Internet è un’arma a doppio taglio: chissà quante volte un qualsiasi adolescente sente queste parole, all’apparenza fin troppo severe, da parte di genitori preoccupati di fronte al mare di insidie che la rete nasconde. Cyberbullismo, stalking, ricatti, illusioni: internet è e sarà sempre un luogo pericoloso. Certo, un luogo d’incontro, ma estremamente pericoloso.
Per molti, questa frase sarà spesso sembrata un mucchio parole al vento: chi mai potrebbe farci del male, dietro ad uno schermo? Un ex partner vendicativo, o forse chi ci sembra un ottimo amico e in seguito si mostra privo di scrupoli verso il prossimo? L’ansia dei genitori apprensivi forse appare come un mostro costruito su congetture, pensieri stupidi privi di qualsivoglia fondamento.
È a dir poco semplice confondere gli insegnamenti con i divieti, ed è altrettanto facile non prestarci la dovuta attenzione, poiché spesso sembrano concetti dal giusto peso, ma calati dall’alto.
Ma che succede se è l’idolo stesso di decine di migliaia di teenagers a mettere in guardia i propri iscritti su YouTube, per la maggior parte notoriamente minorenni? Che succede se la web star in questione decide di mettersi a nudo, tra lacrime amare e sorrisi smorzati, per denunciare i soprusi che ha subito e le forse impensabili conseguenze derivanti dal mettere la propria vita privata in pubblica piazza tramite i social?
Greta Menchi è stata ed è tuttora una delle YouTuber ed influencer più adorate dal pubblico italiano, specialmente dalle giovani followers particolarmente attive e legate a colei che hanno spesso definito un idolo, un’amica, un modello da seguire. Divenuta un volto noto sul web per l’aspetto frizzante ed il modo di porsi schietto e che suscita simpatia a primo acchito, è riuscita a raggiungere un successo lampo, divenendo attrice e doppiatrice e coronando il sogno di ogni millennial che si possa definire tale: essere qualcuno di universalmente conosciuto, pur rimanendo all’apparenza una persona solare e senza peli sulla lingua; fare soldi facili, in tempi rapidi ed essendo semplicemente un giovane qualunque.
Una vita perfetta: bellezza, fama, denaro. Molto denaro, poiché avere un seguito così ampio induce le aziende a proporre contratti per promuovere prodotti, organizzare eventi e meeting con i fan, partecipare a fiere dedicate al mondo del web, firmare linee di vestiario.

È così che la ragazza dai capelli color tramonto e che parlava da sola davanti ad una videocamera nella sua cameretta dalle mura ricoperte dai poster e dai regali dei fan, con l’inconfondibile sorriso sempre brillante sul volto mai stanco si è presentata recentemente, in un video oramai sommerso dalle critiche, dopo aver subito operazioni di chirurgia estetica su un viso che già era perfetto così ed aver visibilmente perso troppi, troppi chili.
Colei che è stata presa a modello da migliaia di minorenni rende pubblico, dopo mesi di stallo creativo su YouTube, un video in cui sembra, dal punto di vista fisico e caratteriale, una persona totalmente diversa dalla Greta Menchi che l’Italia conosceva.
Ha i segni della fama addosso. Di quella fama che ti prende, come in un vortice di cui non riconosci l’inizio e la fine, e ti trascina nel baratro. Ed infatti, il pozzo è ben più profondo di quanto possa lasciar pensare quel singolo video: sul canale della ragazza ne appare un altro, girato in una semplice stanza con le pareti scarlatte, senza artifici per far apparire la realtà diversa da quella che è, con una t-shirt ed un paio di jeans, ed il mascara che che cola per le lacrime.

È un palcoscenico vuoto, ma colmo di aspettative di un pubblico che chiede spiegazioni riguardo ai discorsi deliranti dell’ultimo video pubblicato, riguardo agli spinelli apparsi nel medesimo video, riguardo all’aspetto fisico preoccupante della Youtuber, che è sempre stata in forma smagliante e non ha mai inneggiato all’uso di droghe. Non ci sono filtri, l’editing si riduce allo stretto necessario, il mare di accuse rimbomba nei commenti a pochi minuti dalla pubblicazione, ma basta visualizzare pochi minuti del video per capire che quella a cui stiamo assistendo non è affatto una faccenda su cui ironizzare.
Si tratta della confessione di qualcuno che non ce la fa più, di una condanna a viso aperto di un mondo aperto che si riduce ad un mercato chiuso, dove a diciott’anni devi trasferirti in una grande città per far fruttare il tuo progetto, lontano dagli affetti, e firmi contratti talvolta anche inconsapevolmente, sapendo solamente di essere una macchina per produrre denaro.
