Whooop!

0

Di come i sogni non sempre siano desideri: viaggi fuori programma nello spazio-tempo

«Post eius mortem nihilo minus Helvetii id quod constituerant facere conantur…», e bla, bla e ancora bla. L’ennesima, noiosissima, lezione dell’ultima ora del venerdì. Ascoltare è veramente dura pensando che tra pochi minuti sarai finalmente libero. Particolarità della lezione? Nessuna. O meglio, sulla carta nessuna, perché se mi giro intorno sono l’unico in classe. Fa strano vedere tutti i banchi vuoti. Forse i miei compagni di classe sono in gita, o forse è una lezione extra perché a scuola sono un asino, non saprei dirlo per certo, sentirmi parlare in una lingua morta mi stordisce abbastanza da non riuscire a pensare con molta lucidità.

Finalmente suona la campanella, che come un pugnale ferma le parole di Cesare.
«Bene, a domani!», no, come “a domani”? Cos’ho fatto di male per meritarmi ancora la tortura?
Orario alla mano, domani è sabato e a calendario c’è effettivamente un’altra ora di latino. La gioia è troppa per esprimerla a parole. Esco e stranamente sono l’unico ad uscire dall’edificio insieme alla professoressa: che fine abbiano fatto le milletrecento persone che avrebbero dovuto frequentare la scuola insieme a me non è dato saperlo. L’uscita dà esattamente su un sentiero fangoso che si dirama in due parti, in mezzo una roccia con davanti un cartello in legno troppo corroso per leggerlo. La tipica passione italiana per la manutenzione, insomma. Prima di instradarmi fermo la mia aguzzina: «Prof, ma me lo metterà prima o poi un voto positivo?»
«Dipende Marchiol, basta studiare. Perché lei studierà per la prossima interrogazione, vero?», con il solito tono misto tra burbero e bonario, che associo più a mia nonna che a un mio insegnante, ma tant’è. Annuisco e in un “arrivederci” sono di nuovo in cammino.
Mi inoltro da solo per la strada, sotto le foglie d’autunno che cadono e a testa china come sempre. Arrivo nel piccolo piazzale rigorosamente non cementificato da dove si diramano tutte le altre vie: bell’idea fare una scuola in mezzo a un bosco, senza mettere in sicurezza assolutamente nulla, vorrei farmi una chiacchierata con chi l’ha pensato. Mentre continuo ad essere polemico con il mio stesso pensiero, incrocio casualmente un amico, seduto su una panchina.
«Andrea? Cosa ci fai qui?»
«Mah, ho finito prima e sapendo che passi sempre di qui ti ho aspettato», neanche il tempo di chiedere come andassero le cose che noto qualcosa di strano: «Ma sbaglio o la ghiera del tuo orologio si illumina?»
«Sì, effettivamente è da stamattina che lo fa, ma non ho capito il perché. Lo porterò a far vedere più tardi, sti Rolex sono una fregatura»
«Te l’avevo detto, meglio i Cartier, mai fidarsi degli svizzeri. Fammi vedere un attimo da vicino».
Giusto il tempo di mettere il muso vicino al quadrante che Andrea indica un punto rotto: «Secondo me il problema è qu…»

“Whooop!”

«…esto!»
In un lampo siamo da tutt’altra parte.
«Macchecca… Cos’è successo?!»
«Non lo so», piove e siamo all’improvviso sull’acciottolato.
«What the… Ehi, you! Stupid kids!», per poco un ciclista non ci viene addosso. Le domande che mi faccio però sono due: perché ci ha insultato in inglese? Ma, soprattutto, perché aveva una ruota decisamente più grossa dell’altra? Sarà duecento anni che non si usano più.
«Sìsì insulta, tanto il Mondiale non lo vincete manco nel 2034! Burini d’inglesi…»
Purtroppo non riesco a non rispondere, anche se non mi sente già più.
«Ok, adesso, Andrea, mi dai una spiegazione razionale sul come sia possibile quello che sta succedendo…»
«Ti giuro che se l’avessi te la darei», risponde più spaesato che mai.
«Guarda! Il tuo orologio ha smesso di lampeggiare!»
«È vero… chissà perché…»
«Cerchiamo di capire che fine abbiamo fatto, poi ci pensiamo…».
C’è uno strillone lì vicino. «Scusi, quanto viene il giornale?»
«Uhu? I don’t understand, sorry»
«Aaaah ma avete deciso di fare i difficili oggi, eh? Va bene… Paper! Can I have a newspaper, please?!»
Vende solo quello. Manco l’avessi indicato per comprargli il cappello.
«Oh, yes! It’s two pounds!»
«QUANTO? ‘tacci vostra e con che lo fate sto giornale? Con l’oro? O con la pelle degli scozzesi che avete scuoiato? Ah, lascia perdere. Guardo solo la prima pagina»

“London Times, 4th february 1887”

Già di mio sono pallido, quel poco di colore che ho in viso se ne va definitivamente leggendo la data. Neanche quando ho visto dal vivo il cucchiaio di Maicosuel il mio cuore aveva rallentato i battiti così tanto. Tra l’attonito e il moribondo, con un sibilo chiamo il mio compare: «Andrea, tu ci credi nei viaggi nel tempo?»
«Ma no, chi ci crede a queste robe?»
«E allora, per piacere, mi spieghi, con estrema calma, come siamo tornati indietro di circa 120 anni?!»
«Ma non è poss…. Oh, per la misera…»
«Calma, pensiamo un attimo, abbiamo sentito un boato dopo che hai toccato il tuo orologio. Mi sa che c’è poco di svizzero, lì. Scusa, avvicinaci la mano un secondo…».
Lo fa e il simpatico aggeggio torna a lampeggiare con aria allegra.
«C’è qualcosa di decisamente inquietante in tutto questo, eh già…»
«Aspetta, prima avevo fatto questo movimento»
«NO! ASP…»
Niente, neanche il tempo di finire la frase che riesplode il boato.

