Il Gabbiano

0

Allo Stabile di Catania la mise en scène del dramma delle illusioni perdute di Anton Cechov

Dopo una lunga tournée, la produzione del Teatro Nazionale di Genova approda allo Stabile di Catania con Il Gabbiano, dramma in quattro atti dello scrittore russo nativo di Taganrog, Anton Cechov. Con la regia di Marco Sciaccaluga e la traduzione nella versione italiana a cura di Danilo Macrì, lo spettacolo ha ottenuto il favore da parte della critica e del pubblico, sin dal suo debutto nel marzo 2017. Per la prima volta in Italia, infatti, viene utilizzato il testo originale del 1895, precedente alle modifiche imposte dalla censura zarista. Al successo del “dramma delle illusioni perdute” concorre un cast affiatato composto da Elisabetta Pozzi, Francesco Sferrazza Papa, Federico Vanni, Alice Arcuri, Roberto Alinghieri, Elsa Bossi, Eva Cambiale, Stefano Santospago, Roberto Serpi, Andrea Nicolini e Kabir Tavani. Se è Catherine Rankl ad occuparsi della scena e dei costumi, le luci sono curate da Marco D’Andrea mentre le musiche da Andrea Nicolini.

“Ad aprire il sipario”, ancor prima della comparsa degli attori sul palcoscenico, è la Russian Dance del cantautore statunitense Tom Alan Waits. Il ritmo della musica e la visione di una cornice scenografica realizzata ad hoc, fanno sì che lo spettatore si estranei dall’ambiente circostante e venga trascinato via dalle poltrone di velluto…per essere condotto lontano, in un tempo passato, durante un’estate trascorsa in una dacia sita sulla sponda di un lago.

Nel dramma delle speranze disilluse, a colpire è l’attualità del genio di Cechov. Molte e varie le tematiche trattate, fra cui spiccano la ricerca di sè, la volontà di realizzarsi, lo scontro generazionale, l’infelicità, l’amore non corrisposto. Ancora, l’opera affida uno spazio importante al ruolo dell’arte e al mestiere di scrivere.

Fin dal primo atto viene in risalto il rapporto conflittuale di Konstantin con la madre, la vanesia attrice Irina Nikolaevna Arkadina e il disprezzo nei riguardi di Trigorin, suo amante e scrittore emergente:

«Io voglio bene a mia madre. Io le voglio molto bene però lei… fuma, beve e vive con questo scrittore sotto il naso di tutti. Il suo nome è sempre sui giornali e a me questo dà fastidio. Mi pesa avere per madre una famosa attrice e forse sarei più felice se fosse una donna come tante.»

Konstantin vorrebbe essere uno scrittore innovativo. Ma, dopo l’abbandono degli studi universitari, pensa di non avere talento e perde la fiducia nelle sue capacità. In preda ad una crisi interiore, domanda a se stesso: «Ma io chi sono? » e si sente sempre più disperato. A scoraggiarlo ulteriormente sarà l’insuccesso del suo primo lavoro. Inoltre, l’amore non corrisposto nei confronti di una ragazza di nome Nina costituirà un sentimento talmente forte da portarlo alla distruzione. Così, in una climax discendente, l’egoismo della madre unito alla disperazione sentimentale e alla perdita di qualsivoglia speranza, lo condurrà ad un tragico epilogo.

A conferire il titolo all’opera è un accostamento simbolico: si opera infatti una sorta di parallelismo fra la sorte di un gabbiano ucciso da Konstantin e il destino di Nina. Da una parte vi è un gabbiano che spiega felice e libero le sue ali mentre è in volo sulle acque di un lago. Ad un tratto, la sua esistenza viene stroncata dall’oziosa indifferenza di un cacciatore. Dall’altra parte vi è la giovane Nina, che vive sulle rive del medesimo lago e si sente attratta da esso proprio come un gabbiano, ma un giorno si innamora di Trigorin, il quale prima la porta via con sé, rendendola madre di un bambino e poi, per pure noia e tanto per passare il tempo, annienta la sua vita.

