Perché andare a vedere il balletto nel 2018

0

Il balletto è così anacronistico in tempi come questi che è essenziale che esista

Ce lo siamo chiesti tutti, specialmente Marco, che dopo i primi dieci minuti ha detto “Oh, ma questi non parlano mai?”, “E no che non parlano: è un balletto, ballano!“. Marco avrebbe volentieri fatto il passo del gambero fino all’uscita, ma a spettacolo iniziato il buio è pesto ed avrebbe dovuto scavalcare troppa gente. Poco male, avrebbe ingannato il tempo giocando a Candy Crash.
“Marco, sei impazzito? Qui se ti beccano col cellulare ci buttano tutti fuori a pedate”. Non risponde “Magari!” soltanto perché sa quanto io e gli altri ci teniamo ad andare a teatro. E così resta dov’è, punta tutta la sua ribellione in una postura sbracata e lo guarda, il suo nemico. Il balletto.
Il pubblico che guarda il balletto al teatro si compone di una popolazione eterogenea suddivisibile però in poche sottoclassi:
–  nonnetti impellicciati e molto chic;
–  scolaresche di dodicenni sotto il ricatto del riassunto per casa;
–  quelli che lo vedono “perché fa cultura”;
–  noi, dove noi sta per quei pochi studenti che usufruiscono volontariamente (eccetto Marco) dello sconto che gli è concesso.

E anche questa volta l’orchestra si accorda, i violini stridono, le trombe trillano ed il sipario si apre e scopre i costumi sgargianti dei ballerini. Lei è la Bella addormentata di Čajkovskij (“No, i coschi non ce li ho. Che poi che sono i coschi?”, “Lasciamo perdere”) che ha tutt’altra storia rispetto a quella disneyana, e lo capiamo prima ancora di consultare internet nell’intervallo. Forse è proprio questa la magia del balletto: capire una storia dai gesti -o non capirla, come può succedere- il narratore è un muscolo e la parola una danza.

La potenza ed il fascino di andare a vedere (tre pallosissime ore di) un balletto nel 2018, ignorando uno smartphone in tasca che ti proporrebbe una caterva di contenuti usa e getta e di rapida e facile  comprensione, è proprio quello di recuperare un patrimonio che ci stiamo perdendo: il lasciarsi raccontare una storia lentamente. Se si può chiedere ad uno scrittore di usare qualche parola in meno, di farci un riassunto, non si può pretendere che il ballerino ci risparmi un passo, un salto, o “tutta quella parte lì che dura tanto e serve a poco”, perché ogni movimento di quei corpi sul palco è un pezzo di storia, e ci sta parlando. E non c’è altro linguaggio che questo, non si può fare altro che guardare, imparare a tacere davanti alle cose belle.
Il balletto è così tremendamente anacronistico in tempi come questi che è essenziale che esista in tempi come questi. Sì, nell’era della Dark Polo Gang ci sono delle stanze rivestite di velluto rosso dove la gente guarda per ore altra gente che balla danza classica, dove si spaventa perché una principessa viene rapita dalla scena da una creatura vestita di nero e infine gioisce perché lei trova il suo principe e ballano insieme mentre piovono rose di stoffa.
“E’ stato bello”
“Dici davvero, Marco?”
“Intendevo uscire da qui, che fuori prende meglio.”

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.