“Whooop!”

Stavolta siamo catapultati nel deserto, o almeno, il terreno è ricoperto di sabbia, quindi, facendo uno più uno, non siamo in un’oasi.
«MA SE TI DICO ASPETTA, TU ASPETTA CHE CASPITA!!»
«Scusa Davide, non pensavo che…»
«Take cover!!!»
Boooom, ratatatata! Non ci credo, penso, mentre un brandello di carta mi si spiaccica in faccia: 3 novembre 1942, El Alamein, dal lato sbagliato della battaglia per giunta.
«Non ci posso credere che siamo così sfigati», ci mettiamo dietro a delle coperture fatte con i sacchi. Sparano proprio nella nostra direzione.
«Andrea, ti vuoi sbrigare a girare quel quadrante o deve arrivare il Maresciallo Graziani a tirarti una granata in testa?!»
«Ah sìsì, giusto!»
Questo mi farà ammazzare, penso di nuovo. Altro boato e stavolta lo sento come una liberazione.

“Whooop!”

* Stunf *
«Ahia! Atterraggio doloroso, molto doloroso!»
Mi guardo intorno. Un vaporetto? Beh, almeno stavolta siamo in Italia e in tempi anche abbastanza recenti, evidentemente. Visti i due precedenti, lo vedo come un passo avanti.
«Ma è ovvio che col 3-5-2 non si va da nessuna parte, ci arriva anche chi non ha fatto Coverciano!».
Calcio? Pure l’argomento mi è familiare. Non fossi solamente indietro di quei 30 anni che fanno un po’ la differenza sarei anche contento.
«Scusi? Dove siamo?»
«A Venezia, che domande fai? Ti senti bene?»
Rispondo solo con un cenno, dare spiegazioni non credo migliorerebbe le cose. Almeno il posto è familiare, ma dov’è Andrea? Mi guardo intorno. È andato a sedersi. Perché ogni volta deve fare come diamine gli pare? Va beh, vedo di ambientarmi un attimo. Vado a poppa. Manco a dirlo ho di nuovo un calo di pressione: io questi li conosco! Sono i miei colleghi… con qualche decennio in meno, ma sono loro! Ah, però, non sapevo avessi il capello ingellato una volta. Certo che pensare a come sei invecchiato male… non c’è tempo però, per qualche motivo temo possano riconoscermi mentre parlano e scappo via, paradossi temporali in stile Back to the Future alla mano. Evito di scendere, cerco Andrea con lo sguardo. Lo becco che sta amabilmente chiacchierando con un altro passeggero, come se avessimo tutto il tempo del mondo. In effetti lo avevamo, ma mi premeva un po’ uscire da quello che stava diventando un incubo. Batto con forza sul finestrone, attiro la sua attenzione. Con il labiale gli dico: «L’orologio!» e gli indico il quadrante. Risposta: «Ah sì! Giusto, hai ragione!», talvolta mi chiedo come sia possibile che dorma in piedi in questa maniera, altro lampeggio verde fosforescente e…

“Whoop!”

Profumo di caffè, baraonda da bar, siamo proprio in un locale. Tutti questi sbalzi iniziano a stordirmi. Vedo Andrea che ordina tranquillamente un succo di frutta, ma com’è possibile che per lui sia tutto normale? Inizio a sentirmi veramente stordito. Noto che la cameriera mi fissa abbastanza intensamente, vorrà l’ordinazione, tra le vertigini riesco a parlare: «Mi faccia un espresso, per piacere…»
«Oh finalmente, ci ha messo due ore per ordinare!», veramente molto simpatica la signora. C’è un po’ troppa polizia per i miei gusti, parlano italiano, ma la tenuta è da forze dell’ordine statunitensi, li sento e gli argomenti in realtà non sono neanche strani rispetto all’ambiente: «Uh, guarda quei dolci, sono incredibili, li ho provati ieri, quelle palle di zucchero sono micidiali», guardo anch’io e vedo che all’interno del barattolo di vetro ci sono dei dolci di pan di spagna, ma con attaccate delle palle colorate di zucchero da diabete istantaneo. Americani. A un certo punto, dal nulla, sento urlare e sparare – con il cuore in gola, articolo: «Andrea! La ghiera…»

“Whooop!”

Stavolta il posto mi è decisamente familiare. È il mio letto… Per fortuna.

Articolo di Davide Marchiol 

Cogitoetvolo è un sito rivolto a chi non accetta luoghi comuni, vuole pensare con la propria testa e soprattutto essere protagonista del presente.