Quella che vi sto per raccontare è stata l’avventura più bella della mia vita.
Tutto è incominciato per caso, come avviene nelle belle storie che leggiamo nei libri, nella sera di domenica 25 marzo 2018, mentre mi trovavo in treno con una mia amica, di ritorno da una masterclass di musica popolare slovena.
Mi raccontò che stava preparando l’audizione per EuroChoir, e mi chiese se sapessi cosa fosse. Certo, lo sapevo. Ne avevo sentito parlare e mai mi era passato per la mente di provare a candidarmi dato l’elevato livello artistico e professionale di cui non pensavo di essere all’altezza.
Si tratta del Coro Giovanile Europeo, un organico che si rinnova ogni anno attraverso audizioni inviate attraverso un apposito form online da coristi di tutta Europa. Anche la sede delle prove e i direttori cambiano ogni anno: nel 2018 sarebbe toccato a Mikko Sidoroff (dalla Finlandia) e Maria Van Nieukerken (dai Paesi Bassi), che avrebbero dato vita al progetto dal 19 al 26 luglio a Helsinki (Finlandia) e dal 27 al 31 luglio occasionalmente a Tallinn (Estonia) in occasione di Europa Cantat, il più importante festival corale europeo che si tiene ogni quattro anni in una città diversa.
Ascoltando l’entusiasmo della mia amica e osservando il mare triestino che si dileguava accanto a me dietro il finestrino assieme a uno splendido tramonto, per la prima volta sentii voglia di libertà. Una volontà irrefrenabile di provare l’audizione, di mettermi alla prova, di misurarmi con l’imprevedibile. Mi dissi tra me e me che non avrei dovuto pensarci, che avevo già abbastanza impegni da portare a termine ma davvero, qualcosa dentro di me spingeva con forza e poche volte mi ero sentita così protesa verso l’orizzonte.
Le dissi che ci avrei pensato e la sera stessa ne parlai con mia madre. La vidi incredibilmente entusiasta dopo che ebbe capito la portata della possibilità che mi ponevo davanti. Avevo pochi giorni, avevo esami in vista da preparare, insomma non era proprio il momento adatto per mettersi a fare una cosa del genere. Guardai il brano d’obbligo, che era To see a world di S. D. Sandström. Molto difficile, mi dissero in molti. Il problema è che non sono il genere di persona che si scoraggia davanti ad affermazioni del genere ma anzi, se sento che qualcosa è complesso da affrontare mi metto subito all’opera.
Così ho fatto. In una settimana mi sono attivata andando a lezione, facendomi aiutare da due insegnanti nell’apprendimento e nell’esecuzione del brano, ascoltandolo di notte per ore per entrare bene nella musica. Ho contattato la mia direttrice per la lettera di raccomandazione che avrebbe dovuto esser spedita assieme alla candidatura, e per fortuna nelle sue parole ha fatto risaltare molto bene i miei punti di forza. Sentii al telefono la mia insegnante di canto triestina per alcuni consigli tecnici: fu molto incoraggiante e così tanto disponibile da inviarmi in poche ore la registrazione della parte che dovevo studiare per candidarmi come secondo soprano.
La notte stessa iniziai ad ascoltarla ripetutamente, mi sembrava sempre più complessa perché avrei dovuto controllare bene i respiri, prendere con agilità note non comode, insomma elementi su cui stavo ancora lavorando. Non mi arresi però: in quelle note sentivo che c’era la possibilità, per la mia voce, di adattarsi bene e addirittura vivere quelle parole musicali. In quel momento la mia vita era proprio come diceva il testo: stavo vedendo il mondo in un granello di sabbia!
In quel momento tutto mi fu chiaro: solo io avevo la responsabilità di cogliere quel granello di sabbia e farlo volare lontano in una nuova folata di vento verso il Nord.

