Don’t worry, He Won’t Get Far On Foot

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Il film di Gus Van Sant con Joaquin Phoenix nelle sale italiane dal 29 agosto

Don’t worry è un film di Gus Van Sant. Per la precisione l’ultimo, uscito nelle sale il 29 agosto scorso. È un suo film e non potrebbe essere altrimenti, per la complessità interiore che racconta il personaggio protagonista di questa storia a tratti grottesca, a tratti commovente – riprendendo le fila del discorso biografico che Van Sant aveva toccato per l’ultima volta dieci anni fa con Milk.

Il titolo originale della biografia a cui si ispira la sceneggiatura del regista americano è Don’t worry, He Won’t Get Far On Foot, che sottende immediatamente il sostrato ironico su cui si instaura la sequenza dei tragici eventi che interessano l’esistenza di John Callahan. L’interpretazione –  affidata anzitempo a Robin Williams – è di un meticoloso Joaquin Phoenix, uno di quelli attori che si fa personaggio. La recitazione diventa a tutto tondo perché l’attore non esiste più; non c’è sovrapposizione, ma immersione completa e totalizzantePhoenix è maestro in questo (basti pensare a performance come quelle in Johnny Cash – quando l’amore brucia; The Master e Il gladiatore). E in questa pellicola – attorniato dalle discrete prove di Rooney Mara, Jack Black, Beth Ditto, Olivia Hamilton, Udo Kier, Kim Gordon, Carrie Brownstein, Emilio Rivera – si riconferma tale.

La storia di Callahan è un racconto umano, nel senso che non si sottrae ai continui ostacoli che si palesano nel percorso, e non tenta nemmeno di epicizzare un possibile lieto fine conclusivo. John è un alcolista, e come dice lui stesso, la sua vita ha iniziato a paralizzarsi ben prima dell’incidente che l’ha reso paraplegico. Ecco perché il suggerimento del suo sponsor – impersonato da Johan Hill – di “perdonare” si scopre essenziale. Egli deve perdonare Dexter per aver guidato quella sera, ma deve anche riuscire a perdonare se stesso per aver scelto di salire su quell’auto. E, infine, deve perdonare sua madre per averlo reso orfano sin dalla nascita. Come racconta ripetutamente nel corso del film: «Della mia vera madre so tre cose: che era irlandese, che aveva i capelli rossi e che faceva la mostra. Ah sì: e che non mi voleva. Quindi in realtà so quattro cose». È forse per questo che John ha riconosciuto nell’alcol la sua vera madre. Però, per tirarsi fuori dall’alcolismo, non c’è storia: tutto quello che dirai per giustificarti sono sole scuse per non smettere; ogni “povero me” corrisponde a un altro bicchiere.

In Don’t worry l’episodio di svolta è rappresentato da una vera e propria epifania della madre scomparsa, alla quale John dedica uno dei suoi primi disegni. Egli dice al suo sponsor d’aver realmente sentito una sua mano appoggiata sulla spalla – che è in realtà quella dell’ultimo gruppo degli alcolisti anonimi in cui si presenta ed è accolto. Da questo momento in poi non inizia una percorso di redenzione, ma una vera ricerca di se stesso. Una sorta di viaggio che riporti lo stesso John a scoprire quello che l’alcol e la sofferenza di una vita non gli avevamo mai permesso di scoprire. Se lo sceneggiatore fosse Omero non esiterebbe a chiamarlo un nostos.

Altresì, il percorso di Callahan dimostra ancora una volta come le corrispondenze di amorosi sensi possano salvare in vita la vita. Egli trova nell’affetto e nella cura del suo sponsor – assieme ai ragazzi degli alcolisti anonimi – e in quello di Annu il trampolino su cui spingere e lanciare la propria creatività. Che però non rinnega il suo modo di essere e ciò che ha esperito: ecco perché il suo non si riassume in un percorso di redenzione, ma di conoscenza. Una sorta di lungo throwback alla ricerca di ciò che può mostrare, di ciò che ha dentro: l’ironia sottile e controversa che andrà a caratterizzare le sue irriverenti vignette. Da cui assorbirà estimatori e critici: ha bisogno di entrambi.

La pellicola si compone a incastro in poco meno di due ore, tutelando il mistero del dolore di John e quello della sua ribellione – non c’è rinascita. Perché Don’t worry parla innanzitutto di ciò che è umano.

Italiano: nato a Udine da madre piemontese e papà umbro; amo Roma, la città più bella del mondo. Studente di lettere all'Università di Pavia. Leggo per ricordarmi della realtà; scrivo per dimenticarmene. Innamorato della letteratura e ancor prima della sua idea - solo le donne hanno più potere. Il mio blog è www.possibilia.it .