Cosa significa essere uomini di cultura o, meglio, stimati come tali, nel Seicento? Conoscere ogni scienza, avere molti interessi e dedicare ogni energia all’arricchimento del proprio sapere? Nient’affatto. Se fosse così, non saremmo lontani dall’idea dell’idilliaco Seicento di cui parlano i libri di storia e storia dell’arte.
Ricordiamoci che questo è il secolo sudicio e sfarzoso, per dirlo con parole manzoniane, anni in cui i nobili agiscono solo con il fine di aver le spalle coperte in vista dei guai e del disonore, la gente non ha un riferimento solido a cui appigliarsi, il saper parlare è quasi più importante e spesso più violento del saper combattere, le storie di cavalleria sono all’ordine del giorno nelle discussioni intavolate tra signorotti e parassiti. Non è tutto oro quel che luccica, e non è tutta bellezza quella che si mostra come tale. Il Barocco è soprattutto ridondanza, esagerazione, ipocrisia: non dobbiamo mai dimenticarlo.
In mezzo a tanta falsità adornata da ghirigori e fiocchi dorati appare, nel XXVII capitolo, questo personaggio chiamato Don Ferrante, uomo che viene descritto con cura grazie all’umorismo manzoniano che qui non sa trattenersi dall’emergere. Egli è uomo di scienza, ma quella scienza che non ha vere e proprie fondamenta scientifiche. Egli infatti padroneggia meglio di qualsiasi altra disciplina l’astrologia e crede fermamente che essa sia la forza motrice di tutto. Infatti, quando la peste colpirà Milano, egli non vorrà crederci, cosa del tutto irrazionale.
Manzoni, oltre a darci qualche indicazione sulla subdola e calcolatrice moglie donna Prassede, che lo definisce uno sfaticato, lo descrive come un individuo capace di arrampicarsi sugli specchi grazie alle ingozzate di retorica con cui si nutre attraverso volumi di nessun valore scientifico o accademico. Vengono infatti poi elencati parecchi titoli e autori, famosi per i contenuti di scarso peso. Trattati di magia, astrologia, cavalleria, politica spicciola. Argomenti di cui discorrere con altri nobili subdoli, nulla di più. Personaggio marginale? Sarà anche vero, ma contiene l’essenza di un secolo che attraverso di lui ci mostra il proprio aspetto senza filtri.
Ecco di nuovo il vero, l’utile e l’interessante che si uniscono nello splendido umorismo manzoniano che non può non farci sorridere. Così come aveva promesso nella famosa lettera a Claude Fauriel, Manzoni riesce a prendere un uomo qualsiasi e a renderlo il simbolo di un’epoca. Un’epoca che, come don Ferrante, si trascina stanca per le vie, agghindata a festa ma senza nessuna festa a cui andare. Un’epoca nemica di se stessa, che si distrugge con le proprie mani. Un’epoca, come don Ferrante, che si regge su tremolanti sicurezze illusorie.
Un’epoca, forse, come spesso è la nostra.
© Illustrazione originale di Laura Meneghin