Io non sono diventato genitore quel giorno, io sono nato quel giorno in quel fabbricato di mattoni rossi a sud di Saigon. E quando mi chiedono di raccontare la mia adozione io so soltanto abbozzare questi stati d’animo usando le tonalità del mio cuore
Sono frasi come quella di papà Enrico quelle che costellano la toccante raccolta di lettere nata sotto il segno di ItaliaAdozioni, una collezione di esperienze diverse che narrano passo passo il cammino per diventare genitori, per costruire una famiglia tramite l’adozione: ciascuna storia parla di legami stretti con coraggio, al di là delle comprensibili – ma sormontabili – difficoltà di percorso.
Di questo percorso, forse, si conosce troppo poco: adozione rischia di diventare un vocabolo inflazionato, utilizzato per indicare situazioni fra loro incommensurabili. Così, nella ricerca di Google, “adotta un cane” e “adotta un albero da ortofrutta” sono suggeriti in via prioritaria rispetto all’output “adotta un bambino”, in cui il verbo assume però connotati di cura, affetto e responsabilità ben più marcati e significativi.

Sponsorizzare il restauro di un monumento non significa adottare il marmo di cui è composto: la materia inanimata non ha gli stessi bisogni e le stesse cogenti necessità di un essere umano ancora giovane, non ha richieste che vadano comprese, non ha una psicologia a tutto tondo che dev’essere abbracciata, educata, rassicurata nella sua fragilità, non ha, ancora, ferite emotive che si debbano rimarginare con il tempo, l’attenzione e l’amore. Accudire un bambino è un compito che coinvolge di per sé in toto la madre e il padre: quando a ciò si sommano le problematiche legate al ricordo (conscio o inconscio) dell’abbandono, i genitori devono essere pronti e preparati ad affrontarle, ad essere empatici nei confronti del figlio, a capirne gli atteggiamenti sia per assecondarli verso l’integrazione, sia per correggerli con fermezza laddove sia necessario intervenire.
Quando si tratta di adozione internazionale, la sensibilità verso l’adottato deve essere ancora più spiccata: i tratti somatici, l’ambiente, gli usi e i costumi di due società diverse non devono confliggere né rappresentare una dicotomia irrisolvibile; occorre comporre di volta in volta le divergenze, a partire da quell’importantissima differenza fonetica che può essere insita in un nome poco pronunciabile, che i compagni di classe non riuscirebbero ad articolare. Se il bimbo proviene dall’altro capo del mondo, può essere utile aggiungere un nome alternativo all’anagrafe, per appianare almeno un poco il contrasto con la lingua del paese d’adozione; anche il quadro sanitario e le abitudini alimentari vanno calibrati su una nuova lunghezza d’onda tenendo presente quella d’origine.
I primi anni della vita sono come le prime mosse di una partita a scacchi, che danno l’orientamento a tutta la vita. Ma finché non si dà scacco matto rimangono ancora molte mosse da giocare – Anna Freud
Ciascun genitore, per giocare bene una partita così importante, deve conoscere le regole e gli schemi possibili, evitando quelli che porterebbero alla sconfitta. Come suggerisce lo psicologo americano Thomas Gordon, è utile evitare di dare ordini perentori ai propri figli, evitare di minacciarli, dilungarsi in prediche che non possono essere ascoltate con cognizione di causa, offrire soluzioni e consigli ove non richiesti, adoperare il raziocinio per contrastare comportamenti dettati dalle emozioni, disprezzare e stigmatizzare atteggiamenti creando sensi di colpa destinati ad aumentare, umiliare in qualche modo l’amor proprio del bambino, prodursi in elogi sperticati che anche il bimbo percepisce come irrealistici, “diagnosticare” i motivi per cui il piccolo agisce, minimizzare i problemi che esprime, cambiare argomento durante un discorso che per il bambino è importante e infine inseguirlo con domande e richieste invadenti che non porteranno ad altro che ad una chiusura da parte sua.
Sapersi destreggiare in questo mondo complesso, fatto di possibili incomprensioni, soprattutto quando il figlio giunge all’adolescenza, è indispensabile per instaurare un rapporto sano, vero e solido; un rapporto che possa rimanere saldo anche una volta raggiunta l’età adulta, per cui ci si possa guardare indietro con lo stesso sguardo che immaginiamo sul volto di Enrico mentre pronuncia la citazione con cui si è aperto quest’articolo.