Credo di essere identificabile come “flamer” dal 2014, quando ho cominciato ad inserirmi in diverse community su Facebook con lo specifico scopo di discutere e scambiare pareri. Per la definizione offerta dal Cambridge Dictionary il flamer è: “Colui che invia messaggi arrabbiati o con lo scopo di insultare”, ma per la mia esperienza personale si tratta di qualcosa di leggermente diverso. Non si tratta di un contenuto, ma di una forma. Provo quindi a dare una mia interpretazione: il flamer è chi si esprime con toni aggressivi su internet; in questo modo si estendono enormemente le sfumature di questa pratica, includendo ogni cosa compresa fra un augurio di morte ad un lungo commento argomentato ma dai toni estremamente fastidiosi e/o aggressivi.

Il flame come incentivo al dialogo
Mi è capitato più volte di cimentarmi nello sviluppo di una discussione argomentata, fallendo. Questo perché, sui social network, un pensiero prende forza dalla forma, quasi sempre polarizzante. Pensiamo ad un post argomentato, logicamente corretto ma con delle premesse infondate. Il post in questione sarà più forte comunicativamente rispetto ad un singolo commento, a causa della differenza di formato dei caratteri utilizzati dal social network per distinguere le . Ma il problema non si pone solo da un punto di vista visivo, bensì anche sul piano delle meccaniche sociali in gioco. A visualizzare il post saranno le persone che già condividono quell’idea o comunque la trovano coerente con la propria visione del mondo, generando una netta maggioranza di opinioni concordanti rispetto allo spunto di partenza. Se su 20 commenti solo uno argomenta contro, è necessario aumentare in primis l’interazione, e per fare ciò è necessario irritare, in modo che più persone possibili, scorrendo, possano vedere facilmente il tuo commento, attirando a te i polarizzati di senso opposto. Iniziare un commento con “sei stupido” o qualcosa di simile è l’unico modo per rendere nota la propria linea di pensiero minoritaria, si tratta per tanto di un approccio comunicativo adoperato sistematicamente da anni, se non da sempre (la satira, che a detta di Luttazzi, è il “prendere in giro chi è più potente di te” utilizza i toni forti per raggruppare attorno a sé chi, tendenzialmente, si contrappone al pensiero dominante di quel contesto).

Focalizzarsi sull’obiettivo
Quando si scrive qualsiasi cosa, bisogna chiedersi sempre “Perché lo voglio scrivere?” e “Quali possono essere i risultati?”. Non deve esserci sempre un profondo scopo divulgativo nel flame, che può essere prettamente a fini ludici o in risposta ad un profondo fastidio. Oltre al consiglio di fare altro quando si vuole insultare o sbeffeggiare qualcuno online per sfogarsi, negli altri casi bisogna prefissarsi degli obiettivi e capire l’approccio migliore per raggiungerli. Se lo scopo è creare una realtà online massiva (quindi non utilizzando il networking), è consigliabile inserirsi in una community producendo dei bait (termine utilizzato per indicare la provocazione al fine di ottenere un feedback) pesanti per i più estremizzati, ma accattivanti per i meno polarizzati, ed in questo caso l’insulto dovrebbe essere indirizzato alla categoria di interesse (mai all’individuo, comporterebbe un naturale inquadramento come “figura ostile”) e gestito in modo occasionale, mai continuativo. In caso opposto, se lo scopo è puramente ludico, si passa dall’insulto generale per attirare l’attenzione alla provocazione individuale, identificando chi è più favorevole al gioco o la prende sul personale al punto di portare avanti la discussione il più possibile. Repetita iuvant: se qualcosa ti fa arrabbiare al punto di sentire il bisogno di esprimere aggressività, prima chiediti il perché e cambia schermata, visto che un’interazione rabbiosa non riduce lo stress, ma rischia solo di aumentarlo.

