Il teatro dell’assurdo

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Come il nonsense e un pizzico di sana follia hanno salvato gli spettatori

Nome della cura in questione: teatro dell’assurdo.

Dosaggio consigliato: almeno una volta al giorno, così che il medico si levi di torno.

Precauzioni d’uso: mai a stomaco vuoto.

Effetti indesiderati: nessuno degno di nota.

Derivazione: definizione formulata dal critico Martin Esslin.

Questo tipo di teatro inizia nel 1950 con la prima rappresentazione de La cantatrice calva di Ionesco.

Quando si parla di teatro dell’assurdo, non si discute di un vero e proprio movimento o di una scuola di pensiero, ma di un gruppo di autori accomunati da alcuni elementi simili. Esso gravitava intorno a Parigi. Nota bene: non ne fanno parte solo autori francesi.

Maggiori esponenti: Eugène Ionesco (padre di questo tipo di teatro), Samuel Beckett, Arthur Adamov, Jean Genet.

Nasce perché: appena conclusi i due conflitti mondiali, la società stava vivendo una crisi economica, politica e soprattutto sociale, una crisi di valori e uno smarrimento senza precedenti. La società era implosa su se stessa e si trovava in una condizione di inumanità. Le persone avevano visto gli orrori della guerra – troppo dolore e per troppo tempo – e avevano bisogno di imparare nuovamente a essere civili, a essere umani. Gli spettatori avevano bisogno di qualcosa di nuovo, qualcosa di rivoluzionario.

E proprio perché si viveva in un clima di diffidenza, in cui la maggior parte dei media avevano tradito gli uomini e si erano prestati e “prostituiti” come mezzi di propaganda – nessuno escluso, dai giornali alla letteratura, dal cinema alla radio – gli spettatori avevano bisogno di qualcosa che non li avrebbe manipolati. Per questo, il teatro fece l’estremo sacrificio: si spogliò della sua immensa e lunga storia e rifiutò la sua identità. Si privò del linguaggio, dimenticò volutamente ogni intreccio ed eliminò il suo elemento fondamentale, o per meglio dire qualificante. L’azione.

E compì l’ennesima magia.

Caratteristiche: esso scardina ogni convenzione e regola che fino a quel momento era appartenuta al teatro (Ionesco, a esempio, per La cantatrice calva afferma che la sua opera è un anti-commedia).

Il teatro dell’assurdo dipinge l’impossibilità alla comunicazione che vi era tra gli esseri umani a quell’epoca, distrutti dal conflitto. Proprio per questo, i personaggi di questo tipo di opere parlano tanto ma non comunicano davvero tra loro, non c’è un vero dialogo.

Il linguaggio viene quindi destrutturato: i personaggi – che paiono vivere senza uno scopo effettivo – si cimentano in dialoghi senza senso, ripetitivi, ricchi di frasi fatte e surreali, presentandosi quasi come mere marionette, automi che vivono nel proprio mondo, separati da una barriera invisibile da chi gli sta intorno.

Così facendo, il teatro dell’assurdo dipinge con attenzione quasi metodica l’alienazione dell’uomo contemporaneo: solo, angosciato, disilluso.

Viene riscoperto l’atto unico (entrato in auge a fine Ottocento), non come forma minore d’espressione drammaturgica ma come unica forma capace di esprimere il disagio dell’uomo-spettatore.

Scopo: Esslin afferma che lo spettatore deve avere il coraggio di trarre le proprie conclusioni, e quindi di fare i propri errori. Questo tipo di teatro, attraverso la mancanza di scene e dialoghi sensati, da un lato costringe l’uomo a una riflessione obbligatoria su se stesso e sulla propria condizione, dall’altro lo rieduca sui valori che stanno alla base della sua persona.

Conseguenze: per assurdo che sia, il teatro dell’assurdo diventa il mezzo d’espressione dell’uomo contemporaneo, smarrito tra le rovine delle città distrutte e un cuore che sanguina per le perdite subite. Tramite la sua illogicità, esso dona nuova linfa necessaria allo spettatore, il quale riprende man mano coscienza di sé.

Esito: la critica ebbe fin da subito un atteggiamento favorevole a questo tipo di teatro, mentre il pubblico rimase un po’ perplesso salvo poi capirne l’intento, iniziando ad apprezzarlo. Così facendo, il teatro dell’assurdo divenne un vero e proprio filone del teatro contemporaneo.

Albert Einstein diceva: «La logica vi porterà da A a B. L’immaginazione vi porterà dappertutto

Controindicazioni: perché dovrebbero essercene? Ha mai fatto male un poco di pazzia?

Che dire di me? Amo leggere, inventare storie, e perdermi nella sala buia di un cinema. Adoro quel momento magico in cui le luci si spengono e il film si appresta a iniziare. Sono una ragazza cresciuta a pane, sogni e libri; e che puntualmente a fine giornata si ritrova con la mano sporca di inchiostro.