Scorte e sistema di protezione – La tutela delle vittime

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Non è il Governo a decidere riguardo la protezione di una persona, sarebbe assurdo.

Negli ultimi tempi si è molto parlato del tema relativo alle scorte e al sistema di protezione, soprattutto in relazione alla loro assegnazione e gestione. Sembra infatti che esista una parte della classe politica che cerca in tutti i modi di delegittimare alcuni cittadini con la seguente argomentazione: chi si trova sotto scorta è in realtà una persona che fa la bella vita sulle spalle dello Stato e per questo merita che gli venga tolta. Come se non bastasse, sembra che una grossa parte della popolazione sia convinta delle parole della suddetta classe politica e che tutti i mali della odierna società siano dovuti al fatto che una persona si trovi sotto scorta. Questa situazione, ovviamente, non è senza conseguenze; a farne le spese infatti, come spesso accade ultimamente, è la parte più debole, ossia le vittime che sono proprio sotto scorta.

Come è organizzato il sistema

Chiariamo subito che non è il Governo a decidere riguardo la protezione di una persona: sarebbe assurdo se la scelta di attribuire o meno la scorta ad un soggetto dipendesse da una decisione politica. Il sistema è molto tecnico e complesso e chi se ne occupa è l’Ufficio Centrale Interforze per la Sicurezza Personale (Ucis). Istituito con la legge 133/2002, esso tutela le “persone esposte a particolari situazioni di rischio o di natura terroristica o correlate al crimine organizzato, al traffico di sostanze stupefacenti, di armi o di parti di esse, anche nucleari, di materiale radioattivo e di aggressivi chimici o biologici o correlate ad attività di intelligence di soggetti od organizzazioni estere”.

                                  Il Viminale

L’Ucis è composto da dirigenti di polizia e carabinieri e diretto da un prefetto. I suoi compiti riguardano gestione della protezione, raccolta e analisi di informazioni di persone che sono a rischio. L’Ucis fa riferimento al Ministero dell’Interno ed è istituito nel dipartimento di pubblica sicurezza. L’affidamento della scorta parte da una segnalazione -compiuta dal prefetto all’Ucis- di persone che hanno bisogno di una scorta per motivi di concreto rischio della incolumità della persona. L’Ucis esamina la richiesta del prefetto e stabilisce se vi è necessità di assegnare una scorta. La revoca, come l’affidamento, viene valutata nuovamente dall’Ucis per verificare se il pericolo per la vita della persona sia cessato o meno; nel caso in cui il rischio concreto che ha portato alla assegnazione della scorta sia venuto meno, questa viene revocata sempre per decisione dell’Ucis. Non è quindi il Ministro dell’Interno a decidere riguardo la necessità della scorta per una persona, ma di questo si occupano uffici preposti, competenti a valutare determinate situazioni.

Le vittimizzazioni, le conseguenze per la vittima.

Una persona che vive sotto scorta si trova in questa situazione perché ha ricevuto minacce, ha subito attentati a causa del proprio lavoro o attività che svolge quotidianamente. La diretta conseguenza, vale a dire l’impatto psicologico che grava sulla persona che rischia l’incolumità, è già di per sé devastante, portando con sé angoscia e paranoia. Bisogna però considerare che tutta questa situazione non si arresta alla sopra esplicata “prima vittimizzazione”, ma prosegue; infatti esiste una “seconda vittimizzazione”, che è frutto delle ulteriori conseguenze psicologiche provocate dal mettere a conoscenza dei fatti le autorità preposte alla tutela: il solo racconto dell’esperienza subita porta con sé conseguenze devastanti sul piano morale, le quali possono essere amplificate se la vittima, anziché essere aiutata e supportata, diviene oggetto di pregiudizi e colpevolizzazione. Un esempio classico può essere il caso di un giornalista che, a seguito di un’inchiesta o dopo aver raccontato un fatto di cronaca, viene additato come “ficcanaso” o in cerca di guai per la fama e il successo. Ad aggravare ancora di più le conseguenze per la vittima, esiste la possibilità che quest’ultima si esponga ad una “terza vittimizzazione”: questa è dovuta in primis al fatto che non si sia riusciti a garantire il bisogno primario di una difesa sociale, quale ad esempio arrestare e condannare gli autori di un possibile attentato o minaccia. Secondariamente, e in maniera ancora più subdola, la “terza vittimizzazione” ha a che fare con una violazione della riservatezza e della privacy della vittima da parte dei media e di alcuni esponenti della classe politica e istituzionale, che tendono a colpevolizzare o a disegnare un quadro del tutto irreale rispetto all’episodio che ha coinvolto la vittima. Questa ultima vittimizzazione porta con sé tutta una serie di conseguenze sul piano sociale e individuale, poiché, oltre a perdere fiducia nelle istituzioni, la vittima patisce un senso di frustrazione e impotenza. Come ultimo aspetto, la vittima facilmente tende a chiudersi in se stessa nel momento in cui viene additata dai media e dalla politica come una persona che “racconta fandonie, se l’è cercata, è colpa sua”.

La necessità di un sistema di protezione

                            Una scorta di polizia

Se guardiamo a come nacque il sistema di protezione delle persone a rischio, possiamo notare che venne istituito in una data non casuale, nel 2002. In quell’anno veniva ucciso il Professore e giuslavorista Marco Biagi, assassinato da un commando delle brigate rosse: si trattava di terrorismo. La sua morte avveniva a seguito della revoca della scorta. Da questo episodio capiamo quanto sia necessario per una persona che rischia la vita nello svolgimento del proprio lavoro avere a propria tutela un sistema di protezione. È necessario però che lo Stato e le sue istituzioni non aggravino la situazione di tensione e paura che, come è facilmente comprensibile, pesa sulle spalle di un individuo minacciato da organizzazioni criminali, terroristiche o mafiose. Le vittime non hanno bisogno di essere delegittimate dalla classe politica, le vittime hanno bisogno di tutela, di ritrovare una tranquillità emotiva e relazionale, senza che questa “armatura” che viene loro assegnata diventi motivo di ulteriore oppressione e soffocamento. Se ci devono essere degli interventi da parte della classe politica – da sottolineare, non necessari e fuori competenza -, questi devono essere di tipo migliorativo, dal momento che la normativa vigente non è in grado di coprire tutte e tre le vittimizzazioni sopra descritte. Una siffatta situazione può avere come primaria conseguenza l’abbandono del proprio lavoro, o, peggio ancora, il suo svolgimento non nel migliore dei modi, nel caso in cui dalla parte della vittima non vi siano protezione e tutela a 360 gradi. Le conseguenze gravano sul sistema giustizia se parliamo di magistrati, libertà di stampa e svolgimento di inchieste indipendenti nel caso di giornalisti, sul piano economico nel caso in cui si tratti di imprenditori. Il sistema di protezione è un sistema che serve a salvare vite; tutto quello che si chiede all’opinione pubblica e soprattutto ad una certa parte della classe politica, è solo un po’ più di rispetto per la vita di queste persone.

Sono nato a Brescia nel 1994. Laureato in Giurisprudenza, mi interesso di criminologia, vittimologia, diritto penale e storia. Scrivo con l'intento di offrire punti di vista diversi rispetto alla visuale comune, per una diffusione della cultura della legalità.