SCHEDA DEL FILM
BlacKkKlansman di Spike Lee, USA 2018
Durata: 128′
Sceneggiatura: Spike Lee, Kevin Willmott, David Rabinowitz, Charlie Wachtel
Fotografia: Chayse Irvin
Montaggio: Barry Alexander Brown
Musica: Terence Blanchard
Cast: John David Washington nel ruolo del detective Ron Stallworth, Adam Driver il detective Flip Zimmerman, Laura Harrier come Patrice Dumas, Topher Grace in David Duke e Ken Garito nei panni del sergente Trapp
La pellicola nasce dall’adattamento cinematografico del libro Black Klansman scritto dall’ex poliziotto Ron Stallworth. Oltre ad aver ottenuto un’accoglienza trionfante alla 71° edizione del Festival di Cannes aggiudicandosi il Gran Prix e riscontrando il pieno supporto della critica e del pubblico, esso ha ricevuto anche agli Oscar candidature di tutto rispetto: miglior Film, Regista, Sceneggiatura e Attore non protagonista.

La storia si svolge negli USA, nei primi anni ’70 e racconta le vicende di Ron Stallworth, il primo detective afroamericano del dipartimento di polizia di Colorado Springs che punta fin da subito a superare l’ostilità e lo scetticismo degli altri membri del dipartimento. Perciò, assieme al suo collega Flip Zimmerman di origine ebraica, decide di infiltrarsi nella sede locale del Ku Klux Klan, scalarne velocemente le vette ed a instaurare un rapporto confidenziale, anche se telefonico, direttamente con David Duke, il Gran Maestro del KKK.
Quando il protagonista incontra Patrice Dumas, la leader dell’Unione Studentesca nera del Colorado College, l ’indagine sotto-copertura condotta dai due poliziotti si intreccia con le vicende legate alle lotte dei movimenti per i diritti civili e politici di Kwame Ture e il Black Power, diventando per entrambi non solo un lavoro teso a scoprire la presenza di un complotto contro la popolazione di colore del territorio, ma anche un percorso di riconoscimento delle proprie origini socio-culturali, di presa di coscienza politica e personale: una reazione alla violenza del KKK ed alla pericolosa diffusione dei suoi ideali di odio, razzismo e antisemitismo.
Nonostante la particolarità della tematica trattata, il film mantiene un taglio abbastanza leggero, incorniciato da battute, risate e un clima sornione, intrattenendo in questo modo per più di due ore l’osservatore senza però distogliere l’attenzione dalla centralità e dalla delicatezza dell’argomento. Tuttavia, Spike Lee riserva un finale amaro ben lungi dal “e vissero tutti felice e contenti”, l’osservatore è infatti riportato brutalmente alla realtà statunitense, con dei filmati di cronaca nera accaduti tra il 2017 e 2018[1].
Dopo Chi-Raq, con Blackkklansman Spike Lee si riconferma una figura controcorrente, politicamente radicale e dirompente; il suo film si presenta come una commedia sopra le righe (e da leggere tra le righe), che tratta un tema particolarmente scottante per il panorama politico internazionale, cioè il suprematismo bianco e l’antisemitismo.
Al di là della bravura degli attori, la cura della fotografia, la colonna sonora ed i costumi, il film inizialmente si presenta come una barzelletta di cattivo gusto, dove un nero e un ebreo diventano i leader del ceppo locale del KKK, ma l’obiettivo di Spike Lee non è far ridere, piuttosto far riflettere. Il framework dell’indagine di Ron e Flip è molto complesso, infatti i toni della commedia aiutano ad isolare i vari slogan razzisti, le parole d’odio dei gruppi di estrema destra ed il frequente pregiudizio ed abuso di potere mostrato dalla polizia nei confronti delle persone di colore. Inoltre, vengono rievocati due episodi particolarmente significativi per la propaganda dell’odio suprematista: la proiezione Nascita di una Nazione di D. W. Griffith alla Casa Bianca da parte dell’allora presidente Thomas Woodrow Wilson e il linciaggio pubblico di Jesse Washington.
Definire, però, il film una commedia satirica è una scelta impropria. La pellicola è una critica indiretta ma comunque molto forte alla deriva sovranista e suprematista bianca, antisemita e omofoba che sta sconvolgendo gli Stati Uniti e tutto il panorama politico internazionale. Infatti, oltre al parallelismo tra gli episodi di cronaca “razzista del novecento” precedentemente citati con le ultime scene del film[2], il regista mette in bocca ai suoi personaggi parole e frasi ben note agli osservatori, come quelle della campagna politica del Presidente Donald Trump[3] . Inoltre, viene dato particolarmente spazio alla simbologia ed ai rituali dei movimenti politici protagonisti del film: il pugno alzato dei Black Power, le croci e le svastiche.
Più che un messaggio, Spike Lee formula un monito: non è delle frange estreme che bisogna preoccuparsi, o meglio non solo, ma dei “falsi moderati”, dei portavoce della “politica camaleontica”, basata sulla scelta di non prendere una posizione e soprattutto di non dichiararsi razzista o estremista ma, allo stesso tempo, di sottolineare la differenza tra “noi” e “loro”, tramite una campagna politica basata su slogan di odio e deliri sovranisti. Infatti, in questo modo, si verifica un fenomeno per cui il leader parla e le frange più estreme agiscono, riconoscendo i propri ideali nelle parole del politico in questione e mettendo in pratica i messaggi d’odio tramite azioni violente che mirano ad aiutare il leader politico di riferimento a “raggiungere l’obiettivo”.
L’atteggiamento di silenzio- assenso della figura che finisce, in modo consapevole o meno, con l’impersonare questi ideali diventa non solo una forma di giustificazione, ma anche una legittimazione alla violenza stessa. Le estreme si sentono, quindi, il “braccio armato” del partito, la cui politica si impregna indirettamente ma innegabilmente di questi sentimenti d’odio viscerali, la violenza non viene né punita né condannata e finisce per non essere nemmeno percepita come tale, finendo con l’essere ignorata dall’opinione pubblica, senza destare alcun disdegno.
[1] Il film riporta alcune immagini risalenti alle proteste per i diritti civili di Charlottesville dell’agosto 2017, il discorso suprematista tenuto da David Duke e un breve memoriale dedicato a Heather Heyer.
[2] Si veda la nota numero 1.
[3] Si fa riferimento agli slogan come “America and Americans First”, “Make America Great Again”, ricorrenti sia nel periodo pre-elezioni che quello successivo, nonché attuale.