Chiamai poi l’insegnante di canto che avevo avuto nei mesi precedenti: mi veniva difficile andare fino a Trieste in quei giorni e avere una persona vicina alla mia città che mi potesse aiutare nell’eseguire la registrazione per l’audizione mi pareva un gran sollievo.
Con grande dolcezza ma soprattutto professionalità mi ha aiutata a migliorare l’esecuzione in due ore di intenso lavoro. Ricordo di esser stata un vero disastro: avevo studiato il brano, certo, ma a causa dell’ansia dimenticavo le parole, sbagliavo il ritmo e qualche nota che avrebbe sicuramente compromesso l’esito dell’audizione.
Ero schiacciata contro la porta per far cercare di uscire un suono decente su quel sol che svettava lassù sul pentagramma: sarei potuta arrivare anche più in alto ma mi serrava la gola una paura inaspettata, un senso di inadeguatezza che mi ricordava tempi passati e no, non volevo più essere quella fuori posto, quella incapace, quella che non ce la fa.
Eseguivo registrazioni continuamente ma nessuna era totalmente buona, la mia voce iniziava a dare segni di stanchezza e non avrei avuto più altri giorni per registrare: il termine per l’invio era fissato per il giorno dopo.
Chiusi gli occhi per un secondo: sentivo le lacrime spingere e le ricacciai dentro a forza. Iniziai a pensare quanta energia avrebbe potuto darmi un’esperienza del genere e dissi all’insegnante che avrei provato un’ultima volta, solo un’ultima volta, e se non fosse stata quella giusta non avrei provato l’audizione.
Mi diede la nota e mi lanciò uno sguardo che non dimenticherò mai: ci credeva. Pensai alla mia insegnante di canto triestina e alle sue parole al telefono qualche sera prima: ci credeva anche lei.
E sì, per un attimo pensai a quelle poche ma valide persone che davvero hanno sempre creduto in me e mi sono chiesta se non valesse la pena, proprio in quel momento, che avessi anche io un po’ di fiducia.
Cantai, e con quel brano dipinsi me stessa, ricordai le parole e mantenni l’intonazione e il tempo giusto fino alla fine. Non avrei potuto fare di meglio in quel momento. Quando finii, ci fu un attimo di silenzio in cui mi avvicinai al pianoforte per interrompere la registrazione e non appena schiacciai il pulsante mi misi a gridare di gioia abbracciando l’insegnante: non riuscivo a crederci!
Inviai tutto il giorno dopo, e attesi.
Furono settimane in cui mi sentivo svuotata, mi immaginavo le facce di chi avrebbe ascoltato e mi chiesi se avrebbero riconosciuto quanto lavoro c’era dietro.
L’esito sarebbe dovuto arrivare il 15 aprile ma ci arrivò una mail che diceva che ci sarebbe stato bisogno di un’ulteriore settimana per ultimare la selezione.
Il 22 aprile mi trovavo a Trieste, impegnata nella premiazione di un concorso di scrittura a cui avevo partecipato: già la giornata si prospettava bellissima di per sé. Al ritorno mia mamma e mia nonna decisero di fermarsi a Muggia per fare un po’ di shopping. Da parte mia, continuavo a guardare la mail e aggiornarla continuamente. Mi arresi e iniziai a provare alcuni vestiti estivi, casomai ne avessi avuto bisogno in occasione di quella eventuale partenza.
La suoneria del telefono non era molto alta, così dopo qualche minuto ricontrollai lo schermo e vidi l’anteprima della mail. Sbarrai gli occhi aprendola:
Dear Anna, Thank you for applying to EuroChoir this year! We are happy to inform you that we would like You to join us this summer in Helsinki and Tallinn!
Congratulations on being selected! All in all we received 66 applications from 23 different countries and chose 48 singers from 19 different countries.
Ero nel camerino a provare un vestito e senza togliermelo iniziai a prendermi la testa tra le mani ripetendomi che oddio, oddio, sì che ce l’avevo fatta!
Prima di scrivere messaggi su messaggi alle persone che attendevano notizie, uscii dal camerino ancora con il vestito e iniziai a chiamare mia mamma a gran voce. Il negozio era molto grande e mia mamma pareva svanita. Tutti intorno si voltavano, sembravo davvero una pazza ma non me ne importava niente. Appena la trovai la abbracciai sorridendo come un’ebete, ridendo.
Scoprii che anche Ilaria, un primo soprano del mio stesso coro giovanile, era stata presa, così decidemmo di partire assieme qualche giorno prima per visitare Helsinki.
Si prospettava un’estate davvero indimenticabile.

