Al netto del titolo provocatorio, lo scopo è argomentare in modo amichevole contro un articolo pubblicato su questo stesso blog da un’altra articolista, molto più preparata di me in campo artistico.
La tesi verte sulla convinzione che l’arte sia qualcosa di elevato al punto di non essere in alcun modo assoggettabile al senso pudico, pertanto chi cerca di limitarne la fruizione cade in errore a prescindere, in ogni circostanza. Proviamo quindi a stabilire le basi per validare o meno questo punto di vista.
La definizione Treccani afferma che:
“nell’ambito delle cosiddette teorie del bello o dell’estetica, si tende a dare al termine arte un significato privilegiato, vario secondo le diverse epoche e i diversi orientamenti critici, per indicare un particolare prodotto culturale, comunemente classificato come pittura, scultura, architettura, musica, poesia, ecc.”
Quindi è un insieme di tecnica e cultura da applicare all’estetica, disciplina che cerca di percepire la forma come sostanza, dando all’immagine (reale, percepita o immaginata) il focus. L’artista altro non è che un tecnico dell’estetica.
Ma questa idea di artista è stata smantellata con l’avvento, nello scorso secolo, dell’era dell’informazione, che ha industrializzato quell’idea di arte fino a riuscire nella mirabile impresa di mischiare messaggi ed emozioni per vendere spazzolini.

Non basta più guardare alla presenza di un messaggio e di una tecnica per identificare un artista, serve altro. Serve un contesto che metta in risalto un determinato messaggio o una determinata espressione artistica. La forza dell’opera è di essere riuscita ad inserire il proprio messaggio (e fin qui si sta parlando di pubblicità) in un monumento storico di rottura col passato (e qui si torna a parlare di arte). Quindi ora possiamo dire che la visione artistica contemporanea prende forza dall’essere “disruptive” nel messaggio, mentre lo diventa nella tecnica quando si parla di arte moderna. Con buona pace degli storici della tecnica del media di riferimento, ad affascinare un osservatore contemporaneo è il contesto. Ma senza contesto storico, cosa resta della Venere di Milo? Una statua pornografica. Per l’amor del cielo, un’opera bellissima, ma pornografia.
Quindi, nel caso della Venere di Urbino, nel contesto odierno, la parola arte serve soltanto a legittimare della pornografia vecchia di 400 anni, perché senza una discussione storica vediamo semplicemente la statua di una bella ragazza col seno al vento, niente che non si possa vedere in siti non affiliati col Ministero dei beni e delle attività culturali. Cosa ci rimane dei racconti erotici medioevali? Un immenso valore storiografico sugli usi e i costumi di secoli fa, ma senza ciò? Dei racconti erotici.
La nudità è tante cose, prevalentemente pornografia. Come distinguere il porno dall’opera d’arte? Il contesto. Ma se si toglie il contesto, in base a cosa si stabilisce che sia arte, una determinata opera? Semplicemente smette di essere arte. Si smette di rappresentare un’opera d’arte e si espone pornografia vintage, che fino a qualche tempo fa la gente non avrebbe temuto a consumare come tale (il riferimento precedente alla Venere di Milo non è casuale).

Il vero modo per difendere l’arte e la sua libertà è garantirle il giusto scenario, ritagliarle degli spazi appositi e promuoverla in modo appropriato. L’arte va assimilata con calma, assorbita e somatizzata, non ci si può aspettare che qualcuno sia educato all’arte, che veda un dipinto erotico del 1901 e sia più colpito dall’impatto culturale che avrà nei decenni successivi piuttosto che dall’estetica. Per motivi anagrafici non ho mai conosciuto Klimt, e per motivi culturali probabilmente non ci avrei nemmeno fatto amicizia, ma sono sicuro che se avesse saputo un giorno di persone così imbarazzate dall’intesa carica erotica di un suo dipinto da chiederne la rimozione, sarebbe stato contentissimo.