L’universo affascina, questo è indiscutibile, e questa sorta di incantesimo non poteva non funzionare anche con me. Da piccola ero una grande appassionata di natura ma poche volte alzai gli occhi al cielo per confrontarmi con le stelle. Lo feci seriamente per la prima volta nella mia vita all’età di 15 anni, quando, quasi per caso, comprai in edicola il primo DVD di una serie collezione dedicata al tema spaziale e curata dal famoso Piero Angela. Era più il suo nome ad attrarmi ma poco alla volta mi ritrovai immersa nel mondo dell’astronomia e più in generale della scienza. Cominciai a documentarmi prima sul sistema solare, poi sulla storia dell’esplorazione spaziale ed infine sull’universo profondo costellato da grandi nebulose, ammassi stellari e galassie.
Per mettere alla prova le mie capacità comprai anche un piccolo telescopio rifrattore 70/350: un giocattolo più che uno strumento scientifico ma comunque utile per fare le mie prime osservazioni. Nel gennaio 2014 ho voluto addentrarmi ufficialmente nel mondo della scienza iscrivendomi all’Osservatorio Astronomico del Lodigiano di Mairago (LO) gestito dall’associazione GAM 42. L’entrata a far parte in questo gruppo di astronomi dilettanti è stata per me una finestra su un nuovo mondo, un mondo d’avventure e crescita scientifica nonché personale. Pur essendo la più piccola dell’intera associazione, venni accolta fin da subito con molto affetto e fiducia nei miei confronti. Ascoltando le divulgazioni proposte dai soci e aperte al pubblico, allargai il mio orizzonte di conoscenza e imparai a stare a contatto con grandi gruppi eterogenei di persone. Inizialmente intrattenevo il pubblico durante il post-divulgazione, successivamente divenni anche io una divulgatrice scientifica.
Ora che invece studio astronomia all’Università di Padova, mi sono avvicinata al Gruppo Astrofili locale diventando in poco tempo responsabile di struttura e divulgatrice scientifica dell’Osservatorio Giuseppe Colombo. Ai miei attuali 21 anni posso quindi contare numerosissime attività di divulgazione, presso le scuole di ogni grado e di fronte a un largo pubblico. A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi: perché fare questo? Perché cercare di spiegare e di far comprendere argomenti e concetti relativamente complessi ad un gruppo così eterogeneo in cui si hanno bambini, giovani e adulti di ogni età ed estrazione sociale? Perché spendere il mio tempo libero in questo tipo di volontariato, invece di passare il mio tempo libero in Croce Rossa o aiutare in una mensa per poveri? Ebbene vi spiegherò il perché di tutto questo.
Nella società attuale, soprattutto in quella italiana, si è largamente diffuso il concetto di “scienza inutile”, troppo difficile da capire e che apparentemente non trova applicazione nella realtà che viviamo. L’interesse dei comuni cittadini è andato via a via a spegnersi sempre più e a rilegarsi alle poche e non sempre vere notizie dei mas-media. Così contemporaneamente è calato drasticamente l’interesse anche da parte delle istituzioni politiche che hanno progressivamente tagliato i fondi alla scienza (università e ricerca) raggiungendo minimi storici. Senza parlare del peggioramento in ambito scolastico: meno ore alle materie scientifiche, eliminazione dei laboratori (fondamentali per apprendere queste materie), studenti sempre più annoiati da “cose troppo difficili da studiare”. Un circolo vizioso che vede uno spiraglio di luce proprio grazie alla divulgazione scientifica. Che si tratti di un museo di fossili animali, di una mostra sul corpo umano o di un osservatorio astronomico, cercare di far masticare pian piano ai cittadini queste “pillole” di scienza serve a formare in loro un senso critico, a capire quanto può essere interessante, curioso e divertente il mondo che ci circonda e quanto ancora ci rimane da scoprire.
In osservatorio, quando finisce la divulgazione e inizia lo spazio per le domande, c’è sempre qualcuno, ragazzo o adulto che sia, che chiede: cosa c’è in un buco nero? Esiste la vita nello spazio? Quando rispondo a domande simili, noto che, anche nelle persone meno interessate, si accende una piccola ma viva fiamma di curiosità e divertimento per il tema, come se in loro venisse rievocato il primordiale istinto di bambini.

La scienza, e dunque la divulgazione scientifica per farla giungere a tutti, è un elemento essenziale per permettere ai giovani del domani di crescere, soprattutto interiormente. In un mondo dominato da mode senza senso e dall’irrazionalità, la scienza, come il resto della cultura, apre le porte ad un mondo democratico in cui le persone sono dotate di senso critico nei confronti di chi e cosa le circonda. Bisogna ricordare, infatti, che le più grandi e pacifiche collaborazioni internazionali sono operazioni scientifiche ed il CERN di Ginevra ne è un chiaro esempio: più di 10 000 ricercatori provenienti da tutto il mondo che ogni anno si riuniscono per collaborare all’LHC.
La divulgazione scientifica è adatta a tutti e si può fare in vari modi: libri, conferenze pubbliche o programmi TV. Riguardo a quest’ultimi bisogna però stare molto attenti: non confondiamo l’indiscutibile opera di divulgazione di oltre 50 anni di Piero Angela, attraverso programmi come Superquark su RAI 1 o collezioni varie di DVD e libri, con i molti programmi spazzatura in cui le bufale abbondano facilmente.
