Istituzionalmente, l’incipit del racconto di un film dovrebbe ricordare i suoi dati anagrafici e quanto di tecnico vi concerne. Ma (quasi) tutti sapete ogni cosa di A Star Is Born. Perché ancor prima della sua presentazione all’ultima Mostra del cinema di Venezia, l’interesse congiunto di critica e pubblico l’aveva resa una delle pellicole più attese della stagione cinematografica che culminerà il prossimo 24 febbraio con la consegna dei Premi Oscar. A Star Is Born ci sarà, questo è sicuro.
L’eco della storia è un archè di Hollywood: la scoperta di un talento insicuro, brillante, angelico nei sobborghi del mondo, prigioniero di un vita potenzialmente insufficiente, di cui però, sentirà la mancanza. Bradley Cooper – per la prima volta attore e regista – incasella la sua versione di A Star Is Born a metà tra la volontà di certificare il coinvolgimento emotivo della storia, e quello di ridefinirla ai giorni nostri; omaggia le due versioni precedenti con Judy Garland (1954) e Barbra Streisand (1976) – ispirate al film del 1932 What Price Hollywood? –, e al contempo attualizza il trinomio centrale amore – musica – fama nella spirale dell’industria dello spettacolo contemporanea. Le ripetute inquadrature nel backstage della rock star Jackson Maine, interpretata da Cooper, suggeriscono appunto il dietro le quinte di questo mondo febbricitante. Sbirciamo nella vita degli artisti hollywoodiani, com’era nell’immaginario ideativo di George Cukor, regista del film del ’32.

Cooper si conferma attore capace di giocare le carte di ruoli estremamente diversi fra loro, esibendo una recitazione credibile, impreziosita da un’insospettabile abilità canora, che non sconfina mai nell’imitazione. La regia, invece, più volte inciampa in passaggi approssimativi, lasciando molti intermezzi narrativi fine a se stessi; tutta un’altra storia per le sequenze musicali: la scelta di girare le scene dei concerti utilizzando come set alcuni reali festival di musica dal vivo (su tutti, Glastonbury) non poteva rivelarsi più azzeccata e funzionale.
Altresì, è ovunque evidente la chimica tra Cooper e Lady GaGa. Lei si reinventa in una prima prova da attrice protagonista certamente ben oltre ogni aspettativa. La macchina da presa la guarda nuda, senza tutte quelle stravaganze che l’hanno resa famosa, e la scelta di firmarsi nei titoli di coda con il proprio nome di battesimo (forse) ne conferma l’impressione. Stefani Angelina Germanotta fa la cosa più difficile: simula il denudamento, e dissimula l’autenticità del personaggio. Gianni Canova lo dice bene: «Per interpretare la parte di Ally in A Star Is Born, in effetti, Lady GaGa si è tolta gli orpelli più appariscenti della sua icona mediatica. Ma l’ha fatto per indossare la maschera più difficile: quella di chi deve far credere di essere senza maschera». Perché se è vero che la versione acqua e sapone di Gaga le offre una nuova verginità per la carriera d’attrice, al contempo la cantante americana ha dosato i propri elementi biografici e quelli finzionali di Ally in un connubio davvero convincente, regalandosi (e regalandoci) non “un’interpretazione di se stessa”, ma di una stella che nasce. «Indossa la maschera di Ally per mettere a nudo lo sguardo di Lady GaGa» (sempre Canova).
Cosa dire, poi, della musica. Se Cooper la scopre come sua abilità, Lady GaGa la dispensa come suo talento autentico, che – assieme al richiamo ancestrale di questa storia d’amore – forma l’altro grande pilastro grazie a cui il film si rivela vincente. Sonoro e montaggio sonoro rendono perfettamente giustizia a una colonna sonora stupenda – il duetto in Shallow pare un Oscar già annunciato. Perché nelle “sue” parole è racchiuso il fiocco di questa bellezza che dal 1932 conquista generazioni.

Nel suo ultimo libro, L’uomo che trema, Andrea Pomella suggerisce che la bellezza è l’unica cosa che può realmente resistere alla morte. È da questa fonte che arriva l’energia intrinseca di cui A Star Is Born vive. La versione Cooper – Gaga ancor più delle precedenti forse. Principalmente perché la pellicola è tutt’altro che perfetta: la regia – come detto – spesso è incerta, ma soprattutto la sceneggiatura è (quasi) completamente da dimenticare – andrebbe sostituita con i testi delle canzoni originali. In alcune scene scade nella sommarietà o, ancor peggio, nell’incomprensibilità. Rendendo, così, poco efficaci le tematiche secondarie del film. Su tutte, l’alcolismo e l’infanzia travagliata della star in declino.
A Star Is Born – la prima versione italiana a mantenere il titolo originale inglese – è pertanto un film complessivamente non indimenticabile in cui però gli elementi fondativi della storia, e fondanti di questa versione, deresponsabilizzando le incertezze più tecniche. All’udito dello spettatore infatti sono sorde, perché il film è comunque ricco di quelle dodici note fra un’ottava e l’altra, che per questa versione sembrano abbastanza. Lady Gaga e Bradley Cooper toccano nel punto giusto, riconoscendo la necessità di una domanda senza retorica. Semplice: «Are you happy in this modern world?»