Il Futuro a portata del Presente: quale visione dietro al Reddito di Cittadinanza?

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Ne abbiamo tanto sentito parlare, ma ancora non si sa esattamente cosa sia. Un provvedimento che affonda le sue radici nel presente. Si, ma quale presente?

<<Assistenzialismo!>>
<<Mancia elettorale!>>
<<Il più grande aiuto ai poveri della storia italiana>>
<<Misura di civiltà>>

Di descrizioni del Reddito di cittadinanza se ne sono sentite tante in giro da parte di politici, giornalisti, economisti e anche di “non addetti ai lavori”. Una vera e propria inflazione di parole e definizioni con l’obbiettivo di rendere più comprensibile un concetto molto più vago e complesso. Tant’è vero che, oltre a non esserci ancora un testo a cui attenersi, non si è capito granché dalle spiegazioni man mano sciorinate. Proviamo, quindi, ad addentrarci noi in questa babele, cercando di rispondere alla domanda più importante: Perché esiste la necessità di un Reddito di cittadinanza?

Il mondo sta cambiando rapidamente, tanto, forse troppo. Oramai sembriamo entrati in un ciclo che, pare, non dipendere più dalla nostra volontà. Inarrestabile e inesorabile. Le rivoluzioni industriali passate avevano avuto un grande impatto, ma il “sistema” aveva retto grazie alla riconversione dei vecchi lavori in nuovi, grazie alle nuove legislazioni. Il contadino aveva capito che, con l’invenzione dei mezzi meccanici, avrebbe potuto posare definitivamente la zappa e sarebbe dovuto andare in città a lavorare in fabbrica; una volta arrivata l’automazione nell’industria, l’operaio aveva ripiegato sul settore terziario così pieno di opportunità. Ma ora?
La situazione attuale si presenta, invece, molto diversa. Tra i cambiamenti prossimi ve ne sarà uno in particolare che farà discutere tanto: la fine del capitalismo. Si, avete capito bene. Il sogno del caro Marx e di tanti suoi ammiratori postmortem è vicino a realizzarsi negli anni 2000, a quasi 150 anni dalla morte del suo primo propugnatore.
La Quarta rivoluzione industriale sta portando con sé un’altra ondata di automazione che renderà sempre più preciso ed efficiente il lavoro di macchine e nuove tecnologie (tra di queste, merita una menzione speciale l’intelligenza artificiale) e sempre meno necessaria la mano dell’uomo. Per la prima volta si prevede che i lavori vecchi non verranno riconvertiti in altrettanti nuovi. Secondo il World Economic Forum, entro il 2020 si prevede la perdita di 7,1 milioni di posti di lavoro, la maggior parte nei ruoli amministrativi. Contemporaneamente ci sarà un incremento fino a 2 milioni di posti di lavoro nelle professioni del settore delle tecnologie, della matematica e dell’ingegneria. Tra i posti perduti e guadagnati, resta un “buco” di 5,1 milioni di posti di lavoro. Ed il “gap” aumenterà col passare degli anni, stimando nel 2033 l’automazione di gran parte dell’industria manifatturiera, su cui, per inciso, è retta l’economia italiana (previsione del Forum Ambrosetti).

Come abbiamo visto, il lavoro sarà totalmente rivoluzionato e per certi versi scomparirà. Si presenta quindi un grosso problema: senza lavoro, si potrà dire addio al capitalismo e si entrerà in una crisi vorticosa di cui nessuno conosce le conseguenze. Tutto questo potrebbe essere evitato facendo rimanere consumatori gli ex-lavoratori (disoccupati) in virtù di un sussidio finanziario dagli utili delle società produttrici di beni. In questo caso i ricavati delle imprese dovranno essere in qualche modo socializzati (fiscalmente o attraverso la partecipazione diretta dei lavoratori agli utili delle imprese). Si tratterebbe di una sorta di vittoria per Marx.
Si erge quindi a necessità un ragionamento che parta da questi presupposti, dato il fatto che si sta parlando di orizzonti vicini, di un futuro prossimo.
L’Universal Basic Income o Reddito di Cittadinanza, infatti, è stato più volte discusso e appoggiato da imprenditori visionari del calibro di Mark Zuckerberg, Elon Musk e Bill Gates. Ciò, però, non ha impedito le critiche da parte di economisti che vedono nell’appoggio di questi miliardari all’UBI, un modo di far sobbarcare allo stato i costi di una possibile socializzazione dei profitti delle aziende.

Insomma, esistono varie strade per affrontare questa trasformazione epocale dell’economia. Una trasformazione che non può e non potrà essere studiata solo da analisti ed economisti, ma che necessità di una presa di coscienza collettiva la quale permetta a tutti di farsi autonomamente un’opinione su quali strumenti saranno più giusti e più equi per far fronte al presente. Il tempo passa: è meglio cominciare ad informarsi!

 

Articolo a cura di Marco Santalucia

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