1° classificato del concorso Una storia per la vita – 2012
Vince un viaggio a Strasburgo, sede del Parlamento Europeo, promosso dai giovani del Movimento per la Vita Italiano, e la pubblicazione sulla rivista Sì alla vita.
La storia che vi sto per raccontare
narra di due giovani fidanzati
che hanno avuto prove da superare.
Questi endecasillabi incatenati,
il metro della Commedia Divina,
han buon motivo per essere usati:
quel che succede ad una ragazzina
quando si sente adulta all’improvviso,
ed a colui che ha lei molto vicina,
il quale pure ha l’animo diviso,
può sul momento ricordar l’inferno,
ma, se non soli, apre anche il paradiso.
Di un indicibile sentir materno
ora vi parlerà novello canto
di Paolo e Francesca nel mondo odierno.
Francesca se ne sta col cuore affranto
nella sua stanza con il test in mano,
mentre ignari nella camera accanto
i suoi si rilassano sul divano,
dopo un’altra giornata faticosa,
che lui ha passato a ricercare invano
in sei stabilimenti qualche cosa
da arrotondar la cassa integrazione,
e lei telefonando senza posa.
Per lor lavorativa posizione,
prende mill’euro al mese la famiglia,
e i genitori han la preoccupazione
dell’università di loro figlia,
che da settembre avrà d’esser pagata,
poich’ella a giugno il diploma si piglia.
Tutt’altra invec’ è stata la giornata
che ha avuto Paolo. Come di consueto,
ha passato in classe la mattinata.
Ora, col suo carattere faceto,
sta andando a sceglier due piccoli doni
per sua Francesca, uno che renda lieto
tempo che crede di lievi apprensioni
(ha detto lei d’avere l’influenza),
l’altro dei due perché siano più buoni
momenti d’imminente ricorrenza
di quel ternano santo, protettore
d’innamorati, anche se la presenza
dell’un per l’altra già darà valore
alla speranza di quei due ragazzi
d’avere già trovato il vero amore.
Più l’un l’altra che floreali mazzi,
più l’un l’altra che dei cioccolatini,
più l’un l’altra che teneri pupazzi.
Dopo avere scelto due regalini,
si reca dall’amata spensierato,
ridendo come soglion far bambini.
Dopo aver il campanello suonato,
la mamma di Francesca gli apre porta
e annuncia alla figlia ch’è arrivato.
Lei si fa avanti con la faccia smorta,
incede con un passo molto incerto.
È pallida come persona morta,
sul viso le si legge lo sconcerto;
che d’influenza soltanto si tratti
ormai sembra nessuno essere certo.
“Che t’è successo?” le chiedono infatti
Paolo e la mamma, molto preoccupati
Per aver visto sembianti siffatti.
“Non lo so, saranno di certo stati
dei microbi che giravano a scuola;
ora ho la febbre e frequenti conati”.
Pure credendole sulla parola,
mamma le dice di farsi vedere:
“Sono tre giorni che tu fai la spola
tra camera e bagno per ore intere.
L’ora sarebbe che il dottor chiamassi,
potresti almen qualcosa in più sapere”.
Sebbene una chiamata sia di prassi
quando i sintomi sono sconosciuti,
Francesca avea guardato sui suoi passi,
pensando a chi di certo eran dovuti:
passione del recente capodanno.
Ora che tutti i dubbi son soluti,
pensa d’avere fatto un grande danno
e, per non rivelare il suo segreto,
l’ha tenuto nascosto con l’inganno.
Essendo davanti a un fatto concreto,
però, non può tenerlo a lungo ascoso
e a Paolo lasciar sapere incompleto.
Benché serpeggi alone di nervoso,
congeda mamma e prende Paolo in stanza
per affrontare compito gravoso.
“Ricordi il mese scorso la vacanza”,
gli dice lei parlando pian pianino,
“quando passion ci colse in abbondanza?
Beh, so che adesso aspettiamo un bambino,
e questo cambierà la nostra vita.
È proprio imprevedibile il destino!”.
La lingua a lui par essersi zittita,
e passa una manciata di secondi,
che appare a lei come se sia infinita.
È come se nel suo dolore affondi
e, priva di conferme e di conforto,
dice a Paolo “Perché nulla rispondi?”.
D’ognuno il pensare si fa contorto,
riesce a dir lui “M’ha preso alla sprovvista
questo fatto, di cui non m’ero accorto”.
