A Milla

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Scrivere è lasciar scorrere nel tempo una voce immutata

Ieri la vita aspettava Milla,
e lei, acquattata sotto le lenzuola
oziava all’insù, fra farfalle d’alloro
e fanciulli su molli giacigli
di algido muschio, estasi fresche
fluttuanti fra le ombre di boschi argentati;
e Milla si elevò vittoriosa
e fiera e gracile, sulle pantofole,
al cospetto di nuvolosi soffitti
trovò la pace nei toast al burro;
smorfie risuonavano tra i denti,
cenni annunciavano qualcosa di grande.

Ieri, dicevo,
la vita aspettava Milla
sotto forma di vergini nebbie,
alito rigido di un mattino ingrato,
declino senza fondo e senza ragione,
voci tossiche, rombanti grigiore;
ma oggi il suo riso assomiglia a una sagoma,
è un saluto appena accennato, un brivido
dietro ai glicini inzuppati dal sole.

E Milla indugiava, la vita!
La desiderava sincera,
dolce e sagace come l’erba
quando la vallata ne è piena.
Ho il caos in mente se penso
alla libertà del piovere:
la traiettoria delle gocce,
tuffi gentili nel cadere
se pescavano il suo cappotto,
grondante profumo dal tenue sapore.

Lesti sordi tuffi, soli abbandonati,
che i calamai siano zucchero,
che le zebre schizzino miele!
Nulla importa alla terra e al cielo
Se un uomo perde un volto nella pioggia novembrina.
Il volo nel balzo della gazzella
non vincerà la morsa del terrore:
fuga, carne viva, fauci e calore.
Vivere e ricordare, ricordare ed esistere,

fragranza di nudo attraverso la forma dei fianchi,
tocco sazio e dolore;
baci che scalpitano in graziosa meditazione,
specchio di cuori intatti.
Avrei scritto dieci capolavori in un solo inverno
sulle tue guance asciutte;
avrei parlato lingue purpuree e senza valore
per sorriderne insieme;
spiriti ignoti, monoliti scolpiti in tuo nome
diranno forse il vero?

Ieri la vita, oggi cento conchiglie
tingendo le sabbie di nero
reclamano il suono del mare.
“Alla guerra, alla guerra!” Grida un giornale,
parate belliche e chiome cotonate
farfuglianti giorni amaranto:
sangue chiaro, vuoto nel seme.
Le farfalle fuggono il verde e l’alloro,
stivali risuonano nell’atmosfera
pestando l’algido muschio,
violentando i molli giacigli.
È chiaro: l’artigliere brucerà il bosco.

Cosa resta a questo punto
della panchina su cui sedevi,
del cappotto lungo e ridicolo;
Io sola sopravvivrò,
scritta volontà di un canto passato,
pure il mio creatore seppellirò.

Milla fugge adesso la coltre di voci.
La suprema armonia dei semafori
scandisce incroci di carri e conquiste
e le parole si fanno potenti,
con chiamate alla guerra e sogni infranti,
come acari delle meraviglie
persi nella tristezza degli aranci.
Poi, dalle parole, pensieri placidi.

Oggi la morte aspetta Milla,
come un sentimento finito
conclude in tepore.
Gli sguardi sbiaditi cercavano
fra le lenzuola un naso gelato
che oziava all’insù.
E nessuno altro sa dire.

Contributo poetico di Ivan Torneo

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