Il Friuli Venezia Giulia è una regione che, oltre ad avere i tria nomina, ha storia da vendere. Terra di confine, ricca di variopinti e variegati paesaggi come forse nessun’altra regione italiana. Così come le sue caratteristiche geografiche fisiche, anche le peculiarità dal punto di vista linguistico non mancano.
L’italiano è ovviamente la lingua utilizzata principalmente, ma poi possiamo osservare, in qualche meraviglioso anfratto del territorio come potrebbe essere il Carso o la Carnia, qualche minoranza linguistica e qualche dialetto. Nelle zone del tarvisiano alcune persone parlano il tedesco, a Udine, nei paesini di provincia e in Carnia il friulano, a Gradisca e nei luoghi circostanti il dialetto bisiacco, sul Carso, a Trieste e nelle zone limitrofe, a volte anche a Monfalcone e a Gorizia lo sloveno, a Trieste il dialetto triestino.
Insomma, chi più ne ha più ne metta. Ogni lingua e ogni dialetto ha una propria musicalità, secondo me, e ciò che andremo ad analizzare oggi vi stupirà molto.
Parleremo della musica popolare slovena, repertorio che sarebbe insolito per qualsiasi coro ma non per il Gruppo Vocale Vikra di Trieste, che ha avuto l’occasione di svolgere per qualche settimana un progetto di studio con il rinomato direttore Matjaž Šček, con masterclass conclusiva il 25 marzo 2018.

La cultura slovena è intrisa di storia, sofferenza, desiderio di esprimersi, e la musica ha l’arduo compito di racchiudere in sé tutto questo e trasmetterne al massimo l’intensità. La bravura del vero corista dunque non è quella di essere solo perfettamente intonato ma soprattutto quella di esser capace di interpretare il testo e valorizzarne il contenuto, la profondità, lo stile e le dinamiche. Ogni pp (pianissimo) può stare a indicare un dolore sì voglioso di esprimersi, ma intenso e sussurrato come qualcosa di prezioso, qualcosa che in pochi possono comprendere.
Con le note vediamo susseguirsi emozioni forti e voraci. Rabbia, paura, indignazione, dolore come in Prekmurska, brano composto da Uroš Krek: una ragazza della regione chiamata Prekmuria, i cui originari sono noti per la sfortuna che caratterizza le loro vite, viene lasciata dal marito dopo che quest’ultimo l’ha messa incinta. Egli si sposa con un’altra donna, e invita al matrimonio la propria ex, che è disperata e indignata solo al pensiero di presenziare alle nozze di colui che si rifiuta di essere il padre di suo figlio. Decide così, come vendetta, di portare al matrimonio il bambino, in modo tale che tutti si possano accorgere della somiglianza e ritenerlo di conseguenza un uomo ignobile.
Se vogliamo, l’emozione provata da questa donna è simile a quella che provava Andromaca nel XXII canto dell’Iliade, quando vede a terra Ettore, che ha preferito morire per la patria piuttosto che rimanere in vita per rimanere con sua moglie e suo figlio Astianatte. Certo, Andromaca non aveva il desiderio di alcuna vendetta, ma sia lei sia la donna della Prekmuria hanno in sé un dolore ingestibile che si mescola inevitabilmente con la rabbia per l’ingiustizia subita e la paura per il futuro che sembra loro sempre più imminente.
Il messaggio trasmesso da questi brani va dritto al punto, tocca le corde più fragili del nostro cuore, ci emoziona, ci fa vivere lo sconforto, l’amore, la suspense, il timore, le dissonanze che fanno perdere l’equilibrio e gli accordi maggiori che lo fanno ristabilire.
Per riassumere tutto questo, si potrebbe dire: nekaj je v zraku. C’è qualcosa nell’aria.
Qualcosa che dovrete scoprire voi, immergendovi nelle sonorità di una lingua che è molto più musicale di quanto ci si potrebbe aspettare. Se chiuderete gli occhi, percepirete sotto di voi l’acqua dei torrenti e dei fiumi, vedrete stagliarsi innanzi a voi campi, prati, mare e montagne. Tutto ciò che Trieste, il Carso e la Slovenia possono offrirvi. Sono territori che hanno sofferto e con la musica hanno bisogno di comunicarcelo.
C’è qualcosa nell’aria: stiamo in ascolto.