Il senso dell’uomo per autoassoluzione

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Detto anche: perché ogni “rivoluzione” moderna finisce in un nulla di fatto

Venerdì 15 marzo ho avuto modo di seguire per un settimanale locale – La Vita cattolica –  il grande sciopero nazionale per il clima indetto dagli studenti di tutto il mondo. A Udine – dove mi trovavo – ne sono scesi in piazza circa tremila, provenienti da scuole di ogni ordine e grado, dall’asilo fino all’università. Raccontando gli eventi e le sensazioni della giornata, concludevo così il mio pezzo.

I giovani cominciano a fare sul serio, non senza qualche critica. In molti, infatti, si chiedono se quella di Greta non rischi di essere una protesta autoassolutoria. Prendersela con i «governi che sacrificano la biosfera per consentire il lusso di pochi ricchi» è senza dubbio facile e anche un po’ di moda. Tuttavia, sono proprio i governi occidentali a battersi maggiormente per la difesa dell’ambiente. Anzi, i report delle Nazioni Unite mostrano come le zone più inquinate del pianeta siano in realtà quelle più povere, come l’Africa centrale, o i paesi in via di sviluppo, come India e Cina, dove politiche industriali spregiudicate hanno avuto anche il non trascurabile pregio di far uscire dalla povertà milioni di lavoratori. Come se non bastasse, i sondaggi sulle priorità degli elettori, tanto in Italia quanto in Europa, raramente comprendono i temi ambientali, fagocitati da quello che per tutti è il tema del momento, l’immigrazione. Forse allora il vero bersaglio della protesta di Greta e dei giovani che la seguono non dovrebbero essere i governi, ma il popolo. Forse al posto di uno sciopero ci vorrebbero due ore in più di scuola ogni venerdì, tanto per i giovani quanto per gli adulti. Perché quello che ci manca è la coscienza delle nostre personali responsabilità. Lo stiamo uccidendo noi il pianeta, non i governi.

Mi sento di dare, a posteriori, un certo qual tocco “profetico” alla mie parole. Certo, il 24 maggio gli studenti italiani sono nuovamente scesi in piazza. Certo, alle elezioni europee i partiti verdi hanno fatto registrare un significativo exploit in Scandinavia e Germania. Certo, il tema dell’ecologia è tornato prepotentemente di moda e dopo il picco invernale ancora ne possiamo apprezzare qualche strascico. Ma la rivoluzione non è avvenuta. Gli Stati Uniti hanno continuato lungo la strada della depenalizzazione delle emissioni da combustibili fossili, i governi di Cina e India non hanno cambiato le loro politiche industriali, i paesi europei non hanno trovato nessun accordo per ridurre a zero le emissioni di CO2 entro il 2050 e il caldo torrido delle ultime settimane ha comportato il consueto ricorso spasmodico al condizionatore. Niente di nuovo sul fronte occidentale. Eppure questa sembrava la volta buona: se non ci lasciamo impressionare da una ragazzina di 16 anni, a chi dobbiamo dare ascolto?

Il movimento di protesta inaugurato da Greta Thunberg è forse paradigmatico per analizzare l’esito di ogni moderna “rivoluzione”, di qualsiasi orientamento politico e geografico: da quella dei gilet jeunes in Francia alla crociata sovranista «del buonsenso» lanciata dal Ministro degli Interni Matteo Salvini, dalla rivoluzione democratica di Internet fino alla Brexit. Perché ogni movimento che mira a sovvertire l’ordine stabilito finisce sempre in un nulla di fatto, venendo assorbito da quello stesso status quo che puntava a scardinare? I gilet jeunes protestano ancora – e con gravi danni per la Francia tutta – ma ormai la loro spinta riformatrice si è conclusa; l’Italia sovranista promossa da Salvini si è rivelata una mera promessa elettorale, gli sbarchi non sono terminati e l’italiano medio non ha sperimentato particolari cambiamenti; il grande abbaglio degli anni ’90 e ’00 – una Rete libera capace di democratizzare del tutto il mondo – si è tramutato in un ricettacolo di notizie false, imponendo al proprio interno una gerarchia che rispecchia quella del mondo reale; quella Brexit che doveva destabilizzare l’equilibrio europeo e far risorgere l’identità dei singoli popoli si trascina da anni in un inconcludente e noioso dibattito politico, che infine vedrà la vittoria proprio dell’Unione Europea. Quale miracoloso germe del gattopardismo si è impadronito del nostro mondo – occidentale ma non solo – per far sì che nulla mai cambi veramente?

In passato era semplicemente una questione di numeri. Bastava scendere in piazza – come a Parigi nel 1789 e a San Pietroburgo nel 1917 – perché il sistema cominciasse a vacillare. Alla presa della Bastiglia parteciparono, secondo le stime degli storici, un massimo di circa mille insorti parigini. Oggi non basta la mobilitazione di un milione di giovani in tutto il mondo per far muovere un dito ad un governo. La verità è che il nostro sistema – la nostra “società” occidentale, esportata in tutto il mondo globalizzato – funziona troppo bene. O meglio, ci appaga troppo. Nessuno di noi ha davvero voglia di cambiarlo. Chi ha voglia di rinunciare alle comodità della plastica o dell’auto? Chi ha voglia di rinunciare ai finanziamenti UE? Chi ha voglia di mettersi a vagliare ogni notizia che legge? Chi ha davvero la forza di volontà (e la capacità) per mettere le mani nel mare magnum della disuguaglianza sociale? Nel bene o nel male, non ci serve un cambiamento. Noi – maggioranza benestante – stiamo bene così. E allora di tanto in tanto ci scopriamo leghisti perché abbiam paura di perdere le nostre tradizioni e la nostra storia nel contatto con la diversità; ci scopriamo a favore dei gilet jeunes perché effettivamente c’è tanta povertà in giro e qualcuno deve pur far qualcosa; ci scopriamo fan di Internet perché evviva la democrazia diretta (e poi uccidiamo la nostra libertà di parola con post sessisti e insultiamo i giornalisti che combattono per diffondere notizie vere). Sposiamo cause – giuste o sbagliate che siano – solo per assolvere noi stessi dai nostri sensi di colpa: di tradire i nostri padri e la patria, di far del male al pianeta, di aver consegnato troppo potere a poche persone. È come fare tante piccole elemosine: non ce ne frega più di tanto di quel barbone per strada, ma un po’ ci fa pena.

Il punto del discorso è questo: finché non maturerà un’alternativa al sistema attuale, non ci sarà alcuna rivoluzione, nessun cambiamento (per il meglio o per il peggio, sia chiaro). Anche noi millenials, che raccontiamo a noi stessi di essere quelli che «salveranno il pianeta», non stiamo facendo altro che perpetrare lo stesso sistema. La differenza con il 1789 e il 1917 è che allora alle spalle della protesta c’era un’ideologia complessiva in grado di scardinare lo status quo. Oggi ci accontentiamo di rimostranze autoassolutorie e ipocrite. Serve un nuovo ideale, un nuovo paradigma che ridefinisca le fondamenta stesse dell’umano. E dove lo troviamo? [To be continued]

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: «Che fai tu Luna in ciel?». È lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.