Nei mari italiani è emersa una nuova isola!
Per i più appassionati, però, non vi saranno né calette né incantevoli insenature da esplorare né fondali cristallini in cui immergersi…
Più precisamente, ci troviamo nel Mar Tirreno, nel cuore del Santuario dei Cetacei.
In questa zona, compresa tra la Corsica, l’Elba e la Capraia, le correnti hanno trascinato diverse tonnellate di rifiuti di plastica che, andando alla deriva, hanno formato una vera e propria “isola di plastica” che si protrae per diversi chilometri. Si tratta di una striscia di rifiuti che avvelena il nostro mare, un po’ come accade in America nel Great Pacific Garbage Patch, l’atollo di rifiuti collocato tra l’isola dei Caraibi e le Hawaii, costituito dal 99,9% di plastica e noto anche come la “grande chiazza di immondizia del Pacifico”.
Così bicchieri, flaconi, bottiglie, cotton fioc, cannucce, sacchetti e tutti quelli oggetti di plastica che vengono utilizzati soltanto per pochi minuti, saranno destinati a rimanere in mare per decenni.
L’associazione Greenpeace, che si è recata sul luogo in modo da monitorare il livello di inquinamento, ha dichiarato: «In questo tratto di mare, per una convergenza di correnti, si crea un hotspot di plastica che si estende in uno spazio di alto valore naturalistico per la presenza di numerose specie di cetacei. Abbiamo effettuato dei campionamenti con i ricercatori a bordo per verificare anche la presenza di microplastiche: i risultati saranno noti nei prossimi mesi».
La situazione si dimostra davvero preoccupante non soltanto per l’ecosistema e la biodiversità, ma anche, potenzialmente, per la salute umana. Infatti, residui di plastica sono ormai presenti in molte specie marine (basti pensare a tartarughe marine, balene, foche, uccelli e in diverse specie di pesci e crostacei) e penetrano così nella catena alimentare.

In effetti l’inquinamento da plastica oggi rappresenta una vera e propria emergenza globale.
Se nell’antichità l’uomo utilizzava polimeri naturali, quali l’ambra, il corno, o il guscio di tartaruga, è soltanto nel 1861 che l’inglese Alexander Parkes, portando a sviluppo gli studi sul nitrato di cellulosa, ha brevettato il primo materiale semi sintetico, chiamandolo Parkesine (in seguito conosciuto come Xylonite).
Negli ultimi decenni, grazie allo sviluppo dei tecnopolimeri e attraverso applicazioni sempre più sofisticate dal campo della medicina a quello della tecnologia, la plastica ha modificato e rivoluzionato la quotidianità, a tal punto da potersi ergere quale simbolo vero e proprio dell’antropocene.
È stato stimato come la produzione di plastica vergine sia aumentata di 200 volte dal 1950, con un tasso di crescita annuo pari al 4% fino al 2000. Solo nel 2016, sono state prodotte 396 milioni di tonnellate, che equivalgono a 53 kg per ogni persona al mondo.
Probabilmente, la ragione di questa costante corsa al consumo va individuata nelle caratteristiche di economicità, comodità, versatilità e sicurezza delle materie plastiche. Ma tutto ha un costo. Ed anche la plastica è destinata a finire come rifiuto. E, più precisamente, come un rifiuto che resiste al tempo, a causa della sua lenta decomposizione.
A livello mondiale si assiste alla produzione annuale di 310 milioni di tonnellate di plastica di origine petrolifera, di cui 1/3 finisce in mare, minacciando la vita di oltre 700 specie. Inoltre, l’incapacità dei Paesi di gestire i propri rifiuti di plastica ha comportato livelli record di inquinamento anche nel Mar Mediterraneo: infatti, solo nel Mare Nostrum la plastica costituisce il 95% dei rifiuti in mare aperto, sui fondali e sulle spiagge e provoca oltre il 90% dei danni alla fauna selvatica marina.
In base alle previsioni, si ipotizza che la produzione di plastica potrebbe aumentare ulteriormente del 40% entro il 2030.
Secondo il report 2019 del WWF “Fermiamo l’inquinamento da Plastica: come i Paesi del Mediterraneo possono salvare il proprio mare” i governi e le comunità locali gestiscono in maniera scorretta il 28% dei propri rifiuti. Spesso non funziona il sistema di riciclaggio e i rifiuti che sfuggono alla raccolta finiscono in discariche abusive o dispersi in natura, con l’alta probabilità di riversarsi poi nei fiumi o nei mari. In aggiunta, dato l’esiguo costo della plastica vergine, le aziende spesso non investono nella realizzazione di nuovi prodotti che riutilizzino o sostituiscano la plastica con materiali innovativi e sostenibili. Per queste ragioni il report ha delineato un piano di iniziative e azioni politiche che i singoli Paesi dell’area mediterranea devono sviluppare in modo da effettuare il passaggio da un’economia lineare (“produco, uso e getto”) a un’economia sostenibile e circolare (“produco, uso e riutilizzo, riciclo, riutilizzo, riduco”) che diminuisca la produzione di rifiuti dal sistema di gestione della plastica.

Il problema dei rifiuti marini è per natura transfrontaliero e sta assumendo dimensioni sempre più vaste: infatti, i rifiuti prodotti da uno Stato vengono spostati attraverso le correnti marine potendo procurare danni ad altri Paesi. Pertanto, sulla scia della Direttiva Ue 2015/720 sulla riduzione dell’utilizzo delle borse di plastica leggere (sotto i 50 micron) e ultraleggere (sotto i 15 micron), il Parlamento europeo e il Consiglio dell’Unione Europea hanno di recente adottato la direttiva (UE) 2019/904, decidendo di prevenire e ridurre quei rifiuti che si rinvengono maggiormente nelle spiagge dell’Unione. 
In particolare, è stata vietata l’immissione sul mercato di determinati prodotti di plastica monouso quali bastoncini cotonati, posate, piatti, cannucce, agitatori per bevande, aste per palloncini nonché dei prodotti di plastica oxo-degradabile. È stato stabilito che gli Stati membri dovranno riciclare almeno il 90% delle bottiglie di plastica entro il 2029. Inoltre, è stato introdotto l’obbligo, a partire dal 2024, che il tappo sia attaccato alla bottiglia in modo da evitare che questo si disperda con facilità nell’ambiente. Ancora, per favorire la raccolta differenziata, le bottiglie di plastica dovranno contenere almeno il 25% di materiale riciclato entro il 2025 ed il 30% entro il 2030.
Questo cambiamento di sistema, e la sostituzione degli oggetti sopra citati con prodotti monouso alternativi, promuoverà una bioeconomia innovativa capace di ridurre i rifiuti marini: passo fondamentale per conseguire l’obiettivo 14 di sviluppo sostenibile dell’ONU: «conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile».
Un tempo per la meraviglia alzavamo al cielo lo sguardo sentendoci parte del firmamento, ora invece lo abbassiamo preoccupati di far parte del mare di fango. [Interstellar]