Ogni uomo nel corso della sua vita è un “migrante”. «Siamo migranti quando lasciamo i vecchi schemi e le vecchie abitudini per aprirci a nuove circostanze di vita»: con queste parole Christiana de Caldas Brito descrive una costante della vita umana: lasciare qualcosa o qualcuno alle proprie spalle per andare avanti. La “perdita” rappresenta un trauma che tutti esperiamo nella vita, ma come sostengono gli psicoterapeuti l’adeguata elaborazione di esso permette di trasformarla in un vissuto fondamentale per la crescita interiore di un individuo: comporta sofferenza ma può anche generare un grande cambiamento dell’anima.

I poeti ci hanno dilettato e affascinato nei secoli con il loro talento lirico che ha sempre toccato il nostro animo. Così Catullo in una sua celebre ode parla della morte del fratello e fa riferimento alle «offerte bagnate di molto pianto fraterno»; l’uomo versa lacrime di fronte alla morte, viene privato di un grande valore emotivo eppure è costretto ad andare avanti senza di esso. Ugo Foscolo in una poesia dedicata al fratello Giovanni esprime il suo dolore e geme «il fior dei tuoi gentili anni caduto», la morte è uno di quegli enigmi esistenziali contro cui prima o poi l’uomo deve scontrarsi per ritrovare se stesso. Milioni di persone muoiono ogni giorno e con loro anche una parte di chi le ha amate, il cambiamento, l’adattarsi ad una condizione che non è stata scelta dà origine alla elaborazione interiore. Hermanne Hesse in un passo del Demian parla di un evento in cui risulta chiaro il senso di perdita: «Quello squarcio e quella crepa si richiudono, si rimarginano e vengono dimenticati, ma in fondo al cuore continuano a vivere e a sanguinare… omaggiai la morte che ha un sapore amaro, perché è nascita, angoscia e paura di un tremendo rinnovamento». Il protagonista del Demian deve trovare la forza per rinnovarsi, per affrontare la morte, che lo distrugge e lo rigenera nel medesimo istante.

Tuttavia, il senso della perdita non si avverte solo di fronte allo spegnersi di una vita, ma anche innanzi alle scelte che l’uomo fa ogni giorno. Spesso per varie ragioni si viene costretti a lasciare un luogo che si ama profondamente: questo evento rappresenta un lutto e comporta, dunque, una spinta al rinnovamento ed alla crescita per l’uomo. Il poeta Ugo Foscolo nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis fa chiaramente riferimento all’esilio volontario dovuto alle sue idee politiche, in questo caso nell’allontanamento dalla patria si coglie perfettamente il senso di sofferenza che è presente nell’uomo, ma è accompagnato da forti convinzioni ideologiche e da una forza di volontà ferrea, seppure sofferta! Completamente diverso è lo stato d’animo della protagonista dei Promessi Sposi che è costretta ad abbandonare la «casa natìa, dove, sedendo con un pensiero occulto, s’imparò a distinguere dal rumore dei passi comuni…»; Lucia, però, rappresenta una donna ben lontana dalla personalità titanica di Ugo Foscolo, per cui risulta molto più gravoso per lei lasciare il luogo dove vive. Questi due esempi ci fanno riflettere su reazioni emotive diverse innanzi al senso di perdita: il poeta è convinto delle sue scelte, seppure la sofferenza ed il dolore impregnino il suo cuore; Lucia è affranta, incerta sul futuro, si autocommisera: tuttavia, in entrambi i casi l’evento porta i due soggetti attraverso strade diverse a crescere e maturare.
Schelotto in Distacchi e altri addii, parla del senso del distacco, della sofferenza, dell’allontanamento da un luogo, dalle proprie abitudini, scrivendo: «Quando con un gesto deciso, si lacera un pezzo di stoffa ci restano tra le mani due brandelli malinconicamente frangiati». Sono i due “brandelli” il peso che grava sull’animo umano ed è l’uomo che deve ricongiungerli e trarne forza per andare avanti.
Una grande e triste verità, purtroppo, è che non tutti riescono ad andare avanti, non tutti sono capaci di non perdere di vista il proprio obiettivo, dopo un evento grave e di cambiamento. Ogni uomo dovrebbe «essere pronto a tornare o a non ritornare affatto» come scrive Jiulio Montero Martins. Per questo autore bisogna essere pronti ad affrontare la perdita e a scontrarsi con una delle realtà emotive più dure.

Anche De Chirico non è sfuggito alla tentazione di affrontare questo tema, dipingendo L’angoscia della partenza: per lui il distacco è un evento sempre traumatico, perché è fondamentalmente lutto, ma può anche rappresentare ansia di viaggi, conquiste, avventure e depressioni. Ci sono chiari riferimenti a Volo, città della Tessaglia dove nasce e da cui partirono anche gli Argonauti alla ricerca del «τò πάγχυσον δέρος», come Euripide scrive nella Medea. Esiste l’uomo che ricerca se stesso attraverso la peregrinazione e la perdita di tutto tranne che della memoria: si trova, però, anche l’individuo pronto ad un nuovo arrivo e subito dopo ad una nuova partenza. L’esempio più emblematico di questo tipo di uomo è il personaggio di Odisseo, offertoci dalla meravigliosa capacità letteraria di Omero, il poeta amato da tutti i greci. Rappresenta l’uomo assetato di conoscenza, che affronta viaggi avventurosi e rischiosi e che è pronto ad ogni addio. L’unica arma che permette di ricucire i “lembi” lacerati da una perdita è la memoria. I ricordi non invecchiano, aiutano l’uomo a non perdere del tutto una persona o un luogo amato!

Tutti gli esempi che abbiamo citato ci mostrano individui che ce l’hanno fatta, che in qualche modo vivono il senso di perdita e lo straniamento che ne deriva, ma sono pronti a superarlo. Tuttavia, c’è chi non riesce a elaborare un addio, chi vive guardando al passato e “gemendo”. Nonostante ciò, anche in questo caso si verifica una crescita interiore, perché dopo il turbamento ci sarà sempre un momento di quiete, in cui l’uomo può analizzare gli eventi e volgere lo sguardo verso un futuro diverso. Pensiamo ai sopravvissuti dell’Olocausto, la memoria e la forza del cambiamento li ha aiutati a seguire il filo della vita. La memoria, dunque, è la chiave per continuare ad andare avanti lungo il grande labirinto dell’esistenza, solo attraverso essa si può riuscire a valorizzare un evento e a mantenere vivo in sé il ricordo di ciò o di chi non c’è più. Forse è la risorsa più importante a cui l’uomo può attingere per affrontare la morte, metaforicamente rappresentata nella tradizione artistico-letteraria come lo scheletro vestito di nero che brandisce una falce come si evidenzia nel dipinto di Gustave Dorè La morte su un cavallo bianco, e per trarre da ogni evento un motivo per maturare interiormente e acquisire resilienza e fortezza. Queste sono le qualità morali che permettono ad un uomo di andare avanti anche contro il destino più duro! Aristotele ci indicava già la “fortezza morale” come una delle quattro virtù etiche, che bisogna possedere per strutturare un adeguato equilibrio interiore. Ricordiamo che anche lui non fu mai amato ad Atene, la dovette lasciare e terminò i suoi giorni a Calcide.