Ed ecco l’altro tema strettamente legato alla divulgazione scientifica: la ricerca.
La parola “ricerca” è spesso collegata ad espressioni come “fuga di cervelli” oppure “mancanza di fondi”. Ma cerchiamo di capirci meglio.
La ricerca, che sia in campo medico, nella fisica ad alte energie, nella zoologia o nell’astrofisica, risponde ad una sola primordiale esigenza: la necessità e la curiosità di dare una spiegazione ai fenomeni che circondano l’uomo e a spingersi sempre oltre. Albert Einstein affermava che “la cosa più bella che possiamo sperimentare è il mistero. Esso è la fonte di ogni vera arte e vera scienza”. È proprio il desiderio di capire quel mistero che ha spinto l’uomo ad avventurarsi oltreoceano, scoprendo un nuovo continente, sulla Luna, posandoci piede o nell’universo, mandandoci sonde. Ma la voglia di conoscere si scontra con la società di oggi. Aggrediamo sempre la politica perché non finanzia la ricerca, provocando la “fuga dei cervelli”, l’ondata di giovani eccellenze italiane che per esprimere il loro talento e contribuire alla ricerca, è costretta a scappare dal nostro paese e a rifugiarsi in progetti esteri. Perché tutto questo? Perché oltre il 90% dei ricercatori è precario (i contratti non superano l’anno) e guadagna 600 euro al mese? Perché sprecare un patrimonio intellettuale così ricco e farselo scappare dalle mani? No, non è solo colpa dei tanto odiati e falsi politici, che magari fanno qualche promessa a riguardo durante la campagna elettorale; è anche colpa nostra! La classe dirigente non è nient’altro che il riflesso della società. Se i cittadini non considerano la ricerca un investimento prioritario e una fonte importantissima per la crescita culturale ed economica del Paese, non potremo mai avanzare scientificamente ed economicamente. Gli investimenti nella ricerca (come nell’istruzione) sono generalmente i più tralasciati a causa del fatto che i risultati sono visibili e tangibili solamente dopo anni dall’avvenuto investimento, se non decenni e dunque sono ritenuti inutili.
In osservatorio mi è capitato di parlare di temi come questo nell’ambito astronomico. Nessuno è contrario alla ricerca per combattere il cancro, mentre nasce qualche dibattito per le missioni spaziali, l’invio di sonde o la messa in orbita di potenti telescopi. A parte il fatto che diversi campi della medicina e della biologia sono stati studiati anche e solo grazie ad importantissime scoperte in fisica ed astronomia, spesso la gente crede che si spenda troppo per studi di questo genere: perché pagare milioni di euro per mandare in orbita sulla ISS la Cristoforetti invece di destinare tale denaro agli sfollati dell’Aquila o i senzatetto di Milano? Apparentemente sembrerebbe assai inutile. Anzi sembrerebbe un totale spreco di denaro! Una pazzia! Ma ne siete così sicuri?
Lasciando momentaneamente perdere l’importanza della ricerca in termini di valori umani ed avanzamento tecnologico-culturale di cui ho già discusso prima, vorrei esporvi alcuni dati puramente economici.
La missione di Spirit e Oppy, Mars Exploration Rovers, è costata circa 420 milioni di dollari. Mars Science Laboratory, la missione del famoso rover Curiosity, è costata ben 2 miliardi e mezzo di dollari. Insomma una montagna di soldi! Ma dobbiamo mettere le cose in prospettiva.
Una sola giornata di guerra in Iraq costava circa 720 milioni di dollari. Il budget annuale della NASA ammonta a circa 18 miliardi di dollari: solo lo 0,5% dei fondi americani. A questo punto 2 miliardi e mezzo di dollari (ovvero circa 2 miliardi di euro) per finanziare anni di ricerca, sembrano tanti quando, ad esempio, il governo brasiliano ha speso oltre 10 miliardi di euro per i mondiali di calcio e la Russia ne ha consumati addirittura 40 per allestire le Olimpiadi di Sochi?
Spero di avervi chiarito un pò le idee sull’importanza della ricerca e della divulgazione scientifica.
Attualmente conosciamo solo il 4% dell’universo che ci circonda (il restante 96% è costituito da materia ed energia oscura) ed anche di questo 4% ci sono ancora molte domande. L’astronoma Vera Rubin affermava che “nelle galassie a spirale la proporzione tra materia oscura e materia luminosa è di dieci a uno. Questa è forse anche la proporzione tra la nostra ignoranza e il nostro sapere”. Allora cosa possiamo fare noi non-scienziati? Possiamo imparare, interessarci, conoscere e renderci conto di quanto, anche involontariamente, siamo quotidianamente immersi nella scienza che ha creato il mondo che conosciamo. Lo sapevate che senza gli studi relativistici di Einstein ora non avremmo il GPS e dunque il comodo navigatore che usiamo quando ci perdiamo?
Il mio invito è quello di andare oltre le apparenze, di insegnare a grandi e piccini che il fantastico mondo della scienza è alla portata di tutti e tutti possiamo farne attivamente parte.
Articolo a cura di Patrizia Bussatori