Errori, errori e ancora errori
Come scritto precedentemente, bisogna focalizzarsi sugli obiettivi e su come raggiungerli, per tanto sbagliare i mezzi o avere idee poco chiare sugli obiettivi può produrre errori. Un flame a scopo ludico con qualcuno di permaloso può generare antipatie e tensioni nel lungo periodo, per tanto è opportuno evitare tale approccio con i soggetti all’interno di un progetto. Al contrario, un insulto esplicito può essere tranquillamente parte di una strategia di indebolimento sistematico di un oppositore e di avvicinamento verso la propria linea, cosa che spiegherò più accuratamente fra poche righe. Tutto ciò non riguarda unicamente l’input che si offre ad un contesto, ma anche l’output che ne scaturirà, e non prendere in considerazioni i possibili effetti e le reazioni rappresenta un errore, come anche non filtrare in alcun modo le proprie informazioni personali. Gli errori, per tanto, sono principalmente contestuali, e non è detto che un approccio funzioni allo stesso modo ovunque, nemmeno nella stessa comunità a due settimane di distanza, ad esempio una comunità ristretta produce cambiamenti in tempistiche decisamente minori rispetto ad una da migliaia di soggetti attivi.

Character Assassination
La distruzione metodica e organizzata di un personaggio ai tempi di internet. La character assassination esiste da sempre, la storia ci ricorda come il Regno Unito fece passare Napoleone per un nano nemico della libertà dei popoli o Caligola come un pazzo per merito dei suoi oppositori, ma ad oggi il fenomeno è diventato estremamente più veloce ed efficiente. Bastano poche decine di euro per avere un’armata di bot da usare per sviluppare il malcontento verso un personaggio, si aspetta una scusa valida e poi si liberano i commenti aggressivi e gli insulti, per poi rilanciare la notizia dei numerosi attacchi e dare una valenza alla propria posizione col “tutte quelle persone la pensano come me”. Nonostante si utilizzi questo metodo sistematicamente nella politica, inventiamo un esempio scollegato ad essa. Io ho un ristorante di hamburger e voglio distruggere un concorrente. Il sabato sera il suo locale è sempre pieno di gente, quindi il giorno dopo preparo qualche bot per rilasciare commenti, post e recensioni negative, insultando il cibo e il servizio. In questo modo ogni sabato i clienti non abituali si chiederanno se vale la pena andare da lui, e la sua potenziale clientela verrà ridistribuita fra gli altri esercenti, in particolar modo me. Da notare che i danni di questa applicazione del flame in larga scala, se si tramuta in un conflitto, portano a clienti indecisi che preferiscono cucinare a casa. Quindi è opportuno chiedersi se sia il caso di usare questo strumento, e nel caso quanto usarlo.
Il valore della resilienza
Grazie al flame ho notato che le persone reagiscono principalmente con due diversi approcci: resistente o resiliente. Un interlocutore è resistente quando è fragile all’urto ma solido alla pressione, al contrario un interlocutore è resiliente quando è solido all’urto ma fragile alla pressione. Il primo genere di persona si dimostra estremamente sensibile e permalosa al primo impatto, e di conseguenza avversa al cambiamento. Non importa quanta pressione poni con delle argomentazioni, quelle persone non cambiano idea, sono avverse ad evolvere la propria idea. Le persone resilienti, al contrario, prendono con leggerezza l’inizio di una discussione indipendentemente dai toni, ma con la giusta pressione è facile che cambino idea. Troppa sensibilità ai toni e/o a determinati argomenti può rivelare una persona incline alla costruzione di muri, eterofobica e problematica. Avere nel proprio team troppe persone di questo tipo conduce ad una ortodossia e conseguente avversità al mutamento, irrigidendo ogni struttura e privandola degli strumenti razionali necessari alla sopravvivenza.
In questi cinque anni da flamer ho imparato che la comunicazione efficace è un insieme di viscidi mezzi di manipolazione e che solo con strumenti affini è possibile controbilanciare un messaggio. Ho imparato che muovere le emozioni è molto più efficiente che spingere le persone ad utilizzare il cervello in modo critico e autocritico. Ho imparato che la tecnologia, applicata alla comunicazione, è riuscita a lasciare invariata l’annichilimento della libertà di pensiero pur garantendo informazioni su ogni aspetto del mondo conosciuto. Ho imparato che gli interlocutori sono davvero pochi, e che la maggior parte di quelli che si vogliono mostrare “intellettuali” sono degli ideologizzati. E poi Zuckerberg mi ha bannato il profilo.