Proprio il lago, nella sua presenza silente, assume un ruolo fondamentale: ad esso infatti vengono attribuiti l’infelicità generale, il nervosismo e il pessimo stato d’animo dei residenti. Sarà il dottor Dorn ad affermare: «È il lago. È colpa sua. Fa gli incantesimi.»

I personaggi di Konstantin e della giovane Nina, interpretati dagli attori Francesco Sferrazza Papa e Alice Arcuri, sono animati da un profondo spirito di ribellione verso le proprie famiglie.
Entrambi desiderano affermarsi artisticamente, lui come scrittore di teatro, lei come attrice. Ed entrambi vengono tormentati da un amore destinato ad infrangersi e a condurli alla distruzione.

Ironiche le battute del maestro Semen Medvedenko, che pensa costantemente e solo al denaro. La moglie di costui, Maša, spera di dimenticare attraverso il matrimonio e la nascita del figlio – che comunque trascura – il suo vero amore, quel Konstantin che invece ama, non ricambiato, Nina. La sua anima è in lutto e per questa ragione è perennemente vestita di nero. Ben delineata è anche la figura di Petr Sorin, padrone di casa e fratello di Irina. Egli non ha avuto modo di realizzare i suoi sogni: non si è sposato e non è diventato letterato. Si ammala e protesta contro l’ingiustizia della vita. Il dottor Dorn non gli prescrive delle cure, convinto che non abbia senso curarsi a sessant’anni, ma che piuttosto, a quell’età, bisognerebbe pensare alla vita eterna. Ma Sorin non si rassegna, e piuttosto afferma con forza, nonostante il suo stato di salute, di avere ancora voglia di vivere.

Il dramma di Cechov si interroga inoltre su quello che deve essere il mestiere di scrivere.
Trigorin rappresenta lo scrittore che riceve ammirazione dai suoi lettori. La semplicità dei temi trattati e degli stili adottati costituiscono la fonte del suo successo.
Al contrario, Konstantin vorrebbe inaugurare una nuova era dell’arte, ma non viene compreso e da questo scaturisce il suo senso di frustazione. Nel primo atto, ferito nell’orgoglio e infuriato dalla reazione del pubblico che finisce per prendersi gioco di lui, protesterà indignato: «Io mi ero dimenticato che le commedie le possono scrivere e recitare solo pochi eletti. Ho violato il monopolio.»

Nel corso dello spettacolo è frequente la rottura della quarta parete. Gli attori irrompono sul palco partendo dalla platea o fuggono dalla scena correndo fra la folla degli spettatori. Inoltre, nella rappresentazione del primo lavoro di Konstantin, si è assistito ad un esempio di metateatro o teatro nel teatro, quasi a rendere evidente la distinzione fra chi giudica (la famiglia e gli amici) e chi invece cerca di mettersi in gioco (Nina e Konstantin). A colpire, infine, le parole del regista Marco Sciaccaluga:

«A me pare che stia proprio lì l’essenza del genio di Cechov: la feroce denuncia del nostro nulla, coniugata in una continua altalena di ridicolo e patetico, diventa uno stringente invito a compatire, ad amare questi esseri inutili che siamo. Il palcoscenico di Cechov è la forma più gentile, condivisa, ironica di spietatezza. Il suo “Teatro della Crudeltà” è il più “umano” che io conosca

Eternamente in conflitto con l’altra me, vivo sospesa fra la bussola della ragione e le leggi del cuore. L’ardore che provo per Themis mi ha spinta a coltivare gli studi giuridici. Ma, innamorata dell’archeologia e del mondo teatrale, scrivo nottetempo per dar voce alle diverse sfumature della mia identità, in modo da cambiare volto e rimanere me stessa.