Indumenti e pregiudizi

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Classificazione della persona secondo il suo modo di vestire nel cinema

«Anche l’occhio vuole la sua parte.»

Quante volte lo avete sentito dire? Da vostra madre, dagli amici, nell’ambito lavorativo. Eppure questo famoso detto, oltre a farci alzare gli occhi è una frase di una verità brutale. Perché nonostante viviamo in un mondo per molti versi avanguardistico, per alcune cose siamo ancora arretrati.

Da qualche tempo a questa parte sembriamo vivere in questa sottospecie di coltre ambiguamente buonista che afferma che l’aspetto esteriore – come una persona si presenta nel momento in cui mette un piede fuori dalla porta di casa – non sia importante. Ciò che conta davvero è quello che hai dentro. Certo è un pensiero stupendo e molto giusto, oserei dire. Ma in questo determinato momento della nostra storia non è vero. Si potrebbe dire che chi lo afferma, «o è pazzo o sta cercando di venderti qualcosa.»

Non dico che non esistano persone che tendono a non notare se una signora va a correre con una tuta verde evidenziatore o se un architetto si presenta con ai piedi delle scarpe che hanno le ali ai lati. Ma sono poche. Errare è umano. E anche giudicare.

Prendiamo il cinema a esempio. Oltre al modo di parlare e di atteggiarsi di un personaggio, la sua caratterizzazione è completata da alcuni piccoli grandi accorgimenti quali l’ambiente in cui si muove e il suo modo di vestire. Abbiamo un look trasandato per uno skater, giacca e cravatta per gli impiegati delle aziende dediti al lavoro, stivali da cowboy ed espressione ingenua per la ragazza di campagna, e così via. Insomma, i soliti cliché. Volente o nolente, anche nel cinema il modo di vestire relega i personaggi entro certi limiti.

Insomma, potreste mai pensare che il pazzo e divertente Duckie di Bella in rosa possa presentarsi con il suo sorriso sornione, la sua amata giacca piena di toppe, gli occhiali da sole tondi calcati sugli occhi e un anello a ogni dito della mano e avere immediatamente un posto di lavoro in banca? Certo che no. Duckie non potrebbe mai avere quel lavoro. A meno che il giorno dopo non si presenti con abiti più consoni.

Oppure prendiamo la bella e grintosa Vivian di Pretty woman. Se prima di incontrare il suo amato Edward si fosse presentata a un colloquio di lavoro con stivaloni, giacca rossa ancorata in vita e minigonna, l’avrebbero forse presa? Assolutamente no. Avrebbe ricevuto la stessa espressione di superiorità delle signorine che la snobbano quando per la prima volta entra in un negozio d’alta moda in Rodeo Drive. Ed è forse giusto?

Certo, ci sono posti di lavoro e momenti che richiedono un tipo di abbigliamento particolare. Un vigile del fuoco non potrebbe fare il suo lavoro vestito di piume, né uno si può presentare a un funerale con una tuta da sub. Però perché Alice si deve sentire giudicata e adocchiata come “quella strana” a causa del suo pregiato vestito variopinto in Alice attraverso lo specchio o Kit deve cercare di appiattire la sua personalità per essere assunta nel recente film Netflix Unicorn Store?

Perché snobbare un ragazzo tatuato da capo a piedi o una donna vestita di rosa shocking solo per come si presentano? Che sia su un posto di lavoro o mentre si è al bar a bere qualcosa. Se sono capaci in quello che fanno, perché non farli essere se stessi e a proprio agio con quello che indossano? Già è difficile di suo essere se stessi, perché complicare maggiormente le cose? Perché conformarsi e “rinnegare” quello che uno è per essere accettati?

Il cinema e il teatro – soprattutto – sono spesso e volentieri lo specchio della realtà. Viene quindi da chiedersi in che tipo di realtà viviamo oggi. Dove una persona viene ancora giudicata dal suo aspetto esteriore. Da come si presenta. E non intendo essere adocchiati dalla simpatica vecchietta della porta accanto che non si è ancora abituata alla modernità, ma parlo di persone adulte, coetanei che vivono il qui e ora. Il nostro stesso tempo.

Tutto questo mi fa pensare che la società odierna sia come il signor Vernon di The breakfast club. Lui semplicemente vede sempre e solo quello che vuole vedere, non si limita a guardare più in là del suo naso.

«… Ma pensiamo che lei sia proprio pazzo a farci scrivere un tema nel quale dobbiamo dirle cosa pensiamo di essere. Che cosa gliene importa? Tanto lei ci vede come vuole. Usando il linguaggio più semplice – la definizione più comoda – lei ci vede come un cervello, un atleta, un handicappata, una principessa e un criminale.»

Viene perciò da chiedersi, la nostra società è davvero così arretrata? L’abito non fa il monaco. Forse questo concetto non l’ha ancora capito.

Che dire di me? Amo leggere, inventare storie, e perdermi nella sala buia di un cinema. Adoro quel momento magico in cui le luci si spengono e il film si appresta a iniziare. Sono una ragazza cresciuta a pane, sogni e libri; e che puntualmente a fine giornata si ritrova con la mano sporca di inchiostro.