Il punto era che, prima della partenza, avrei dovuto studiare tutti i brani che avremmo eseguito in quei dieci giorni insieme. E non erano pochi, anzi.
Con Maria avremmo affrontato un repertorio composto da: Bob CHILCOTT: A little jazz mass, Peter CORNELIUS: Requiem – Seele, vergiss sie nicht, Carl NIELSEN (arr. John Höybye): Saenk kun dit hoved du blomst, Aulis SALLINEN: The beaufort scale, un brano spiritual chiamato Plenty good room, nell’arrangiamento di Jonathan Rathbone: Joshua fought the battle of Jericho e di Tobin STOKES: Vox tronica.
Con Mikko invece il repertorio si presentava molto diverso: Lasse MÅRTENSON: Stormskärs Maja, Edvard GRIEG: Våren, Jaakko MÄNTYJÄRVI: Canticum calamitatis maritimae, Sven-David SANDSTRÖM: To see a World, un brano tradizionale svedese arrangiato da Jonathan RATHBONE: Vem kan segla förutan vind, Moses HOGAN: I’m gonna sing till the Spirit moves in my heart, Heinrich SCHÜTZ: Vasto mar.
Non sono stati semplici da apprendere, soprattutto a memoria, però eccome se ne è valsa la pena. Ho imparato molto in quei giorni, non solo grazie alla mia compagna di viaggio Ilaria, con cui ho avuto modo di conoscere luoghi meravigliosi visitando i luoghi più affascinanti vicini a Helsinki, ma anche grazie a tutte le splendide persone che ho incontrato: mentalità aperte, a volte pazze, instancabili, vive.

Mikko è una persona d’oro, nonché un direttore straordinario e molto appassionato. Ricorderò sempre quando l’ultimo giorno mi disse: «We saw that you sing with you heart, we have really seen it. You have a beautiful voice, you only have to believe in it». Non dimenticherò mai il suo sguardo quando dirigeva Vären, che era il brano che meno riuscivo ad apprezzare ma lui con quegli occhi e quel gesto riusciva a farmi amare almeno un po’.
Maria è invece tutt’altra persona. Una pazza, sì, pazza della musica, dell’innovazione, della coralità intesa come contatto stretto con il pubblico. Un turbine di energia, emozione, coinvolgimento e idee originali unite all’estrema serietà quasi dissonante nella sua personalità e all’evidente professionalità e puntualità innegabile.
Una donna outside the box, proprio come il nostro progetto corale.

Ricordo l’emozione durante i concerti in cui la gente si alzava ammirata e stupefatta, le standing ovation, le coreografie inventate in poco tempo ma con molta cura, il mare in cui molti si sono tuffati la sera, ore e ore di prove intervallate da the caldo, biscottini e cibo finlandese, le ore trascorse sotto il sole per prendere il cibo durante il Festival, guidare la parata dei cori a Tallinn ed essere il coro d’apertura dell’Open Singing, le notti insonni e le infinite ripetizioni del testo del brano di Nielsen, il contatto visivo con l’audience, gli ultimi abbracci, gli ultimi cerchi corali.

Difficile descrivere a parole ciò che è stato, ma vivere quell’immensa libertà mi ha resa più forte.
Conservo bene soprattutto il ricordo della pioggia che segnava l’inizio del brano The Beaufort Scale, momento in cui Maria ci lanciava uno sguardo complice che dava voce al nostro temporale. Il mio cuore ancora scandisce il ritmo di quelle gocce che creavamo con il nostro corpo con intensità e coinvolgimento sempre maggiore. Sì, proprio quella pioggia che lava via tutto alla fine di un racconto o di un romanzo che non si vorrebbe mai finire, così come l’esperienza chiamata EuroChoir 2018 che mai nessuno scroscio impetuoso potrà trascinare via dai nostri occhi ora più aperti ed esperti. Come lo schioccare delle dita e della lingua, i quaderni sbattuti a terra o gli uni contro gli altri, i piedi che ritmati accompagnano il diluvio simulando vigorosi tuoni, le labbra che sussurrano parole di vento e fischi continui e violenti, così anche il tempo vorace rapiva il presente e lo rendeva passato mentre la quiete ritornava sui nostri visi e un lieve sorriso ci accompagnava verso una maggiore consapevolezza nei confronti della vita e della forza che durante il suo corso acquisiamo sempre più. Questa è la tempesta dell’esistenza, quella in cui ognuno di noi ha la propria parte: la voce per farsi sentire e le orecchie per ascoltare e lasciarsi comprendere, le mani per agire e ricercare, i piedi per percorrere e segnare il proprio cammino.
Chissà quando torneremo a essere un coro: forse un giorno sarà proprio quella pioggia a narrare di noi, forse quelle gocce porteranno le note di una canzone nota solo a noi, composta dalle nostre voci commosse e indelebili ricordi.