Ci sono attimi in cui ti sembra di toccare il cielo con un dito, perché hai a che fare con cifre che mai avresti sperato di ottenere, ma sei una persona sola, un adolescente circondato da adulti che in te vedono un prodotto fatto e destinato a finire. Ti senti abbandonato a te stesso, ed arrivi ad odiare la tua stessa immagine perché non ti rappresenta più, persa in un mare di collaborazioni con aziende, etichette da rispettare, illusioni da portare a termine. E se, precipitato nell’abisso della solitudine che pareva impossibile potesse anche solo sfiorarti, con tutte quelle persone che ogni giorno ti seguono assiduamente e commentano i tuoi video, ti affidi alla persona sbagliata, gli effetti di ogni tua singola scelta ti piomberanno addosso.
Minacciare qualcuno, che si tratti di un creatore di contenuti online o meno, di rendere pubbliche foto destinate agli occhi di una sola persona, contattare i fan minorenni o i parenti della vittima per fare presente l’imminenza del gesto, spingere chi già subisce un attacco mediatico continuo sull’orlo della depressione più cupa non è un male poco diffuso così assurdo da riscontrare. Lasciamo perdere che la vittima, in questo caso, sia una ragazza di soli ventidue anni che ha sempre postato sui social i dettagli della propria vita per renderne volutamente partecipi gli iscritti, e lasciamo perdere quanto i contenuti che lei ha portato sul web siano stati criticati negli anni perché frivoli e da teen drama.
Lasciamo perdere anche solo per un secondo che si tratti di Greta Menchi: le prese in giro, le minacce costanti, se online, si chiamano cyberbullismo. I commenti negativi volti non a una critica costruttiva, ma a distruggere ciò appartiene alla sfera della persona in questione, che si tratti dell’aspetto fisico, della condotta morale, dell’ideologia, se online, si chiamano cyberbullismo. Ma, soprattutto, possedere foto intime di una persona e ricattarla con esse non solo è un reato penalmente perseguibile, ma è anche tra le cause più note di suicidio. Non a caso, infatti, alla fine del filmato, l’autrice ha inserito, a buona ragione, il numero verde per la prevenzione dei suicidi. 
Risale all’ormai lontano 2012 il primo caso di cyberbullismo che ha davvero scosso l’opinione pubblica: si tratta della vicenda di Amanda Todd, quindicenne canadese, che si è tolta la vita dopo aver raccontato, tramite cartoline scritte con un pennarello nero, la propria storia su YouTube. Una storia fatta di foto scattate senza consenso, della persecuzione da parte di un adulto, di prese in giro da parte dei compagni, che si è conclusa nel peggiore dei modi, così come ha avuto fine un anno e mezzo fa l’agonia di Tiziana Cantone.
Sappiamo benissimo che il bullismo non si limita al web, anzi, è quando entra nella realtà, nella quotidianità della vittima, che le conseguenze sono devastanti.
Essere fragili e cedere alle emozioni non può e non deve essere una colpa, così come non può esserlo rivelare al mondo circostante fino a dove i propri pensieri negativi si siano spinti.
Beatrice Inguì, la quindicenne che pochi giorni fa si è gettata sotto ad un freccia rossa perché giudicata dai coetanei “troppo grassa” e perseguitata da cattive parole e prese in giro, teneva un diario in cui confessava il proprio disagio. Era una persona sorridente, amava l’autoironia e si definiva “non magra”. Eppure, quando si è tolta la vita, sul web non ci sono stati solamente messaggi di cordoglio alla famiglia e di dolore per la morte di un’anima così giovane: nascondendosi dietro alla vile maschera del black humor, centinaia di adolescenti ed adulti hanno deriso Beatrice per il suoi chili in più, senza pensare nemmeno per un secondo a quanto dolore possano aver causato ai genitori, agli amici, a Beatrice stessa, le conseguenze di quelle che per anni saranno apparse come semplici prese in giro da ragazzini.
<< Lei voleva solo farsi assottigliare dall’impatto >> non è che una delle mille e mille frasi lette sulla piattaforma di Facebook riguardo ad una notizia che dovrebbe lasciare quantomeno basiti ed in silenzio anche i più insensibili.
Il web è spietato, crudele, e chi digita da una tastiera parole taglienti ha lo stesso potere di chi tiene in mano una lama affilata ed è pronto ad usarla sul prossimo.
Le minacce, anche virtuali, sono reali. Le conseguenze, dai disturbi alimentari, ai pensieri suicidi, al compimento dell’atto per mettere fine alle proprie sofferenze, sono maledettamente reali.
La popolarità ha due facce, così come la fragilità, così come l’insicurezza. C’è chi pubblica un video in jeans, maglietta e mascara colato, facendo fronte ad una situazione che sembra fin troppo grande, e chi soccombe ogni giorno sotto al peso delle parole altrui, a volte per sempre.
E forse, se il web ascoltasse le parole di ogni persona che soffre, se per ogni vittima della depressione ci fossero 500.000 visualizzazioni in un solo giorno e commenti pieni d’affetto e di incitamenti a rialzarsi, molte storie terribili avrebbero avuto un finale diverso.
