Lazzaro felice

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L’ultimo film di Alice Rohrwacher è una boccata d’ossigeno per il cinema italiano

Uscito nelle sale italiane a maggio del 2018 e disponibile su Prime Video, Lazzaro Felice è l’ultimo lavoro della regista e sceneggiatrice toscana Alice Rohrwacher. Presentato in concorso all’ultima edizione del Festival di Cannes, dove si è aggiudicato il Prix du scénario, il premio per la miglior sceneggiatura, si presenta come una ventata d’ossigeno nel cinema italiano, un ritorno alla natura e alla semplicità che rimanda ai paesaggi tanto amati da Olmi, un ritorno a quel filone popolare e fiabesco a là Citti e Pasolini che nella seconda parte della pellicola viene sostituito da un realismo duro sulla scia di Rossellini. Ne esce sconfitto invece ai David di Donatello, dove aveva ricevuto ben nove candidature tra cui miglior film, regia e sceneggiatura, surclassato da Dogman di Matteo Garrone.

Lazzaro Felice è un film sospeso nel tempo e nello spazio: ci troviamo nei campi ai piedi degli appennini toscani, a giudicare dall’accento dei personaggi, probabilmente nei primi anni duemila, a giudicare dai telefonini e dalla colonna sonora. Ma questo non ha importanza. Anche i contadini protagonisti di questa storia infatti vivono sospesi nel tempo, nel loro personale medioevo, ancora convinti che esista la mezzadria e che la scuola sia «una cosa per signori» e non un obbligo. I cinquantaquattro contadini che vivono all’Inviolata, ammassati in una casa che non può ospitarli tutti, sono i servi della marchesa Alfonsina de Luna (Nicoletta Braschi), la “signora delle sigarette”, che li costringe a lavorare senza paga per mantenere la sua azienda di tabacco. «Gli esseri umani sono come bestie, animali: liberarli vuol dire renderli consci della propria condizione di schiavitù e quindi destinarli alla sofferenza. Per adesso patiscono, ma non lo sanno». Questa la filosofia della marchesa.

E come lei sfrutta i contadini, a loro volta questi, in un ciclo avido di cinismo, sfruttano Lazzaro, un ragazzo di circa vent’anni, talmente buono, generoso e altruista da sembrare uno stupido, un sempliciotto. Lazzaro, interpretato dall’esordiente Adriano Tardiolo, è gentile con tutti, anche e soprattutto con chi lo tratta male, sempre pronto a rispondere quando qualcuno lo chiama. Fa i lavori più faticosi senza ricevere mai nulla in cambio, né dalla marchesa né dalla sua famiglia. Neanche quello che ritiene unico suo vero amico, Tancredi, figlio della marchesa, lo tratta con rispetto, ma si instaura tra i due un rapporto di signoria-servitù che non lascia spazio a rivolte o miglioramenti. Lazzaro è l’ultimo degli ultimi.

Anche quando la storia si trasferisce in città, dopo la scoperta del “grande inganno”, la sorte di Lazzaro e dei contadini tutti non cambia. Ghettizzati e impossibilitati al miglioramento sociale, i vecchi contadini si trovano a vivere in periferia quasi come dei senzatetto, guadagnando solo con furterelli e inganni. Lazzaro, arrivato in città molti anni dopo la sua famiglia, farà di tutto per ritrovare l’amico Tancredi, che continua, nonostante sia ormai un adulto, a sfruttare la sua bontà, portandolo ad un epilogo duro quanto inevitabile.

Lazzaro felice è un film che si nutre di opposizioni nette e decise. Prima tra tutti l’opposizione tra bene e male, tra buono e cattivo. Lazzaro appare come un santo – anche grazie ai costanti rimandi biblici e favolistici – la personificazione del Bene in sè, di quel bene puro e assoluto che non vuole nulla in cambio, l’incarnazione della compassione di Dio che fa risorgere il Lazzaro dei Vangeli, della seconda formulazione dell’imperativo categorico kantiano che invita ad agire «in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo». Lazzaro è il Buono di Spirito, destinato a diventare il martire di una famiglia e di una società meschina, egoista, dove tutto viene visto con sospetto. Lo scontro tra bene e male, che già è lampante nella prima parte del film, nelle campagne, dove quest’opposizione emerge con più ingenuità e naturalezza, dove le gerarchie che si creano sono quelle di un branco di lupi, suggerite dall’istinto più che dalla crudeltà, diventa quasi esasperato nella seconda parte del film, nella città, feroce, senza appello.

Altrettanto netto è il passaggio dalla campagna alla città: nella prima parte del film, nonostante questa situazione di sfruttamento, l’aria che si respira è comunque genuina, la vita nei campi appare in ogni caso una vita serena, senza grosse preoccupazioni, dove c’è spazio anche per il divertimento e per i festeggiamenti, per il vino e gli amori. La delicatezza con cui la Rohrwacher dirige i suoi attori, tra i bucolici paesaggi toscani, lascia lo spettatore a bocca aperta, a godersi il rumore del vento protagonista di questa prima parte. La fotografia di Hélène Louvart ingloba tutta la luce del sole, che si riflette meravigliosa sui giganteschi e ipnotici occhi di Lazzaro, che spesso fissano il vuoto come se vedesse qualcosa di incredibile che noi non possiamo vedere. Il passaggio alla città invece è grigio, cupo: giungiamo in una periferia trasandata di una città non definita, segnata solo da edifici monocromatici e ferrovie. Tutto sembra sporco, contaminato, impuro, tanto lo scenario quanto le persone che lo abitano. Anche la sceneggiatura sembra più debole in questa seconda parte, e si arriva alla fine non sicuri di dove volesse andare a parare, un po’ frastornati e un po’ disgustati e delusi da una vita in città che ci si era immaginati ricca e sfarzosa, ma dove in realtà sono rimasti sempre ultimi, ma questa volta anche schiavi di un mondo che non è più il loro, dove saranno sempre stranieri.

Lazzaro Felice è un film coraggioso perché osa mescolare vari stili narrativi: dalla favola, alla critica sociale, all’influenza biblica e religiosa, al romanzo di formazione. Osa mettere insieme attori professionisti come Alba Rohrwacher, Natalino Balasso e Tommaso Ragno, affiancati da esordienti, come Tardiolo nel ruolo di Lazzaro e Luca Chikovani nei panni del giovane Tancredi, e da tutti gli altri contadini, che non sono attori per nulla. Osa nel rinnovare il cinema italiano facendo tesoro delle lezioni dei grandi maestri, utilizzando però nuovi mezzi e tecniche, come i droni per alcune meravigliose e suggestive panoramiche dall’alto.

Già premiata a Cannes con il Grand Prix speciale della Giuria nel 2014 per Le meraviglie e acclamata fin dagli esordi con Corpo Celeste, la Rohrwacher, assieme alla sorella attrice Alba, ha tanto da dare al nostro cinema. Sebbene Lazzaro Felice sia un film lento e a tratti sfuggente, e non si possa “gridare al capolavoro”, certamente Alice Rohrwacher ha messo in moto qualcosa di nuovo, di fresco e originale. Martina felice.

Sono nata a Chioggia, negli anfratti della Laguna Veneta. Studio Filosofia all'Università di Padova. Attualmente vivo in Germania per il mio anno in Erasmus all'Università di Tubinga. Amo viaggiare, amo l'arte e la letteratura, il buon cibo, i cani e soprattutto amo il cinema e il teatro. Qui su Cogito cerco di raccontarvi il meglio di queste due arti meravigliose.