Condannare a morte un trasgressore dissuaderebbe altre persone dal commettere lo stesso reato?
Il timore della pena di morte non può agire da deterrente: se la pena di morte fosse un deterrente si dovrebbe registrare un continuo calo dei reati punibili con la morte nei paesi mantenitori; inoltre questi stessi paesi dovrebbero avere un tasso di criminalità minore rispetto ai paesi abolizionisti. Però nessuno studio ha confermato ciò!
La pena di morte è stata più volte definita una macchia della società moderna dai favorevoli alla sua abolizione. Il rifiuto di questo barbarico gesto non è una questione d’oggi, ma del ‘700. Uno dei più accesi sostenitori fu Cesare Beccaria:
“Questa inutile prodigalità di supplicii, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto a esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato.”
Il saggio Dei delitti e delle pene, scritto tra il 1763 e il 1765, non dimostrava soltanto la barbarie dei sistemi inquisitoriali e carcerai del tempo, ma poneva la questione fondamentale del fine della pena.
“Il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile, né di disfare un delitto già commesso.”
Per Beccaria la pena inflitta ai colpevoli non deve, come invece avviene con la tortura e l’esecuzione capitale, riprodurre il male generato dal delitto stesso. Inoltre lo Stato in questa maniera rende lecito una atto proibito al singolo: questa è una contraddizione insanabile.
La soluzione è il salutare terrore: una lunga carcerazione e i lavori forzati.
“Non è l’intensione della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione di essa; perché la nostra sensibilità è più facilmente e stabilmente mossa da minime ma replicate impressioni che da un forte ma passeggiero dolore.”
La pena di morte è di fatto una forma di involuzione che mette in rilievo la sostanziale incapacità di uno Stato di risolvere i propri problemi di sicurezza interna. La pena capitale è una forma di “anti-progresso” e l’uomo d’oggi, che desidera progredire in ogni campo, dovrebbe essere favorevole all’abolizione senza incertezze.
Anche giuridicamente la pena di morte non può essere applicata perché il diritto alla vita è un principio fondamentale su cui si basa la nostra società. E lo sapeva anche Cesare Beccaria:
“Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? […] come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno, vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita?”
Il diritto alla vita deriva solo e semplicemente dalla nostra natura di esseri umani. Nessuno può arrogarsi il diritto di privare un altro essere umano dal suo bene più grande – la vita – mascherandosi dietro falsi morali.
La pena capitale non è altro che l’istinto che prevarica sulla ragione!
Dopo tre secoli da Dei delitti e delle pene l’uomo moderno non ha trovato una risposta a questa domanda: deve valere la legge del taglione – occhio per occhio, dente per dente – o bisogna ricordare il significato biblico del “nessuno tocchi Caino”?