Limiti: come gli alberi e i giapponesi ci insegnano a vivere

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Una ferita può spezzare la nostra cecità, non sempre è un male. Ma dipende solo da noi scegliere con che occhi guardare la vita.

Limiti, limiti, limiti, sempre limiti. Questa è l’epoca del limite. Dobbiamo limitarci nel dare affetto perchè potremmo soffocare l’altro che potrebbe darci per scontato e lasciarci, dobbiamo limitarci nel produrre rifiuti perchè la catastrofe naturale incombe su di noi, dobbiamo limitarci nello spendere i soldi che abbiamo duramente guadagnato con il nostro lavoro precario. Tutto deve essere fatto col contagocce. Tutto ciò ha una risonanza negativa, ci contiene quando noi vorremmo vivere appieno tutto, anche a costo di distruggerci. Ma davvero è così negativo avere dei limiti?

Prendiamo solo un momento in considerazione un fenomeno biologico che interessa gli alberi: la timidezza della corona. Sembra quasi un ossimoro, di solito non è facile immaginare un re o comunque qualcuno che abbia la corona, e quindi potere, che sia talmente timido da non sapere imporre le proprie decisioni. Solo che in questo caso non si parla di persone, ma di alberi, che nell’immaginario comune, qualora dotati di personalità, risultano sempre saggi. Ebbene questo fenomeno consiste nel fatto che le chiome degli alberi si espandono ma senza arrivare a toccarsi le une con le altre, creando così delle vie di fuga che assomigliano a dei sentieri fatti di cielo. Tutt’ora non si conosce la motivazione di tale fenomeno, però sono state avanzate delle ipotesi, tra cui la necessità di ridurre i danni provocati dal vento che porterebbe i rami a scontrarsi e danneggiarsi reciprocamente, l’ottimizzazione dello spazio per ricevere la maggior luce possibile necessaria alla fotosintesi clorofilliana, limitare la circolazione dei parassiti invasivi, tenendo a distanza l’albero accanto e limitando la velocità di proliferazione degli organismi nocivi.

Quante volte sentiamo dire la frase “Ho bisogno del mio spazio!”. Fidanzati che si lasciano perché la simbiosi li ha stancati, figli disperati che non vedono l’ora di abbandonare il nido perché ormai si sta troppo stretti e i familiari ficcano troppo il naso in faccende che non li riguardano, amicizie che si interrompono a causa di una perenne richiesta di favori, insomma la lista è lunga! Gli alberi ci dicono, nel loro silenzio intriso di saggezza, che non è mai un bene per nessuno essere troppo attaccati. Una donna che aspetta un bambino lo porta nel suo grembo e lo nutre attraverso il cordone ombelicale per 9 mesi, ma al momento del parto si dividono; per un essere vivente crescere necessita che tutte le cellule si sdoppino, ma vengono sempre create cellule singole. Non si possono avere rapporti in cui si perde la cognizione di dove finisce un individuo e comincia l’altro, altrimenti saremmo nati tutti gemelli siamesi! Non nasciamo a metà, nasciamo interi, ma per funzionare abbiamo bisogno di relazionarci con gli altri in rapporti sani e mai simbiotici.

La fregatura è che necessitiamo di un senso di appartenenza talmente forte che quando si presentano legami simbiotici ci sta bene, pensiamo di avere trovato quello che cercavamo. Tutto rose e fiori finché qualcuno non si rende conto di essersi annullato, allora scappa, lasciando l’altro a raccogliere la propria vita, ormai in frantumi, in totale solitudine. E allora che fare quando la nostra vita va a pezzi? Qui interviene la saggezza dei giapponesi attraverso l’arte del kintsugi, che significa riparare attraverso l’oro. Quando una scodella o un vaso o qualsiasi altro oggetto fragile si rompe, i giapponesi lo riparano utilizzando l’oro per attaccare i pezzi tra di loro. Ottengono così lo stesso oggetto di prima impreziosito da delle venature dorate. Il kintsugi è l’arte di abbracciare il danno, che può mostrarsi risorsa anche se noi a prima vista non lo vediamo, accecati come siamo dal dolore. Che è un po’ anche quello che diceva Van Gogh quando vedeva la sconfitta come un bene, e consigliava di accettarla pienamente, perché una società troppo attenta a vincere, che disprezza la perdita, che vuole avere sempre tutto sotto controllo, che impone standard denigrando la presenza di più possibilità, è una società destinata a fallire e che getta nella disperazione chi si discosta dallo standard proposto. Una ferita può spezzare la nostra cecità, non sempre è un male. Ma dipende solo da noi scegliere con che occhi guardare la vita.

Sono una studentessa universitaria con la passione per la scrittura e la lettura, il cibo, la natura e tutto quello che ha a che fare con l'arte: dalla fotografia al disegno, alla scultura e all'architettura. Mi piace mettermi in gioco, scoprire nuove cose, ma soprattutto mi piace passare il tempo con persone che mi influenzino positivamente.