Dove tutto è concesso. Questo è lo slogan di Westworld, un parco a tema diretto dalla brillante mente del Dottor Robert Ford. Questa serie tv di 2 stagioni, composte ciascuna da 10 episodi di circa un’ora, è basata sul film Il mondo dei robot (Westworld 1973), è stata definita come “un’oscura odissea sull’alba della coscienza artificiale e sul futuro del peccato“. Si sconsiglia di proseguire la lettura a chi non ha finito di vedere la seconda stagione: ci sono degli spoiler.
Lo scenario si impernia attorno alla vita del parco divertimenti, ciò che succede all’interno: persone provenienti dal mondo esterno arrivano in questo luogo fatto a misura d’uomo bramose di sfogare tutte le voglie più recondite, vengono lasciate libere di fare ciò che vogliono dei “residenti”, ovvero gli androidi che abitano il parco. La scenografia ha un’impronta western: ci sono quindi cowboy, saloon, sceriffi, prostitute e superalcolici per veri uomini. Ovviamente non mancano rivoltelle, fucili e sangue. Un parco creato con l’intento di fare sfogare alle persone la propria frustrazione causata da una società opprimente, in cui sono liberi di uccidere, torturare, fare sesso, ubriacarsi e vivere la vita selvaggia del vecchio west, tutto a discapito dei residenti. Un mondo finto, ma reso talmente realistico da soddisfare a pieno i visitatori. Ogni residente ha una storia precedentemente programmata, che è costretto a ripetere di volta in volta per ogni nuovo visitatore. Ogni loro esperienza è corredata di rispettive emozioni, positive e negative che siano. Al termine di ogni interpretazione, la loro memoria viene cancellata e ripristinata. E si ricomincia da capo. Talvolta gli stessi personaggi vengono riciclati e riadattati per nuove interpretazioni dedite a soddisfare le nuove narrazioni pensate da Ford. Tutto procede normalmente, finché a poco a poco i residenti non cominciano ad acquisire una coscienza, sovvertendo le tre leggi della robotica di Isaac Asimov:
- Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
- Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
- Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

Ogni androide, a fine recitazione, crolla in un sonno profondo e senza sogni, pronto ad essere riutilizzato a piacimento dei programmatori. La loro memoria viene resettata, finché con il tempo tutte le emozioni provate non cominciano a riaffiorare tramite flashback nella loro memoria, ricordi che erano stati eliminati. Alcuni di loro, principalmente Dolores e Maeva, si rendono conto dell’enorme farsa di cui fanno parte, che coloro che chiamano “Dei”, in realtà sono solo dei fragili essere umani, che li hanno creati a loro immagine e somiglianza per potere usufruirne a loro piacimento. Una volta acquisita la coscienza non si torna indietro: Maeva cerca di fuggire dal parco, ma rimane per via delle reminiscenze che le ricordano che sua figlia è ancora all’interno di esso; Dolores guida tutti gli altri residenti verso la ribellione e li porta ad acquisire a loro volta una coscienza. È interessante come Maeva, nient’altro che una macchina, avendo la possibilità di conquistare la sua libertà, scelga di rimanere per andare a cercare la figlia perduta, un ricordo di una narrazione precedente, un robot anch’esso programmato per simulare il rapporto madre-figlia. Nient’altro che macchine, o forse no? Forse c’è di più. Tecnicamente lo sono, ma fino a che punto possono continuare ad essere considerati dei giocattoli? Possono davvero continuare ad essere visti oggetti una volta che acquisiscono una coscienza?

Vengono trattati in maniera sorprendentemente riflessiva alcuni punti chiave che ruotano attorno alla storia dell’uomo, indipendentemente dal tempo e dallo spazio. Westworld è capace di tirare fuori da ogni personaggio i lati migliori o i lati peggiori, fa cambiare idea, fa smarrire la rotta, pone davanti delle scelte a cui è impossibile voltare le spalle. Per William inizialmente è un gioco affascinante, che si trasformerà nell’ossessione di scoprire tutti i trucchi dell’enigmatico Ford. Non riesce a distaccarsene perché il parco gli fa esprimere sé stesso nel bene, ma soprattutto nel male, senza conseguenze. Sarà poi il gioco stesso, diventato ormai ossessione e follia, a fargli compiere gesti inauditi anche verso i propri simili, che ormai non distingue più dagli androidi. Lee, il direttore narrativo: inizialmente convinto che i residenti siano solo macchine prive di ogni sorta di sentimento, dovrà ritrattare le sue idee quando verrà rapito da Maeva ed Hector, il suo fedele compagno. Durante il viaggio scoprirà che i residenti hanno scoperto di avere una propria coscienza, che sfugge al copione prestabilito della narrazione: per questo Maeva fa diverse cose che vedono Lee contrariato, a cui lei risponde con molta determinazione dicendo: «Non puoi darci persone da amare e poi irritarti quando le amiamo». Il direttore narrativo imparerà a sue spese che non sono solo macchine, ma sono dotate di un cuore, arrivando anche a sacrificarsi per i suoi amici. Maeva, nata per essere opportunista ed egoista, si ribellerà ai propri codici, e spinta dall’amore per sua figlia non avrà mai sosta fin quando non l’avrà ritrovata. A Shogunworld scoprirà il potere dell’empatia con la sua sosia giapponese, aiutandola e non voltandole mai le spalle, contrariamente a quanto avrebbe fatto prima. Anche Dolores cambia radicalmente: mentre prima vedeva la bellezza in ogni cosa, con la presa di coscienza cade anche lei vittima della tentazione su cui è costruito l’intero gioco, il controllo. Diventa così spietata e senza scrupoli, sotto il nuovo appellativo di Wyatt.

In realtà WestWorld non è altro che uno specchio della realtà in cui viviamo, in cui la malattia mentale più diffusa del 21° secolo è il narcisismo: molte persone non hanno bisogno di andare in un parco a tema per trattare altri umani come semplici oggetti, basta guardarci intorno, basta guardare le nostre stesse storie o le storie altrui. Viviamo in un catartico senso di alienazione che ci guida attraverso il pilota automatico, smettiamo di vivere il presente, pensiamo solo a noi stessi e al nostro bisogno soltanto. Zero compassione, zero tolleranza. Esistiamo solo noi, e quello che c’è al di fuori è solo un’illusione. Siamo attanagliati dalla noia, e tutto quello che facciamo, lo facciamo al solo scopo di ottenere delle effimere gioie di cui ci saremo già dimenticati il secondo successivo. Viviamo in una società opprimente, che ci toglie la possibilità di essere noi stessi, facendoci lentamente scivolare nella psicosi: ed ecco allora spiegati tutti i casi di depressione, autolesionismo, omicidi, suicidi che decorano la nostra società e imbandiscono i telegiornali che guardiamo ogni sera in tv.
Se ci pensiamo un attimo, questa serie è paradossale, ci prende in giro e ci denigra: uomini repressi, costretti ad essere chi la società vuole che siano, creano un parco per potere essere liberi di essere loro stessi, per sfogare i loro più inconfessabili desideri. Il parco è abitato da macchine, esseri non viventi, oggetti, se vogliamo, relegati all’egoistica soddisfazione di questi uomini e quindi a vivere una vita che non hanno scelto, una finzione. Tuttavia queste macchina acquisiscono coscienza e si ribellano per riappropriarsi del proprio mondo e anche di quello degli umani. La fazione degli androidi appare molto più volitiva, coraggiosa e forte rispetto a quella passiva degli umani. Che sia un messaggio subliminale per esortarci a svegliarci a nostra volta?