Neon Genesis Evangelion

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Tra filosofia, psicanalisi e misticismo – un’opera fantascientifica e visionaria

Neon Genesis Evangelion (新世紀エヴァンゲリオン Shin seiki Evangerion) è una serie televisiva d’animazione, diretta da Hideaki Anno e prodotta dallo studio Gainax (fondato, tra gli altri, dallo stesso regista). L’opera originale conta 26 episodi, trasmessi a partire dall’ottobre 1995, e un film intitolato The End of Evangelion.

Se riassunta, la trama della serie appare semplice, al limite del banale. Tutto inizia a Neo Tokyo-3, futuristica versione della capitale nipponica, quindici anni dopo un disastro chiamato Second Impact. Qui, il protagonista Shinji e altri ragazzi sono reclutati dall’agenzia Nerv per pilotare dei robot giganti (gli Evangelion appunto), nel tentativo di combattere dei mostri chiamati Angeli e di prevenire così un Third Impact.

Anche se, a questo punto, le attrattive principali di Neon Genesis Evangelion sembrano essere le battaglie tra robot giganti e mostri alieni, dei design accattivanti e uno stile di animazione dal fascino anni ‘90, episodio dopo episodio ci si rende conto che si tratta soltanto della superficie. Infatti, non solo si tratta di un’opera che ha cambiato l’animazione giapponese; ma contiene anche al suo interno numerosi significati simbolici su cui i fan della serie continuano a discutere dal 1995. Recentemente, se n’è invece parlato per via del suo chiacchierato arrivo su Netflix, con un nuovo e discutibile adattamento italiano. Ma questa è un’altra storia.

In questo articolo, non mi soffermerò troppo sulla trama o su discorsi tecnici riguardanti animazione e regia: preferisco lasciare il piacere di scoprirli allo spettatore. Cercherò invece di fare due parole con voi su uno dei temi che più è importante per Hideaki Anno; un suo dilemma interiore che ci racconta tramite la serie.

Molte delle idee centrali di quest’ultima riguardano la solitudine, l’incomunicabilità sia tra individui che tra maschi e femmine, l’incapacità di sopportare il rapporto con l’Altro. Ad unire trasversalmente queste idee sta la grande dicotomia tra unità e frammentazione. L’ideale di un mondo unificato in una sola entità permea la serie. A questo ideale si contrappone una realtà apparentemente imperfetta, in cui le persone soffrono per il desiderio incontrollabile di comunicare e formare legami, ma inevitabilmente falliscono. Infatti, in Evangelion sembra che i personaggi non possano mai comprendere veramente appieno l’Altro: anche sforzandosi di empatizzare tra loro, rimangono isolati.

Un dramma, questo, molto reale: anche nella vita di tutti i giorni, ci è impossibile capire del tutto e con certezza il prossimo. Non abbiamo alle spalle le sua esperienze di vita, non guardiamo il mondo dai suoi occhi. Sembra che possiamo raggiungere soltanto una comprensione superficiale – sebbene all’apparenza efficace e salda – ma che è sempre pronta a incrinarsi.

Hideaki Anno pensa che le persone, come i porcospini di Schopenhauer (citati nel titolo dell’episodio 4, Hedgehog’s Dilemma), si avvicinino alla ricerca di calore, ma che più lo fanno e più si feriscono a vicenda con i loro aculei. Questi aculei, queste barriere, sono l’individualità. Ebbene, ad un certo punto sorgerà la possibilità di “eliminare” l’individualità, unificando tutti gli spiriti in un solo essere originario.

A questa possibilità alludono anche i numerosi riferimenti religiosi disseminati nell’intreccio. Anzi, persino nel titolo, Evangelion non nasconde certo il legame con i testi sacri dell’ebraismo e del cristianesimo. Le parole Genesis e Evangelion sono rimandi piuttosto evidenti al libro della Genesi e al Vangelo. Se uniti a Neon, derivato dal greco “Neos”, siamo di fronte ad una “nuova Genesi”, a un “nuovo racconto del Vangelo”. Insomma, un reboot pieno di tecnologia, violenza e traumi esistenziali.

In questa ri-narrazione, alcune delle forze in gioco vogliono “annullare” la creazione. L’idea è ripresa dalla cabala ebraica, secondo cui la creazione è derivata dalla rottura dell’unità delle dieci Sephirot e dalla caduta di sette di queste, che compongono ora il mondo materiale. Alla fine, sarà Shinji a dover prendere una decisione: conservare le differenze e le singole coscienze nonostante l’impossibilità di capirsi nel profondo, oppure accettare un nuovo mondo unito e senza limiti.

Per concludere, va detto che gli ultimi due episodi della serie possono risultare decisamente shockanti (motivo per cui, poco dopo, ha visto la luce il film The End of Evangelion). Lo studio stava incontrando notevoli problemi di budget e di tempistiche, ma ha trovato una soluzione estremamente coraggiosa e, a mio modesto parere, perfetta per il tipo di storia che è stata raccontata. Tuttavia, è comprensibile che non rientri nei gusti di tutti.

Spiegare a qualcuno perché dovrebbe guardare Neon Genesis Evangelion non è semplice, e lo è ancora meno se si tenta di non fare spoiler, lasciando allo spettatore il piacere di scoprire i vari piani di lettura e “tuffarsi” nell’anima del suo creatore. In questo spazio ho cercato di darvi qualche assaggio di ciò che potrete trovarci: ora sta a voi varcare la soglia. Male che vada, ci sono sempre le botte coi robot.

 

Articolo di Alessandro Mezzavilla

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