A questo punto par lunga la lista
di cose a cui dovranno rinunciare,
par che pur gioventù perdan di vista.
“Certamente dobbiam farci aiutare”
si dicono l’un l’altra timorosi
e quasi con l’istinto di scappare.
Vorrebbero essere più fiduciosi,
ma l’istintual paura che li prende
moltiplica ad oltranza lor nevrosi.
Ancor più impauriti poi li rende
il non sapere a chi chiedere aiuto:
difficil’è trovar chi ti difende.
Pensan per prima cosa a un modo astuto
per fare incontrare lor familiari
prima che il fatto sia riconosciuto
per dirlo a tutti in un momento pari,
ma non san se farlo direttamente
od avvalendosi d’intermediari.
La loro volontà, decisamente,
li porterebbe a scegliere la vita,
ma li circonda tantissima gente
che dice che lor via sarà salita,
che non vivranno più per loro stessi,
ch’è scelta migliore farla finita.
A loro quindi error non son concessi
nel sceglier chi saranno le persone
che aiuti a lor dovranno far promessi.
Prendono dunque l’ardua decisione
di convocare nonni e genitori
per presentare ad essi la questione.
Parole fan fatica a venir fuori,
ed anche quand’è tutto stato detto,
sono in famiglie piccoli malori.
“Vostro avvenir non sarà più perfetto”,
“Perché mettere al mondo un inatteso?”,
“Perché questo destino maledetto?”.
Queste e altre frasi d’altrettanto peso
s’abbatton sui due giovan come scure,
rendendo quindi ancora più scosceso
cammino intriso già di prove dure,
che sembra debbano affrontar da soli
tra tanti dubbi e tra tante paure.
Non credon giusto che qualcun s’immoli
per rimediare a scelta lor sbagliata.
Anche l’amor ha i due suoi estremi poli:
scelta dev’esser sempre equilibrata,
non porta benefici la sua assenza,
così come presenza esagerata.
Ora i due giovani si trovan senza
concreti aiuti, e dalle lor famiglie
perfino trovano una resistenza.
Tutti al loro disio metton le briglie,
cercano qualche appiglio per rialzarsi,
ma son negate loro le maniglie.
Sembra giunta l’ora di rassegnarsi,
lei viene accompagnata all’ospedale,
così potrà “del peso sbarazzarsi”.
Ma, poco prima di farsi del male,
Francesca scorge un verde bigliettino,
pensa che leggerlo la pena vale.
Raffigura una mamma col bambino;
lei prontamente chiede ai suoi un favore:
“Possiam temporeggiare un pochettino?”.
Ancora resi ciechi dal dolore,
ma ravvivati da quella speranza,
che tuttavia risiede in loro cuore,
che a figlia possano esser maggioranza
di beni, non di mali, riscontrata
se porta a termine la gravidanza,
dicono “S’è cosa da te disiata,
possiamo fare un salto in questo centro,
purché davver sia scelta ponderata”.
“Mi sento un fuoco che mi brucia dentro”,
dice la figlia, tornata al sorriso,
“in sala operatoria non ci entro!”.
Chiama Paolo, ch’è dello stesso avviso,
e insieme vanno al centro a raccontare
di quel che in questa storia hanno deciso.
Persone disponibili a aiutare
finalmente si trovano davanti,
e loro oscurità ritornan chiare.
Più gioiosi si fanno lor sembianti,
e lei di gran poetica risuona,
tanto che cita, tra i famosi canti,
“Amor ch’a nullo amato amar perdona
mi prese del costui piacer sì forte
che, come vedi, ancor non m’abbandona”.
Le cose, quando sembrano andar storte,
tendono sempre a farci veder nero
e ad agir male, incolpando la sorte.
Ma il quadro va guardato tutto intero,
poiché null’ombra c’è se non v’è luce.
Ombre possiam trovare, quest’è vero,
ma ciò, se stiamo attenti, ci conduce
ad un futuro molto luminoso,
ché non conviene lo si scelga truce.
Scoprir dov’è la luce è doveroso,
e, come accade a questi due ragazzi,
la luce spinge a un avvenir gioioso.
Benché l’arrivo d’un figlio li spiazzi,
nulla non v’è che deturpare riesca
coscienza ch’ei porterà gran sollazzi.
Quest’è la storia di Paolo e Francesca.
Autore: Francesco Del Carlo