Il giornalismo e il lento cambiamento. Intervista a Ivan Bianchi

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Il racconto dell’ambiente giornalistico dagli occhi di un giovane cronista locale. Tra aneddoti personali, critiche e suggerimenti.

«Credo che uno degli errori dei miei colleghi sia l’atteggiamento di supponenza che manifestano» mi confida Ivan Bianchi, giovane giornalista classe 1997, ma che può già vantare alcuni anni di collaborazione con diverse testate.
Ci diamo appuntamento in un locale di Ronchi dei Legionari, piccola cittadina del Friuli Venezia Giulia. Uno spritz aperol per lui, per me un semplice tè. «Guarda che io diffido dagli astemi» mi dice scherzosamente.

Ivan, hai solo 21 anni ma sei già giornalista per il Friuli e Telefriuli, ciò non può che significare una cosa: hai iniziato a scrivere molto presto. Dunque, le domande sono d’obbligo: quando e come è nata questa passione?
Ti devo confessare che da ragazzino non mi era passato per la mente questo mestiere. Prima volevo fare il cuoco per poter mangiare gratuitamente, poi mi venne in mente l’idea di diventare politico. Speravo di lavorare il meno possibile ma, al tempo stesso guadagnare molto. Attualmente avviene il contrario. A ogni modo, il primo contatto avvenne ormai sette anni fa, quando scrissi un pezzo sulle campane della chiesa di Polazzo, dove abito, che tornavano a suonare. Lo mandai a un settimanale che lo pubblicò. Da lì è iniziato tutto. Però, diamo a Cesare quel che è di Cesare, il merito è anche di chi mi ha sostenuto, come per esempio la mia docente di italiano, Alessia Scuor.

Tutto parte da Polazzo, la tua terra. Cosa significa per te raccontare il luogo in cui vivi?
Io sostengo che per essere un buon cronista locale, tu debba sentire tuo il luogo su cui scrivi. E per me è qualcosa di straordinario. Del resto, il mio professore di storia mi dedicò una frase in tedesco “Ivan Bianchi gehort zum Territorium”, che non significa solo appartenere. In tedesco ha un significato ben più profondo. Ciò detto, il giornalista non deve mai dimenticare qual è il suo lavoro e cosa sta facendo. Insomma, non deve perdere l’obiettività.

Passando alla tua esperienza da giornalista. Sei entrato in questo ambiente mentre il giornalismo sta affrontando un momento difficile causato da vari fattori, tra cui senza dubbio la presenza di
internet e dei social network. Ma tu, che sei giovane, come li percepisci questi due “contenitori”?
Sta vivendo un momento di cambiamento che porta con sé aspetti sia positivi che negativi. Positivo è senz’altro il fatto che tutti noi possiamo essere sempre aggiornati su quanto avviene anche dall’altra parte del mondo. Ma anche a livello locale, ci sono notizie che si scoprono casualmente navigando sulle piattaforme social. Chi critica e basta, secondo me ha capito ben poco. L’altro aspetto della medaglia è che questo processo ha dato patente a tutti per scrivere di qualsiasi cosa. E, onestamente, non sono convinto che sia un aspetto completamente ottimale.

Un cambiamento di cui, però, i quotidiani si sono accordi tardivamente. Concordi?
Indubbiamente. Ed è abbastanza rilevante che i giornali non l’abbiano compreso. Fortunatamente qualcosa si sta muovendo. Rimanendo in zona, penso all’iniziativa “Noi Messaggero Veneto” che ha visto la luce su Facebook, ripresa in modo similare da “Il Piccolo”. Ma c’è ancora molta strada da compiere, a mio parere.

E, in merito al cartaceo, le copie vendute sono sempre meno: ritieni che il digitale andrà lo rimpiazzerà?
Chi può dirlo, ciò nonostante ritengo che il quotidiano cartaceo debba rivedere la sua ragion d’essere. Non solo la notizia ma anche riflessione e ragionamento sulla notizia. Vorrei riportare anche le parole di un autorevole penna giornalistica, il quale affermò che se avesse fondato un giornale, vi avrebbe voluto leggere anche poesia. Interessante punto di vista, non credi?

Aspetto che molto probabilmente manca oggi. Quindi, per giungere al termine di questa nostra chiacchierata: una critica che muoveresti al tuo mondo lavorativo?
La troppa supponenza di molti miei colleghi che, beninteso, non è peculiare del nostro ambiente, tuttavia noi ci rivolgiamo a un pubblico che non conosciamo, quindi la percezione è maggiore. Detto ciò, ritengo che soprattutto oggigiorno dovremmo tornare a lavorare con maggiore umiltà. Con la giusta dose di umiltà, sarebbe meglio dire.

Nato a Trieste l'8 settembre 1995. Innamorato della poesia, affascinato dal nuovo. La curiosità lo ha spinto verso il mondo del giornalismo, il sogno nel cassetto: diventare un freelance alla ricerca di storie in giro per il mondo. Nel 2017 ha partecipato all'AKLF (Apeejay Kolkata Literary Festival) a Calcutta e al WNSFest (Word N Sound Festival) a Johannesburg.