La rivoluzione culturale cinese e il pianoforte segreto

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Durante la rivoluzione cinese di Mao Tze Tung si inserisce la bellissima testimonianza di vita di Tzu Xiao Mei, autrice di “Il pianoforte segreto”

Chiedere, oggi, cosa ha rappresentato la rivoluzione culturale cinese equivale a parlare una lingua strana sconosciuta ai più. In molti vedono nel gigante cinese l’immagine di un capitalismo-comunista che crea molto denaro, a volte senza chiedersi fino a che punto sia pilotato, quale prezzo venga pagato dalla massa dei giovani cinesi che vivono in casermoni, lavorando senza sosta. L’immagine proposta al mondo ci viene da alcuni centri più ricchi. Un esempio è Huaxi: metafora perfetta del gigante asiatico. Quarantamila persone a due ore da Shanghai; è forse la più perfetta realizzazione di tutte le contraddizioni e idiosincrasie della Cina contemporanea, l’incarnazione terrena del sogno del socialismo con caratteristiche cinesi. Si tratta di un villaggio, in cui i residenti storici, figli e nipoti dei contadini originari, sono tutti ugualmente benestanti, vivono in enormi ville identiche, guidano auto di lusso e hanno il cibo, l’istruzione, la sanità e la pensione pagata. In cambio non possono risiedere al di fuori delle mura di questa gabbia dorata, pena la perdita del loro benessere e della vita: dall’orario in cui vanno a dormire a come trascorrono la sera fino ai pochi giorni di vacanza, tutto è regolato dall’amministrazione locale. Al di qua dei cancelli dorati solo abitazioni arrangiate nella polvere e paghe infime. D’altra parte ad oggi ci sono territori della Cina, dove gli stranieri non possono addentrarsi: pena l’arresto.

In questo contesto, che è il risultato della famosa Rivoluzione cinese di Mao Tze Tung si inserisce la bellissima testimonianza di vita di Tzu Xiao Mei autrice di “Il pianoforte segreto”, un libro che attesta l’incredibile prova di resilienza a cui è sottoposta la giovane pianista vittima della rivoluzione culturale, contrapposta al potere salvifico della musica.

I libri di Storia occidentali si limitano a riportare che agli inizi degli anni ’50 la Repubblica popolare cinese era un paese immenso, sovrappopolato ed economicamente arretrato, non solo nei confronti dell’Occidente, ma anche rispetto alla Russia di Stalin. La fame era dilagante e i tassi di analfabetismo elevatissimi. A quel punto Mao Zedong decise per la Cina il “grande balzo in avanti”, per cui avviò negli anni ’50 una riforma agraria con ripartizione di terre ai contadini, che non ebbe gli effetti sperati, perché questi non avevano i soldi per comprare i macchinari moderni. Così anticipò la seconda fase cioè la collettivizzazione della terra. Queste non furono riforme indolori, perché si innescarono resistenze con l’avvio di una guerra civile alla quale il governo rispose con la più brutale repressione. Mao creò le comuni popolari ma senza alcun consenso popolare. Nel 1958 i risultati sia nel campo industriale che agricolo furono disastrosi: le vittime della carestia si contavano a milioni.

Nel 1962 gli scontri di frontiera con l’India si trasformarono in una guerra aperta che portò all’invasione e alla successiva occupazione di una parte del Kashmir: ci fu l’annessione cinese del Tibet. In tutto questo Mao non rispettò alcun trattato di pace e ad oggi l’India non riconosce l’occupazione cinese del territorio. Questa vittoria permise a Mao Zedong di distrarre l’opinione pubblica dalla miseria interna, ma di fronte al rischio del ridimensionamento del proprio prestigio da parte dell’opposizione rispose con un’offensiva alla direzione del Partito Comunista: avviò la rivoluzione culturale che coinvolse e sconvolse la vita di milioni di giovani che videro spezzato il loro cammino e che furono costretti ad adattarsi o a morire. Di questo passaggio Tzu Xiao Mei ci offre una toccante testimonianza con il racconto della sua vita e l’abbrutimento a cui Mao e Signora la costrinsero fino alla sua fuga dalla Cina. Mao nel 1966 fece “appello” ai giovani – in realtà tutto era costrizione e paura – e li scagliò contro gli intellettuali e le frange moderate. I giovani aizzati e disorientati cominciano ad affiggere i tazebao, i manifesti attraverso i quali accusavano gli insegnanti e diedero l’avvio a veri processi di distruzione di tutti quelli che potevano essere scomodi. La cultura, l’arte, la musica vennero violentemente attaccate: potevano creare menti libere di pensare, quindi erano pericolose. Bisognava vivere nell’ossequioso rispetto della figura di Mao e del suo famoso “Libretto rosso”, che fu imposto come bibbia ai giovani. Nel 1968 la Cina usciva rovinata e con milioni di morti dalla rivoluzione culturale.

