Non ricordo nulla di quel giorno, solo la musica. E mi sentivo bene.
Non ho memoria di dove ho letto o sentito questa frase, né chi l’abbia detta. Però mi ha colpito molto. Perché è strano pensare come la musica abbia un’importanza quasi viscerale per milioni di persone. Ancor più strano è pensare al suo potere immenso: può cambiare un momento, o meglio, la percezione che abbiamo di esso. Può farci sentire allegri e spensierati mentre magari cantiamo a squarciagola in macchina con la nostra migliore amica seduta sul sedile del passeggero mentre esegue dei movimenti così imbarazzanti che nessuno sulla faccia della terra avrebbe mai il coraggio di riprodurre. Può emozionarci, facendoci piangere senza controllo, magari in una giornata uggiosa mentre guardiamo fuori dalla finestra e pensiamo a chissà cosa, aiutandoci. Perché il pianto – contrariamente all’opinione di molti – è davvero liberatorio. La musica può rilassarci, può imprimere un attimo nei nostri ricordi. In un mondo di ordinaria realtà, la musica ci regala almeno tre minuti di pura spontaneità. Inconsapevolmente muoviamo la testa a ritmo e sogniamo ad occhi aperti.
La musica è importante per noi quanto lo è per il mondo del cinema. Infatti, la colonna sonora per un film è essenziale, oserei dire quasi vitale: completa il film, riempie i momenti morti e i vuoti, e favorisce l’immedesimazione. In sostanza, carica di pathos la scena.
In principio i film erano muti, perciò la colonna sonora era data dall’orchestra, la quale suonava dal vivo accompagnando il susseguirsi delle scene dei film in questione. Poi, l’avvento del sonoro spianò la strada alla musica nel cinema.
La musica non è importante solo per i musical o per i cosiddetti jukebox musical movie, film in cui i protagonisti non si esibiscono con canzoni originali ma interpretano brani famosi. Esempi di questo genere sono: Across the universe; Mamma mia; Moulin Rouge!; Walking on sunshine. Ma lo è anche per i film “non musicali”. Prendiamone a esempio alcuni.
Partendo in ordine cronologico, possiamo citare The breakfast club, uno dei più famosi cult degli anni ’80. La canzone principale Don’t you (forget about me) – che dà il titolo anche a questo articolo – grazie al film divenne uno dei maggiori successi dei Simple Minds; e il pubblico la ascolta in un determinato momento: all’inizio del film e soprattutto alla fine, quando i cinque protagonisti escono dalla scuola e si dividono, consapevoli di aver conosciuto delle persone con cui molto probabilmente non avrebbero mai parlato se non fosse stato per la punizione. Consci del fatto che da lì a pochi minuti ritorneranno alle loro vite e che quello potrebbe essere l’ultimo momento in cui i loro sguardi si incontreranno, perché lunedì sarà un nuovo giorno di scuola e le maschere pirandelliane dovranno essere ben ancorate ai loro volti.
Pensiamo a Dirty dancing, la cui canzone principale – (I’ve had) The time of my life – ricorre in versione strumentale in varie parti del film e ci prepara ad ascoltarla interamente e cantata nel ballo finale, dopo che Baby ha finalmente deciso chi davvero vuole essere e sguscia fuori dal suo famoso “angolo”. Da ricordare che la canzone vinse l’Oscar nel 1988.
O ancora L’attimo fuggente. Pensiamo alla scena finale, in cui gli allievi del professor Keating si alzano in piedi sui loro banchi di scuola per guardare il mondo da una prospettiva diversa e salutare con onore il loro amato “capitano”. Soltanto grazie alla musica di Maurice Jarre possiamo capire questo. Senza, altrimenti, vedremmo inevitabilmente solo un paio studenti che per poco non si rompono l’osso del collo salendo su dei banchi grandi poco più delle loro giovani spalle.
O Pretty woman. Senza la famosa canzone di Roy Orbison – che ha ispirato il titolo del film – la scena in cui la nostra amata Vivian fa shopping in Rodeo Drive mostrerebbe soltanto una giovane donna che si prova dei vestiti. Invece, sulle note di Oh, pretty woman apprendiamo il cambiamento: vediamo e sentiamo come Vivian da bocciolo si trasformi in rosa.
Oppure Titanic. Chi non ha pianto con quel film? Chi non ha quasi ricreato l’oceano Atlantico con tutte le sue lacrime riguardandolo ancora e ancora? Perché fa così tanto effetto? Eppure la trama è semplice. Ma il modo in cui viene raccontata la storia e le musiche di sottofondo, lo rendono un signor film. Pensiamo a una delle scene più famose e ormai consolidate nella storia del cinema: quella in cui Jack insegna a Rose a “volare”. Sulle note della versione strumentale di My heart will go on – tema portante del film e Oscar nel 1998 per la migliore canzone, composta da James Horner con il testo scritto da Will Jennings – milioni e milioni di spettatori si sono emozionati mentre insieme ai due protagonisti ammiravano l’oceano e in qualche modo anche loro imparavano a volare, prima che il ricordo svanisca per lasciare il posto al presente e a una nave oramai inabissata. Io ancora piango.
Ci sarebbero tanti altri film da citare come Footloose e Flashdance, entrambi diventati cult soprattutto grazie alle loro colonne sonore. «What a feeling», è proprio il caso di dirlo.
La colonna sonora, o anche una singola traccia, può cambiare l’intera visione di un film. Ed è per questo che i registi si affidano ai compositori. Per citarne uno, basti pensare a Ennio Morricone, il quale ha scritto centinaia e centinaia di musiche per film e serie tv. Perché la musica colora lo spazio che ci circonda e parla direttamente alla nostra anima. Come disse Victor Hugo: «Ciò che non si può dire e ciò che non si può tacere, la musica lo esprime».
E non è forse quello che facciamo ogni giorno nella vita? In autobus, mentre camminiamo o corriamo con le cuffie ben piantate nelle orecchie, scegliamo ogni giorno la colonna sonora della nostra vita, quella che renderà il viaggio in macchina o l’attesa in qualche stazione sperduta in qualche parte del mondo migliore, più interessante, più viva e ritmata. In una sola parola: magica.