Il prossimo sdilluvio universale non sarà fatto d’acqua, ma di tutti i nostri rifiuti accumulati nei secoli. Moriremo assufficati dalla nostra stissa merda.
Così scriveva il celebre scrittore Andrea Camilleri, scomparso di recente, in merito alla “catastrofe ambientale” di cui è vittima il nostro pianeta e la cui responsabilità ricade in prevalenza sull’essere umano. Parlare del rapporto tra l’uomo e l’ambiente naturale in cui vive significa forse affrontare l’argomento più antico di sempre; eppure, soprattutto in questi tempi, il tema ci appare sempre più attuale e il suo studio sempre più necessario. Forse perché ormai percepiamo imminente la minaccia di un autentico disastro ambientale, un punto di non ritorno dal quale il benessere del nostro pianeta potrebbe risultare per sempre alterato.
La natura è da sempre intesa come l’ambiente verso il quale è rivolta ogni attività umana. Non solo l’uomo ricava da questa tutto ciò che occorre al suo sostentamento, ma essa si identifica come il suo campo di dominio, sul quale si dispiega il suo ingegno creatore e costruttore. Ma osservata da un tale punto di vista, la natura appare come un’entità passiva, ridotta a mero oggetto e strumento nelle mani della potenza creatrice dell’uomo. Per questo bisogna anche riconoscere nella natura un organismo vitale, che dispone di proprie attività e princìpi dai quali l’uomo dipende e non può prescindere: ogni suo intervento sull’ecosistema riceverà da parte della natura una conseguente risposta, i cui effetti ricadranno in maniera ineludibile anche sull’uomo stesso. Ma se guardiamo all’evoluzione umana sul pianeta, comprendiamo facilmente come l’elemento distintivo che ha definito la grandezza dell’uomo rispetto alle altre creature consiste proprio nella sua attività di ingegno, la sua capacità di trasformare la natura, studiandone i meccanismi, allo scopo di rendere il più efficiente possibile il suo soggiorno sul pianeta. Non per altro gli antichi greci celebravano l’uomo come “polytropos”, “dal multiforme ingegno”, e il tragediografo Sofocle nello stasimo della sua tragedia “Antigone” ne offre un ritratto trionfale e fastoso quale grande dominatore delle creature e del pianeta e per questo definito “deinòteron”, “la più straordinaria tra le creature”. In realtà il termine assume il duplice significato di “straordinario” e “terribile”, ed è incredibile notare come entrambi i due aggettivi siano perfettamente riconducibili alla natura umana.
E infatti nel corso della storia, laddove l’uomo ha portato avanti la sua evoluzione, il benessere dell’ambiente è stato danneggiato in maniera irreversibile. Ad oggi l’atteggiamento della scienza nei confronti della natura è stato ben descritto da Erich Fromm come quel “carattere necrofilo della scienza attuale”, la quale trae vantaggi nella sua ricerca dalla distruzione degli equilibri dell’ecosistema. La catastrofe ambientale di cui avvertiamo la vicinanza ne è una ben chiara dimostrazione. Dopo due rivoluzioni industriali e secoli di inarrestabile progresso tecnologico, la natura, sviscerata e violata dalla mano avida dell’uomo, ci rende il prezzo da pagare per i suoi soprusi. Ad oggi siamo tempestati da propagande ambientaliste, che cercano di sensibilizzare al rispetto e alla valorizzazione del nostro pianeta e delle sue risorse. Ciò è dunque indice di un disagio che non deve passare inosservato, per questo le parole di Greta Thunberg, la ragazzina svedese che ha suscitato clamore in tutto il mondo per la sua lotta a favore dello sviluppo sostenibile, risuonano oggi di così grande interesse.

Figure come quest’ultima si rivelano necessarie in un’età come quella attuale, in cui l’uomo ha bisogno di riconoscere dei limiti al suo piano di totale assoggettamento della natura che è stato affiancato da generazioni di uomini di scienza e pensatori, tra i quali l’inglese Francis Bacon. Questa necessità ha dato impulso alla nascita di ideologie come l’ambientalismo, nato sulla spinta del libro Primavera silenziosa della biologa Rachel Louise Carson nel 1962 e suddivisosi in diversi movimenti che si battono per la salvaguardia ambientale. Tuttavia, la causa è apparsa col tempo di una tale emergenza da richiedere l’intervento delle autorità politiche di ogni singolo paese del mondo.
Tra i più importanti provvedimenti si ricorda la Conferenza internazionale tenutasi nel 1997 a Kyoto, in Giappone, riguardante il surriscaldamento globale. Da questa è derivato un trattato internazionale, il Protocollo di Kyoto, entrato in vigore l’11 dicembre 1997, attraverso il quale i paesi che vi hanno aderito si impegnano di comune accordo nei tagli alle emissioni di elementi inquinanti. Tuttavia la mancata adesione degli USA al trattato ha sicuramente costituito un ostacolo al conseguimento degli obiettivi prefissati, considerato che la sola regione del New England (sulla costa nordorientale del paese) produce una quantità di elementi inquinanti come biossido di carbonio uguale a quella prodotta da un qualsiasi grande paese industrializzato europeo. Dunque la lotta contro il disastro ambientale oggi è tutt’altro che conclusa, anzi è divenuta ancora più urgente.

Ma che cosa dunque potrebbe salvare la natura da una simile catastrofe? È ancora possibile una felice coesistenza tra uomo e natura come quella delle mitologiche età dell’oro o del paradiso terrestre, senza che per questo si debba rinunciare al progresso umano? Potrebbe sembrare sufficiente una maggiore accortezza da parte dell’uomo. Forse potrebbe valere l’antico consiglio che invita a partire dalle “piccole azioni quotidiane” come praticare la raccolta differenziata o ridurre il dispendio d’acqua per poter raggiungere anche i più grandi risultati. Tuttavia, quello tra l’uomo e la natura – ci appare chiaro - è un rapporto che si è inesorabilmente danneggiato con il tempo. E se l’uomo era una volta in armonia con la natura e parte integrante di essa, ad oggi sembra prevalere un atteggiamento di estraniazione da parte di quest’ultimo, che tende anzi ad opporvisi. Insomma il rapporto tra uomo e natura è un rapporto che deve essere ricostruito, che richiede di partire da un cambiamento di prospettiva, da una necessaria rivalutazione della funzione che occupa la natura nella vita dell’essere umano.
Articolo di Claudio Anello