Zhu Xiao Mei era nata in una famiglia che allora ricevette il marchio infamante di “cattive origini”, perché musicisti ed intellettuali. Avviata allo studio del pianoforte sin dall’età di tre anni, data l’inclinazione naturale, entrò nel Conservatorio di musica di Pechino, dove – scrive Tzu – già nel 1963 Mao aveva annunciato la Rivoluzione culturale e aveva cominciato a fare circolare le prime direttive sui cambiamenti da apportare all’arte e alla letteratura. A Pechino la violenza regnava sovrana; la pianista, che all’epoca aveva solo 14 anni, ricorda come le guardie rosse si accanivano contro tutti coloro che rappresentavano il vecchio ordine.

 …sono costretti a vivere con il cartello Di cattive origini appeso al collo. Altri hanno la testa rasata a metà. Alcune donne vengono picchiate non dalle guardie rosse ma dai propri figli, costretti a obbedire.

Alla fine del 1964 Mao chiese ai giovani di intensificare la lotta di classe. Li costringevano a vivere in un Conservatorio senza musica, dopo aver trucidato migliaia di persone sotto gli occhi dei ragazzi e dopo aver eliminato e proibito loro l’esecuzione delle sinfonie occidentali. La pianista venne internata in diversi campi di lavoro ed in ultimo uno estremamente duro vicino la Mongolia, Zhangjiako dove rimase 5 anni. Solo nell’inverno del 1974 l’amministrazione del campo la informò che le avevano trovato un lavoro presso una scuola: la sua rieducazione era finita. Alla morte di Mao (9 settembre 1976) nonostante la tensione politica fosse alle stelle, le università ritrovano una certa operatività e Tzu Xiao Mei cominciò a desiderare di volere vivere in un Paese libero che identificò con gli Stati Uniti d’America. Qui anche se tra mille difficoltà continuò a studiare pianoforte conseguendo dei titoli per approdare alla fine a Parigi, città in cui vive ed dove attraverso il potere della musica ha ritrovato l’arte che ama e nella quale esprime la sua interiorità diventando una delle principali interpreti mondiali delle Variazioni Goldberg di Sebastian Bach. Il suo libro non racconta solo una storia straziante, ma è ricco di riflessioni a posteriori sul significato della Rivoluzione culturale: l’autrice riconosce che l’ha dilaniata, provocandole un blocco psicologico distruttivo. A soli 12 anni le sedute di denunce collettive, di autocritica solo per soddisfare il regime uccidono una persona dentro. Tanti giovani si sono suicidati!

Cita con convinzione Hannah Arendt in riferimento alla selezione arbitraria di vittime innocenti. Per Tzu Xiao Mei, «Mao è stato un criminale». In quei tempi l’ideologia aveva preso il sopravvento: i libri, gli spartiti andavano bruciati, bastava il Libretto rosso. Quando arriva a Zhangjiako era una selvaggia manipolata, le avevano ripulito la mente, non era che una macchina pronta a obbedire. Mao aveva capito il potere dell’arte e lasciò che la moglie che ebbe un ruolo gravissimo nella Rivoluzione culturale se ne appropriasse con i Yang ban xi (gli spettacoli propagandistici che sostituirono l’opera tradizionale negli anni della rivoluzione). La pianista scrive che «Mao considerava pericoloso il sapere in generale». Denuncia come fatto grave dal punto di vista storico che in Cina non ci siano stati processi come in Occidente nel 1945. Non si conosce ancora la verità sull’entità del disastro degli anni di Mao, a cominciare dal numero di morti e vittime di regime che hanno perso identità. Con grande amarezza per far comprendere meglio il concetto del suo percorso di vittima-carnefice riprende la Arendt dicendo

Il passo successivo, decisivo nella preparazione di cadaveri viventi, è l’uccisione della personalità morale. Grazie alla creazione di condizioni in cui la coscienza non è più di alcun aiuto, in cui comportarsi bene diventa praticamente impossibile, la complicità coscientemente organizzata di tutti gli uomini sui crimini dei regimi totalitari si estende alle vittime e assume così un carattere veramente globale.

Mi chiamo Sveva Vitale, ho 17 anni e frequento l'ultimo anno del Liceo Classico. Sono di Catania e amo la mia terra e il suo passato di Magna Grecia. Mi piace leggere autori italiani e stranieri e come avrete capito mi cimento anche nella scrittura. Amo la musica, il nuoto e viaggiare molto. Mi interessa l'attività di un giornale fatto da giovani proprio per la possibilità di esprimere le proprie idee senza troppi condizionamenti.