Mi piacciono moltissimo i libri usati che si aprono alla pagina che l’ignoto proprietario precedente apriva più spesso
Questo affermava la scrittrice e sceneggiatrice statunitense Helen Hanff nel 1949. Ed è proprio così perché in un libro usato non c’è solo una storia ma ce ne sono (almeno) due: quella narrata e quella di chi lo ha letto e ha disseminato appunti qua e là, sottolineando parti fondamentali, scrivendo a margine pensieri o raccontando addirittura i suoi amori adolescenziali.

Passeggiando a Torino, tra la libreria a cielo aperto più lunga del mondo, riscopro il profumo di questa fatidica seconda vita. Si salva un libro da scaffali impolverati o da scatoloni dimenticati, si riscoprono edizioni minori, antiche, e poi fumetti, ristampe da regalare o riviste da custodire. E all’amletico dilemma “carta o digitale?” la risposta è indelebilmente la stessa: l'”aroma” della carta ingiallita non è superabile.
Insospettabili lettori, eruditi appassionati di storia, bancarelle piene zeppe di classici, gialli e noir. Voci di adolescenti si rincorrono tra la folla, sfogliano un libro, parlano con l’amico, si confrontano, chiedono, acquistano (!). Passo, do un’occhiata veloce, ascolto e un pensiero resta lì, immobile.

Dov’è finita quell’Italia che non legge? Se i librai devono avere occhi, orecchie e parole impetuose almeno tanto quanto quelle curiose dei loro clienti? Sarà una fetta, piccola piccola di appassionati, sarà un tempio in cui i devoti si sono concentrati ed hanno catalizzato qui tutte le loro attenzioni, sarà che nove volte su dieci il testo di cui si ha bisogno viene fuori ma questo mercatino mi piace. Mi piace respirare questa atmosfera in cui ci si innamora di uno scrittore che si è sentito solo nominare e che si ha finalmente l’occasione di leggere. E infine mi piace degustare un testo, alla pari di un piatto perché assaporo la storia locale attraverso i profumi dei luoghi narrati.