Entrate assieme a me in questa Milano seicentesca: vediamo di fare un po’ di chiarezza su questo grande dolore di cui sto per narrarvi.
Ebbene sì, ecco che ci siamo tuffati a capofitto nel trentaquattresimo capitolo del romanzo manzoniano: stiamo giungendo alla fine e stiamo per trarre la conclusione dalle nostre vicende.
Eppure sappiamo come è fatto il nostro Manzoni: non è un drone che sorvola le montagne da lontano ma si rivela sempre un obiettivo di alta qualità tecnologica che riesce a zoommare sui particolari più inaspettati.
Stiamo percorrendo le strade milanesi e seguiamo i monatti, ovvero le figure responsabili del prelievo dei morti di peste, che trascinano un lugubre carro su cui sono accatastati corpi su corpi, in mezzo alla sporcizia, alla paura e alla confusione. La gente corre, schiamazza oppure smette di opporsi, s’arrende, s’accascia. La scena è appannata dal terrore del contagio: ormai siamo all’apice dell’ingestibile sconquasso che si è creato nei capitoli subito precedenti a questo.
Però aspettate, guardate dove ci porta il nostro narratore. Proprio lì, davanti a una porticina come le altre. Cosa ci può interessare? Guardatela bene e ponete attenzione: è uno dei momenti senza dubbio più drammatici del romanzo.
Una donna ristà sull’uscio, e non è sola. Il dolore le percorre il viso, segnandoglielo con scanalature ben precise: in braccio a lei una bambina di nove anni, bianca come il nulla, adagiata sulla sua spalla con arrendevolezza ma sostenuta appena dalle braccia quasi impotenti della madre.
Gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante.
Il lessico di Manzoni si addolcisce nella profonda amarezza che come un trapano sta perforando i nostri cuori da lettori: certo in mezzo a tanta asprezza non eravamo pronti a un tale contrasto.
Una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale.
La scena rallenta, ogni tratto è descritto con la minima cura, la sofferenza umana affiora da ogni angolo della scena senza lasciarci scampo.
Un monatto, definito turpe per ovvie ragioni, si avvicina con la solita fretta di raccattare il corpo e andarsene ma no, non ce la fa. Una sorta di rispetto travolge anche lui e procede più cauto: tende la mano ma non compie l’azione. Come dice Manzoni in un altro momento del romanzo, il vortice attrasse lo spettatore. Così anche qui: nessuno può esimersi dal vivere appieno questo momento di sacra sofferenza.
La donna chiede allora disperatamente di poter esser lei stessa ad appoggiare la figlia sul carro, e che nessuno le tolga un filo d’intorno. Porge i soldi al monatto e ripone la figlia nel sacco che lui tiene nella mano protesa verso di lei. Stranamente nessuno s’oppone, nonostante la situazione sia ancora critica e confusa. Perché sì, Manzoni sa che nella vita deve esserci spazio per queste cose: dare spazio all’affetto, soprattutto genitoriale. Ce lo aspettiamo da parte sua, reduce da un’infanzia trascorsa con un padre non biologico – ma spacciato per tale per questioni di rango sociale che potete ben intendere – conservatore e sempre assente, e una madre ormai trasferitasi a Parigi già dai primi anni di vita di Alessandro, che la rivedrà solo all’età di vent’anni quando sarà lui stesso a trasferirsi nella capitale francese.

Forse questa madre è un po’ anche la sua, forse questa donna che sta con la figlia fino alla morte è una scena che anche lui, in cuor suo, ha sempre sognato e ora vuole liberarsi di questo greve peso.
Ad ogni modo, con un’accortezza che stona molto con la situazione circostante ma che noi possiamo gustarci con lentezza, la madre di questa bambina, dopo che sul carro è stato fatto addirittura un po’ di spazio, la adagia tra gli altri corpi, sussurrandole le ultime parole. Proprio da queste capiamo che la figlia si chiama Cecilia e che purtroppo la madre, dopo aver pregato per lei – perché la componente religiosa non deve mai mancare – la raggiungerà e non sarà sola nel farlo. Dopo questo breve discorso accorato, essa si volta e torna in casa, per poi affacciarsi alla finestra tenendo in braccio un’altra bambina, ancora più piccola dell’altra, ed entrambe hanno la morte in viso, la vediamo chiaramente. Si adageranno vicine sul letto in attesa della sera, quando il monatto andrà a prendere anche loro e la famiglia potrà riunirsi.
Ora prendete fiato, e se ho suscitato in voi qualche interesse, se ho mosso in voi l’emozione che mi ha afferrata quando per la prima volta mi sono addentrata nell’animo della madre di Cecilia, allora conservate in voi questa sbiadita istantanea e quando avete tempo riprendetela, rifletteteci, cullatevi nelle sue parole. In qualcosa magari vi rivedrete, forse n’uscirete diversi. Si sa, dopo una lettura di un passo manzoniano come questo non si resta indifferenti.
Illustrazione originale di Laura Meneghin