La ricerca delle origini

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Per un figlio adottato, le domande “Chi sono? Da dove vengo?” sono interrogativi che generano dubbi e dolore.

Per un figlio adottato, le domande “Chi sono? Da dove vengo?” sono interrogativi che generano dubbi e dolore. La domanda che ci poniamo noi è la seguente: la legge italiana può rispondere a questo desiderio di fare chiarezza sul proprio passato?

“La pratica dell’esposizione, intesa come abbandono di un figlio in luogo pubblico, è una pratica antichissima. La previsione dell’anonimato della madre naturale risale al diritto romano, e rispondeva all’esigenza di evitare l’infanticidio”, afferma l’avvocato Monica Ravasi nell’introdurre alla questione.

Più in là nel tempo, i figli che le madri non potevano nutrire o accudire venivano spesso consegnati ai brefotrofi insieme ad un segno di riconoscimento, un oggetto spezzato o tagliato a metà con cui dimostrare il legame con il pargolo; dal momento che gli abbandoni erano causati nella maggioranza dei casi dall’impossibilità economica all’allevare il neonato, rimaneva nei genitori la speranza che le condizioni di vita cambiassero, per poterlo così riscattare. 

Nel nostro ordinamento, o meglio in quello del Regno d’Italia, il primo decreto da considerare a riguardo è stato il R.D.L. n. 798 del 1927, rubricato “Norme sull’assistenza degli illegittimi, abbandonati o esposti all’abbandono”, che delineava un codice di condotta per tutelare i trovatelli. Da questa data si può compiere un salto cronologico alla legge 184 del 1983, la quale non dava possibilità al minore di conoscere la propria famiglia naturale; quest’ultimo diritto, in ossequio alla Convenzione sui diritti del fanciullo (New York, 1989), è stato invece riconosciuto dalla legge 149 del 2001, per la quale diviene possibile rintracciare la madre qualora abbia riconosciuto il figlio alla nascita. Se ciò non è avvenuto, invece, ai sensi del decreto n. 396 del 2000 la madre ha diritto a rimanere anonima per 100 anni dalla nascita del figlio, “condannando” di fatto quest’ultimo a non conoscerne il nome… a patto di non superare il secolo di vita.

Una pronuncia costituzionale molto importante, la n. 278 del 2013, apre le porte ad una diversa prospettiva: non si è ancora giunti ad una codificazione normativa in materia, ma si è arrivati a considerare illegittimo il comma VII dell’articolo 28, legge 184, ovvero “L’accesso alle informazioni non è consentito se l’adottato non sia stato riconosciuto alla nascita dalla madre naturale e qualora anche uno solo dei genitori biologici abbia dichiarato di non voler essere nominato, o abbia manifestato il consenso all’adozione a condizione di rimanere anonimo”

Al momento, la soluzione più plausibile potrebbe considerarsi la riduzione dell’arco di tempo previsto dalla legge: “Occorre prevedere un meccanismo che eviti le ricerche della madre non consenziente, la quale potrebbe essere difficilmente raggiungibile se non tramite indagini di polizia che potrebbero violare la sua privacy”, dice ancora l’avvocato Ravasi. Ad oggi, tuttavia, nell’epoca dei social network, può prospettarsi un altro tipo di ricerca, più individuale, fai-da-te e slegata dal ricorso ad un’autorità: è forse il modo più pericoloso di avvicinarsi ad un “segreto” che talvolta è necessario rimanga tale, perché non si creino situazioni dannose sia per la famiglia originaria che per l’adottato. Creare una sorta di sandbox per il passaggio di informazioni sensibili è necessario tanto quanto è indispensabile che i genitori adottivi siano sempre disponibili a seguire il proprio figlio nella ricerca di risposte, ad accompagnarlo anche in questo caso senza sentirsi “traditi” dal suo desiderio di conoscere il proprio passato.

Come riporta Greta Bellando, “da uno studio condotto in Italia su 364 adottivi adulti è risultato che alla domanda ‘Ha cercato di avere o vorrebbe avere maggiori informazioni sulla sua famiglia di origine?’ le risposte hanno indicato che il 35% vorrebbe cercare, il 12% ha cercato, il 53% non ha cercato e non vorrebbe cercare”. Trigger per l’inizio di questa ricerca, che non pare essere comunque un desiderio maggioritario, sono la nascita o l’adozione di un figlio, il matrimonio o la morte dei genitori adottivi, come riporta ancora la Bellando: momenti chiave della vita, dunque, innescano il desiderio di cercare e trovare i dati mancanti del proprio passato, per colmare un vuoto che si fa d’improvviso più ampio e pesante da sopportare. 

La conclusione, in tutto questo, rimane una sola: se è vero, come afferma Kavafis, che il viaggio conta molto più che l’approdo, la ricerca delle origini dev’essere un momento condiviso, in un certo senso protetto da un ambiente favorevole ad assorbire l’eventuale contraccolpo di una risposta non gradita agli interrogativi fondamentali sull’identità dell’adottato; dev’essere un percorso intrapreso fra i Lestrigoni della burocrazia con la consapevolezza che la famiglia adottante rimane comunque Itaca.

Nata a Conegliano Veneto, da quando ha imparato a tenere una penna in mano adora riempire ogni pagina bianca con l'inchiostro dei pensieri; si è laureata in Lettere Moderne all'Università di Udine, mentre attualmente studia Editoria e Giornalismo all'Università di Verona, dedicando il tempo libero alla scrittura e alla fotografia.