per la ragazza che ha salvato il mondo. Al di là di ciò, il suo personaggio tocca l’apice e si esaurisce con quel balzo alle spalle del re degli Estranei. Dalla terza puntata in poi si registra soltanto un’inutile gita ad Approdo del Re e un’inspiegabile sequenza di sguardi con un cavallo bianco. Chiude la serie indossando i panni di un novello Jack Sparrow ai confini del mondo. Forse era meglio fermarsi a quel balzo.

Sansa. Leghista fino al midollo, alla fine ottiene ciò che desidera: l’indipendenza del Nord. Anche qui, obbligando lo spettatore a sovvertire ogni logica. «Il Nord non è disposto ad inginocchiarsi un’altra volta», sentenzia al momento di scegliere il nuovo re dei Sette – ops, Sei – Regni. Peccato che il re sarà proprio uno Stark di Grande Inverno: i vassalli del Nord non dovrebbero far altro che ribadire il loro giuramento alla casata. Tralasciando ciò, Sansa è probabilmente il personaggio più riuscito della serie: da antipatica ragazzina viziata e spocchiosa a Margaret Thatcher di Westeros la strada è stata lunga, ma ora il Nord ha un sovrano forte e saggio.

Cersei. Alla fine ci siamo ritrovati a provare pena per lei, ci siamo lasciati convincere che non fosse malvagia, che volesse soltanto proteggere i suoi figli. Merito senza dubbio della crudeltà di Danearys, che oscura in maniera un po’ immeritata uno dei migliori villain mai costruiti.

Alcuni spunti di riflessione dopo il finale.

  • Il vero protagonista è Drogon e il titolo dell’episodio lo suggerisce. È lui a spezzare la ruota: comprende la necessità del gesto di Jon e per questo non solo lo risparmia, ma ne completa l’opera, distruggendo quello che in molti hanno paragonato all’anello di Tolkien. Il trono di spade è un oggetto che corrode chiunque lo possieda.

  • La serie ha lasciato molti dubbi che rimarranno irrisolti. Qual è il senso dei sacrifici rituali compiuti dagli Estranei? Cosa significa la lunga sequenza che chiude il quinto episodio, con Arya che cavalca un cavallo bianco che non ritroveremo nell’episodio successivo? Cosa stava facendo Bran durante la battaglia con il Night King?
  • L’episodio si chiude nello stesso modo in cui la serie è iniziata: uomini che si avventurano oltre la Barriera.

  • La riunione del Concilio ristretto con cui si chiude la storia di Tyrion è riuscita in pochi minuti a ridonare alla serie la freschezza d’un tempo: battute sagaci, bravi attori, tempi serrati. Ce ne fossero state di più di scene del genere!

  • «Il lupo solitario muore, il branco sopravvive», dicevano gli Stark. Eppure ecco i nostri figli di Grande Inverno andarsene ognuno in direzione diversa. D’altro canto, il modo in cui si sono conclusi i filoni narrativi di Jon, Sansa e Arya lascia grande spazio per eventuali spin-off. Sicuramente ce ne saranno, anche se i progetti in cantiere per ora riguardano il passato di Westeros. Li aspettiamo con ansia e fino ad allora, lunga vita a Bran lo Spezzato!

Se volete ripercorrere in maniera nostalgica la strada fatta insieme a Jon, Arya, Sansa, Tyrion e tutti gli altri, qui trovate un breve video: un secondo per ogni episodio della serie.

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: «Che fai tu Luna in ciel?». È lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.