Roma

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L’ultimo film di Alfonso Cuarón candidato a dieci premi Oscar è un’esperienza visiva da non perdere

Roma, l’ultimo film del regista messicano Alfonso Cuarón, fin dal suo debutto alla 75° Mostra Internazionale di Arte Cinematografica si è aggiudicato il plauso universale. Vince a Venezia il Leone d’Oro per il miglior film, continua la sua cavalcata al Toronto International Film Festival, vince due Golden Globe (miglior regia e miglior film straniero) e si candida agli Academy Award in ben dieci categorie, tra cui miglior film, miglior film straniero, miglior fotografia, regia, sceneggiatura. Agli Academy arriva a sorpresa anche la prima candidatura per la miglior attrice protagonista all’esordiente Yalitza Aparicio. Roma si presenta come il capolavoro e il culmine della carriera artistica di Cuarón, primo regista messicano a vincere l’Oscar per la miglior regia con Gravity nel 2014. Con Roma però Cuarón spicca decisamente il volo, in un’impresa grandiosa di cui oltre alla regia firma la sceneggiatura, dirige la fotografia e ne è il produttore.

Fare una sintesi di Roma risulta difficile: il film infatti, della durata complessiva di 135 minuti, racconta la storia di una famiglia facoltosa di Città del Messico, del quartiere residenziale Colonia Roma, in particolare, tra il 1970 e 1971. La storia segue principalmente le vicende di Cleo, la domestica straniera della signora Sofia e del marito Antonio. La storia di Cleo si interseca e si nutre della relazione con la famiglia presso cui lavora: è infatti una figura di riferimento per i quattro figli della coppia che, all’insaputa dei bambini, sta affrontando una dolorosa separazione. Antonio all’inizio del film parte per impegni di lavoro, ma non ritornerà più per rimanere con la sua amante. Sofia non rimane del tutto sola: Cleo diventa per lei non solo un aiuto nella gestione domestica, ma una vera amica e un vero sostegno. Sullo sfondo imperversano i tumulti sociopolitici che hanno fatto traballare il Messico nei primi anni Settanta e che dominano prepotentemente in alcune fondamentali sequenze del film.

Ma tra la vita di una famiglia borghese che si sta disfacendo e le proteste armate tra le vie del quartiere, emerge fortemente la vita a tutto tondo di Cleo. Cuarón ci vuole raccontare appieno e in modo estremamente intimo le vicende di questa donna, che al di fuori della vita da domestica ha molto più da raccontare. Viene esplorata la sua amicizia con Adela, un’altra cameriera con cui condivide le frustrazioni e le gioie di una vita in casa di altri; viene esplorata la sua vita romantica e sessuale con il giovane Fermìn, che la lascerà sola non appena scoprirà di averla messa incinta.

È difficile raccontare la storia di Cleo perché è lunga e complessa, ma soprattutto perché Roma è un film che vive di istanti, di momenti fuggevoli di grande intensità. Guardando il film si ha l’impressione che possa finire da un momento all’altro, ogni scena sembra un nuovo capitolo autoconclusivo della vita di Cleo e di quella che di fatto è la sua famiglia. Sembra di veder proiettate in bianco e nero le vecchie diapositive di una famiglia sconosciuta. Una fugace incursione nelle vite degli altri. E lo spettatore, incantato dalla meravigliosa fotografia di Cuarón, rimane stranito e forse impassibile di fronte a quella che dopotutto è una vita normale, fatta di alti e bassi, di imprevisti e di riappacificazioni. Una vita che non ha nulla di straordinario.

Cuarón in Roma cerca di raccontarci la sua infanzia, ricostruendo meticolosamente i dettagli degli interni della sua casa e il clima burrascoso delle rivolte che impersavano attorno a lui, ma sposta l’ottica nel punto di vista della sua domestica, cercando di andare oltre quello che vedeva nella vita di tutti i giorni. Cuarón ci mostra il punto di vista degli esclusi, degli ultimi, dei servi e lo fa con disincanto, con un realismo freddo, crudo e distaccato. Pur mostrandoci l’intimità e le situazioni più profonde e drammatiche della vita della donna, lo spettatore ne prende inevitabilmente le distanze. Grazie anche alla sceneggiatura estremamente essenziale e scarna, le emozioni non prendono quasi mai voce. Solo nel finale esse prendono pienamente il sopravvento e inondano gli occhi dello spettatore, regalandoci un ritratto di profonda umanità.

Quello che fa di Roma un grande film è senza dubbio la regia impeccabile di Cuarón che ci regala delle lente sequenze di tanta intensità e bellezza da perforare lo schermo. Le scene sono estremamente ricche, e la cura nel dettaglio rende unica ogni inquadratura. Cuarón opta in questa pellicola per un bianco e nero dalle mille tonalità di grigi. Roma si rivela così un’esperienza visiva mozzafiato, vera poesia per gli occhi. Il film è stato distribuito su Netflix dal 14 dicembre, ma è stato possibile per un paio di giorni vederne una proiezione speciale in selezionati cinema italiani. Esperienza che raccomando a tutti, perché Roma ha bisogno di un grande schermo, ha bisogno di essere ammirato in tutta la sua profonda bellezza. Roma potrebbe benissimo essere un film muto: non ci interessa sapere cosa stanno pensando esattamente i personaggi. Tutto quello di cui abbiamo bisogno ce lo dice il regista con le sue immagini spettacolari della città e delle campagne nei dintorni di Città del Messico, ce lo dicono i primi piani fissi sullo sguardo nero e imperscrutabile di Cloe, ce lo dicono le mille sfumature di quel mare agitato sui cui si sospendono le vite dei nostri personaggi.

Sono nata a Chioggia, negli anfratti della Laguna Veneta. Studio Filosofia all'Università di Padova. Attualmente vivo in Germania per il mio anno in Erasmus all'Università di Tubinga. Amo viaggiare, amo l'arte e la letteratura, il buon cibo, i cani e soprattutto amo il cinema e il teatro. Qui su Cogito cerco di raccontarvi il meglio di queste due arti meravigliose.